Verso Paestum, a partire da noi

19 Set

Desideriamo confrontarci a Paestum, ma lo facciamo con le nostre parole e le nostre urgenze. Partiamo da noi, trentenni di questi anni, dalla precarietà lavorativa ed esistenziale, dalle nostre condizioni materiali di esistenza. Dalla nostra soggettività politica investita dalla crisi, dalla sua carica ideologica, dai suoi effetti patologici che performano la materialità delle nostre vite, le nostre percezioni, i sentimenti, il modo di guardare al futuro. Alla sua negatività ci sottraiamo mettendo al centro il “desiderio di politica” e la pratica politica delle donne come politica diffusa nei tempi e negli spazi del quotidiano. Partire dalle donne, dalla loro vita, dalle loro esperienze ed elaborazioni, può costituire un terreno comune per ripensare all’alternativa.

Tuttavia siamo consapevoli che la sua costruzione passa inevitabilmente anche attraverso un conflitto tra femministe di diverse generazioni. Un conflitto che vogliamo nominare e aprire perché di frequente lo viviamo nei luoghi che attraversiamo e nei quali agiamo. Non si tratta esclusivamente di “interruzioni” e discontinuità prodotte da pratiche e linguaggi differenti, come spesso tra noi siamo solite dire, ma di una distanza profondamente radicata nel presente che noi quotidianamente misuriamo e che ha che fare con qualcosa d’altro dalle pure elaborazioni, cioè con la vita nella sua materialità. Dal femminismo storico ereditiamo la critica più radicale al potere e la ridefinizione di una nuova politica, che parte dal sé e dalla relazione, ma “a conti fatti” registriamo un corto circuito nella  circolazione/condivisione dei saperi e delle pratiche con le nuove generazioni  in una dinamica che vede le femministe storiche credere di comprendere automaticamente l’esperienza di donne più giovani nel proprio discorso, con una conseguente sordità e cecità sul presente.

Noi siamo qui per cambiare. Il desiderio di cambiamento è anima del fare politica, molto spesso, oggi più che mai, viene dimenticato dai soggetti tradizionali della politica, partiti e sindacati, ma anche dai movimenti consolidati, che spesso nelle pratiche come nei linguaggi ripetono e manifestano la predominanza di un’impostazione e di un modello maschile. Per noi cambiare vuol dire fare i conti con questo e fare i conti con le differenze tra generi ma anche tra generazioni. Contare vuol dire cambiare e cambiare significa agire un conflitto: non si cambia solo da dentro i luoghi tradizionali della politica ma soprattutto con la spinta che viene da ciò che ne è fuori, dai luoghi che viviamo ogni giorno, dalle strade e dalle piazze. Da una politica che torna a farsi quotidianità. Pensiamo di poter dare il nostro contributo, di assumerci la nostra responsabilità nel prender parola e farci portatrici di desideri diffusi ma inascoltati. Parlare della crisi come elemento contingente e costitutivo di questo momento storico-politico non basta. Significa non assumere mai che la politica istituzionale, di partito e di sindacato non risponde più da tempo ai bisogni e ai desideri delle persone reali che faticosamente cercano di sottrarsi  alle condizioni ed ai tempi di vita alienanti imposti dalla precarietà. Dire che le istituzioni non sono più un riferimento d’interlocuzione crea un vuoto di politica, ma solo apparente: crea uno spostamento di politica (che il femminismo in parte ha già compiuto) ed apre nuovi spazi. Se la rappresentanza è in crisi, ne va colta l’opportunità spostandosi dal piano della politica istituzionale, come luogo dove si prendono decisioni, al piano della politica diffusa e agita dal basso. Consideriamo questi i luoghi dove si prendono decisioni: non uno per tutti per mezzo di delega, ma ciascuno e ciascuna nella mediazione delle relazioni politiche. Il partire da sé parla oggi di una politica che deve tenere in conto i tempi delle vite di quelle donne e quegli uomini che non possono o non vogliono stare continuamente alle date e alle scadenze della politica.

Il femminismo stesso non può più farne a meno se vuole realmente produrre uno spostamento di significato nella politica e nella vita delle donne. Partiamo allora dal lavoro prima di tutto. Dalla sua ridefinizione. Il lavoro che per tante delle generazioni trascorse è stato luogo di autorealizzazione, ricerca e autodefinizione di sé, per noi ha significato mancanza, sfruttamento, deprivazione, annullamento della distinzione fra tempi di vita e tempi di lavoro. Nelle trasformazioni del mercato del lavoro le femministe negli anni Novanta (femminilizzazione del lavoro) hanno giocato la carta del “portare tutto al mercato” per ridefinire priorità, tempi, modi, oggetti, valore/reddito. Ma oggi che il mercato è a tempo determinato, frammentato, precario, instabile, questo si traduce in espropriazione e isolamento. E il risultato è una precarietà, lavorativa ed esistenziale, che ci schiaccia sul presente, togliendoci tempi e spazi di condivisione, che vanno ri-pensati e ri-costruiti. Noi mettiamo al centro le condizioni materiali di vita delle donne, dentro e fuori il mondo del lavoro. Liberare il lavoro di tutte e tutti deve assumere oggi uno spostamento che toglie il lavoro dal centro – in un atto che non è di perdita ma di potenziamento.

