Istituzioni, parità, disordine simbolico

9 Ago

Donatella Portti Cerquoni

Ho operato a lungo, più di vent’anni e ancora lavoro in istituzioni di parità regionali. Ricordo il mio primo incontro, di persona, con Maria Luisa, al termine di un’iniziativa sulla fecondazione assistita quando le accennai della fatica di lavorare facendo emergere un’idea di libertà femminile che tendeva ad essere costantemente imbrigliata in una trappola terribile. La trappola era: non importa se tutto questo va sotto il nome di parità, l’importante è quello che si fa. Già. Ma come si fa ciò che si fa, ne cambia il senso. Questa è l’obiezione che mi porto fin dal mio primo giorno di lavoro in tali istituzioni.
Ed è per questo che ho un forte bisogno di collocare la mia esperienza e il suo senso più precisamente di quanto io sia riuscita a fare da sola e in lotta, impari, con un intero sistema che incide sulla qualità di ciò che si produce oprando ed erodendo le motivazioni a prestare la propria opera al servizio dello Stato e cioè tutti gli altri. Attraverso l’ultimo lavoro di Muraro riflettiamo sul fatto che la competenza sulla violenza appartiene, per l’appunto, allo Stato. Ora io non ho ancora finito di riflettere sul tema e soprattutto sulle sue conseguenze pratiche – quelle che immagino sono quanto di più lontano da me io riesca ad immaginare, come anche segnalato da Luisa stessa all’incontro dei primi di giugno alla Casa internazionale delle donne di Roma (ho ascoltato l’audio) – ma certo è che se questo postulato è vero, come credo che sia, io sono, da sempre, in profondissima crisi di coscienza relativamente al senso che, non io ma gli altri, possono dare al mio lavoro, benché io faccia il possibile per sottrarlo ai significati che gli vengono attribuiti dal simbolico dominante.Una testimonianza inequivocabile di questo viene proprio dalla concretezza delle mie relazioni di lavoro con le donne che si rivolgono a me per avere un servizio di orientamento.

La prima rilevazione, la più banale, credo anche piuttosto diffusa, è relativa al fatto che nessuna (o) si aspetta che un servizio ben dato possa essere gratuito e questo ci offre un riscontro di quanto e come nella mentalità comune non si percepisca il vero scopo che hanno i tributi (tasse). Effetto rilevantissimo del disordine simbolico.

La seconda ne discende ed è che nell’offrire al meglio il proprio operato si fornisce un’idea di servizio pubblico che sarebbe corretta, oltre ad essere doverosa ma che non corrisponde a ciò che effettivamente lo Stato fa per i cittadini e le cittadine –essendo lo Stato depositario della competenza sulla violenza di cui sopra esercitata mediante l’imposizione di regole che si accettano in virtù della delega insita nei sistemi democratici ma che nel quotidiano e nel concreto rivelano incongruenze impressionanti: ciò che io verso allo Stato, non solo non mi (ci) viene restituito nella stessa proporzione, ma viene interpretato a partire dalle esigenze di “zone” di interesse totalmente contraddicenti le mie di cittadino/a, basti pensare alle banche, o al Mercato -.

La terza è che attraverso il mio operato io divento strumento di quella violenza mediante un servizio erogato in base a bisogni che, nel caso dell’orientamento al lavoro, possono sconfinare pericolosamente in quelli che emergono dalla relazione dello Stato con il Mercato e quindi nel rischio di suscitare, seppure involontariamente, adattamenti ad esigenze che non hanno certo a cuore la libertà delle donne. L’obiettivo dell’orientamento sarebbe il contrario ma l’obiezione vivente che ciascuna donna mi porta è: come faccio a far coincidere la mia realizzazione con bisogni molto più forti del mio che mi impongono regole sulle quali non posso incidere se non , appunto, adattando i miei tempi, i miei desideri, i miei doveri e tutto il resto che compone la mia vita?

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