Femministe tra nord e sud

20 Lug

Tre amiche hanno scritto una lettera sul blog “Paestum2012”. Sono Franca Fortunato, Anna Di Salvo, Katia Ricci; donne che lavorano nella Rete delle Città Vicine. Le accomuna la stessa pratica politica. Che vale, evidentemente, per il sud e per il nord. Ma il sud, come il nord, sono attraversati da “beni e mali” che compongono la trama della realtà.

Non che quella del sud (o del nord) sia migliore (o peggiore). Semplicemente, la trama, ogni trama della realtà è fatta di storia, cultura, modelli di comportamento, sentimenti, cura di sé oppure assenza di fiducia in se stessi. Nessuna di noi pensa di imprigionare tutto questo e altro ancora nelle “condizioni materiali”. Però le condizioni materiali rimandano alla realtà e alle sue differenze.

Se ne era già discusso in un incontro a Roma. Ne avremmo riparlato a Paestum. Almeno così pensavo. Invece il tema è stato ripreso, ribadito nella lettera con un gesto che mi impensierisce per via del tono aspro e delle tre firme che testimoniano una presa di posizione netta, definitiva.

So bene che esistono al sud luoghi di eccellenza dove si punta su nuove idee e relazioni creative. Dove alcune donne mandano avanti “una politica del simbolico, della differenza”. Ovviamente, nelle relazioni tra femministe non si pone una differenza territoriale sud-nord. Ma se da Paestum deve uscire una proposta politica rivolta a tutte/tutti, il confronto dovrà ben riferirsi ai contesti in cui si fa politica.

Che politica sarebbe mai se non nominasse i contesti? Che parlano anche di operaie che producono i pullover nei sottoscala di palazzine fatiscenti e se le palazzine crollano, loro – le operaie – vogliono comunque continuare a sfornare i pullover; parla di sindaci ammazzati perché si oppongono alla rapacità della speculazione edilizia oppure di fotografie degli “eroi” della camorra appese tra gli ex voto per le strade di Giuliano o Nocera Inferiore.

E se magari ci si sposta verso le Alpi, i contesti parlano di rancore, egoismo, paura degli immigrati. Oppure di criminalità che si insinua nell’economia e nelle amministrazioni.

Scrivono le tre amiche che “il nostro obiettivo non è mai stato cambiare le nostre città, o il sud, ma cambiare il nostro sguardo su di essi per vedere la realtà che cambia”.

Obiettivo una volta efficace, quando dicevamo “cambio me stessa per cambiare il mondo”. Ma oggi servono delle connessioni più larghe. Sempre che si voglia coinvolgere altri e altre. Tenendo conto dei “beni e dei mali”; ascoltando cosa hanno da dire i tanti/e che si sentono spaesati di fronte alla crisi. Non solo nel sud e non solo rispetto alle “condizioni materiali”.

Letizia Paolozzi

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3 Risposte to “Femministe tra nord e sud”

  1. helvia gianantoni 7 settembre 2012 a 12:31 #

    cambiare il mondo o anche solo la propria città è presuntuoso e disperante, cambiare se stesse-i e il proprio sguardo è possibile ,ma quanta fatica costa anche fare “solo” questo.Ma solo questo è nelle nostre mani, mani di metà e più di tutti quelle che abitano l’Italia, sud- centro e nord.Onoro il fare delle donne,quando autenticamente rispettano sè stesse e quello che dicono le donne delle città vicine lo interpreto cosi :dare valore ,,portare alla luce anche tutto il bene che fanno le donne spesso oscurato dalla maggiore visibilità data a tutto il male che attuano uomini di potere e i loro lacchè.Dare luce e visibilità a chi opera diversamente.

  2. Doriana 6 settembre 2012 a 18:35 #

    mi dispiace di non poter essere presente a Paestum, anche perchè è sempre stato importante – per me- dichiarare in maniera chiara anche il luogo – che non è solo geografico- dal quale parlo: la Calabria.

    p.s.
    forse mi ripeto, ma non condivido nell’organizzazione generale la divisione per temi che è molto limitante.
    auguro buon lavoro a tutte!

  3. Patrizia Caporossi 23 luglio 2012 a 07:43 #

    Input: “Lavorare sul senso e sul valore della libertà femminile: non più trascurabile nè riducibile a un mero dato denotativo aggiuntivo. C’è lì concentrata la storia (rinata) della coscienza-di-sè che ha messo e mette in discussione e ridisegna tutto il simbolico occidentale. E’ questo che diventa insopportabile? Perchè di fatto anche traducibile nei (nostri) gesti quotidiani. Ma solo così si può ripensare e (ri)scorgere l’autenticità dell’essere (eticamente necessaria senza o con Dio) nella sua coniugazione vitale di genere per l’umana-unità”, contributo per Paestum (Patrizia Caporossi, la tuffatrice, Ancona, cfr. “Il corpo di Diotima. La passione filosofica e la libertà femminile, Quodlibet, 2009, 2011)

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