E’ una liberazione che passa dal superamento del modello di stato sociale disegnato addosso al maschio, bianco, operaio, lavoratore a tempo pieno, cittadino di diritto dello stato sociale che le donne non hanno mai pienamente abitato e che ora è, evidentemente, entrato in crisi. Il reddito di esistenza è una delle nostre battaglie, delle donne soprattutto, perché rappresenta l’alternativa al  ricatto di fare di noi stesse una risorsa umana e la possibilità di sottrarsi al doppio sì (sì alla famiglia, sì al lavoro). E’ la strada per arrivare, finalmente, ad una cittadinanza compiuta. E’ la nostra scommessa sul futuro perché porta in carico una pratica di trasformazione radicale dell’esistente ridisegnando un nuovo immaginario in cui le nostre vite non siano subordinate al lavoro o alla mancanza del lavoro. Inoltre, agisce sulla liberazione dalle gabbie che molto spesso, anche per un sistema di welfare tutto familistico, ci siamo trovate costruite intorno. In un momento in cui la crisi agisce anche su un modello antropologico, dobbiamo trasformare il rischio di caduta verticale verso una ridefinizione del patriarcato più forte e violenta in possibilità che quel modello venga una volta per tutte superato. Dobbiamo provare ad incidere sulla politica e sul quotidiano: nell’aumento delle disuguaglianze, la famiglia non è più garanzia né risposta, bisogna fornire a tutte e tutti pari possibilità di autodeterminazione.

Non deleghiamo esclusivamente al reddito la nostra libertà di autodeterminarci: siamo consapevoli che la  libertà  non si esaurisce esclusivamente nell’acquisizione dei diritti, cosi come non ci sfuggono le molteplici forme in cui  agisce e si rinnova il patriarcato. L’aumento dei casi di femicidio stride solo apparentemente con la libertà conquistata dalle donne. E’ il segno inequivocabile di un potere che sta franando, quello del “maschile” e su cui la società ha costruito il modello di sviluppo economico  e culturale del nostro occidente; è l’emblema di un riposizionamento del conflitto tra i sessi, della vicenda del patriarcato, del suo potere ma anche del suo declino. Non si volta radicalmente pagina se non  indaghiamo e problematizziamo insieme (donne e  uomini) politicamente il terreno del potere, delle sue trasformazioni e della relazione con l’altro sesso. Vogliamo dunque ripensare le relazioni tra donne e tra donne e uomini, in un’ottica nuova, alla luce di tutti i mutamenti che complicano il desiderio maschile e femminile e che pongono l’urgenza di un nuovo partire da noi. Sentiamo il desiderio di parlarne assieme, perché solo in questo modo possono sorgere pratiche politiche radicalmente diverse, produzioni simboliche e proposte per un nuovo immaginario sociale.

Teresa Di Martino, Angela Ammirati, Maria Pia Pizzolante, Angela Lamboglia, Valeria Mercandino, Maria La Porta, Roberta Paoletti, Cinzia Paolillo, Federica Castelli,  Laura Triumbari, Claudia Bruno, Danila Cotroneo, Francesca Esposito, Eleonora Mineo, Antonella Petricone, Eleonora Forenza, Anna Belligero, Chiara Meta, Ingrid Colanicchia, Sara Di Bella, Mariella Palmieri, Irene Cortese, Valentina Sonzini, Celeste Costantino

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3 Risposte to “Verso Paestum, a partire da noi”

  1. Rossana Ciambelli 20 settembre 2012 a 11:49 #

    OTTIMO ragazze ! la differenza generazionale va espressa e senz’altro rappresentata nel passaggio del testimone, testimone di impegno politico già agito che va apprezzato , riconosciuto e rivalorizzato. Rossana ass.TerradiLei

  2. Antonietta Lelario 20 settembre 2012 a 09:44 #

    Il reddito di esistenza è anche una battaglia che ha visto impegnati/e alcuni di noi del Circolo la Merlettaia di Foggia.Io e altre/i abbiamo appoggiato l’iniziativa su questo tema dei e delle ragazze del LINK dell’Università di FG. Ne ha inoltre parlato, in una relazione a Lecce nel 2010, Giannina Longobardi della Comunità Diotima, presso l’univesità in uno degli incontri della Scuola estiva della differenza organizzata da Marisa Forcina. Le argomentazioni sono molto simili a quelle portate e molto ben espresse da voi. Dico questo, non per rivendicare primati (ben altri ne hanno parlato prima di noi), ma per spostare l’attenzione dall’età e dai ruoli (quelle degli anni ’70, le trentenni…) alla necessaria lettura del presente, alle risposte che sappiamo trovare e che vogliamo sperimentare e ai soggetti con cui incrociamo i cammini. La domanda che per me rimane aperta è: “si può battersi per un reddito di esistenza anche (e sottolineo “anche”) per restituire ad un lavoro, liberamente scelto, il suo senso di luogo di espressione e realizzazione, come è stato in passato per poche/i fortunate/i ?”

    • ilaria boiano 25 settembre 2012 a 10:00 #

      Condivido pienamente ed esprimo quello che credo sia il bisogno più profondo della nostra generazione: non chiamateci GIOVANI, perchè questo appellativo è la trappola che ci impedisce di incidere nella realtà, ci limita nelle nostre scelte, ci priva di soggettività politica.

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