Mettersi in gioco nella crisi per una primavera femminista

24 Set
Bianca Pomeranzi

Faccio sempre più fatica a separare l’esperienza del mio lavoro, che mi porta a confrontarmi con la vita delle donne di altri paesi e con le istituzioni internazionali, dalla mia pratica femminista, forse perché entrambi nascono dalla stessa passione. Non posso quindi, così come ho fatto per la “Cura del vivere”, fare a meno di ragionare da una prospettiva locale e globale anche per “Paestum 2012 – Primum Vivere”.

Prospettiva difficile da tenere, soprattutto in Italia dove all’indifferenza verso il “fuori” che ha contraddistinto gran parte della mia generazione, si sta sostituendo il “post” (postcoloniale, post-femminista, post-porno) che, forse per la legge del contrappasso, conosce più le interpretazioni critiche del mondo anglofono che non le pratiche, anche transnazionali, del femminismo italiano.

E’ un peccato perché è una perdita di capacità di fare fino in fondo i conti con la nostra situazione di fronte a una “crisi”, un passaggio d’epoca, di dimensioni globali che sembra sottrarre all’attenzione delle coscienze la densità e l’originalità delle esperienze .

La globalizzazione tardiva che si è presentata in Italia con fattezze berlusconiane e leghiste ha trasformato in caricatura un paese che aveva visto un femminismo capace di trasformare i percorsi di vita di donne e di uomini, e che, da un certo punto in poi, non ha più voluto, almeno nella rappresentazione “mainstream”, nominare la ricchezza di pensieri e pratiche  che li aveva prodotti. Eppure,  il nostro impegno è servito quando c’era da spezzare il circolo vizioso tra sessualità e potere su cui si era “assopita” la politica e non sono mancate lodi e alleanze che rischiano tuttavia di scomparire nella nuova stagione elettorale e nelle sicumere sull’Europa.

Mi piacerebbe quindi, che a Paestum riprendessimo a confrontarci con la consapevolezza del nostro ruolo in un paese che deve fare i conti con se stesso, con l’Europa e con il mondo a partire dal patrimonio di saperi che ci hanno portato a rivoluzionare le nostre e le altrui vite. Mi piacerebbe se riuscissimo a creare nella polifonia di voci una visione del futuro che ci restituisca senso e passione comune. Mi piacerebbe anche che, dal Sud mediterraneo in cui abbiamo scelto di tornare, sapessimo ritrovare una radicalità femminista trasformativa e non adattativa o marginale.

Senza questo sguardo largo, non potremo mai capire come muoverci in questa crisi che sembra solo economica,  ma che interroga soprattutto il valore e la cura della vita. Una materialità messa a mercato dagli “spiriti animali” che dirigono questa globalizzazione con una inquietante trasposizione dei modi del patriarcato tradizionale: decisionismo, asservimento, esclusione. La  sinistra, non solo quella della classe operaia, ma anche quella che evoca le moltitudini,  non riesce a capire fino in fondo i meccanismi che producono le mutazioni individuali oltre che collettive perché non ha mai fatto i conti con la cura. Il femminismo radicale invece, lo potrebbe fare proprio perché si è interrogato sulla totalizzante realtà della relazione con l’altro, percependone la pervasività sotto il registro politico, economico, culturale e psicologico e elaborando pratiche di conflitto su tutti questi piani.

Oggi quel sapere potrebbe essere essenziale per riuscire a individuare i modi di una trasformazione sociale che non sia solo in mano di pochi . Sembra tuttavia difficile da mettere in gioco perché se da un lato sono cambiati i soggetti, gli assetti e gli ambiti del potere, dall’altro le forme di soggettivazione delle donne sono divenute molteplici e fanno fatica a trovare un registro comune su cui  aprire il conflitto.  Vale dunque la pena di porsi qualche domanda .

Ad esempio il femminismo cosiddetto “storico”, dovrebbe dare conto di sé e chiedersi se l’emancipazione, più o meno aggiuntiva, tanto per ricordare Paestum di ventisei anni fa, possa  contribuire al cambiamento collettivo, oltre che individuale, o ne sia un freno. Occorre domandarsi se obiettivi come il femminicidio o il post-porno possano avere la stessa forza liberatoria della presa di coscienza del proprio corpo sessuato o invece siano determinati solo dalla necessità di difendersi da un maschile post-patriarcale che non si rassegna a fare i conti con l’altra.  Sarebbe il caso di interrogarsi sul perché non riusciamo, nonostante le analisi e le pratiche, a “spostare” la coscienza collettiva di un paese che balbetta attorno a pochi leader, casualmente tutti uomini,  senza riuscire a vedere che cura, lavoro e politica sono ormai un unico terreno di confronto e d’azione per avviare un reale cambiamento verso la democrazia.

Forse mi illudo , ma credo che se mettessimo a fuoco  pochi, ma chiari, punti di discussione da Paestum 2012 potrebbe anche uscire una “primavera femminista” capace di rispondere alla crisi che viviamo .

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