Questioni inevitabili. La riscoperta della radicalità

25 Set

Giordana Masotto e Giovanna Pezzuoli

 L’invito all’incontro nazionale di Paestum del 5/6/7 ottobre  ha già provocato un esito interessante: ha intensificato i confronti, rivelando le diversità latenti e mettendo a fuoco le varie aspettative. Tra i molti scambi avvenuti, alcune questioni ci sembrano fondamentali e inevitabili. Sono i nodi che attraversano la nostra pratica politica.

 1. Uomini o no: ancora con la doppia militanza?

Su questo punto l’invito sorvola: non c’è apertura agli uomini, non c’è esplicita esclusione. Dietro questa “ambiguità” ci sono valutazioni e aspettative differenti. Ci siamo dovute accontentare di una mediazione più di forma che di sostanza. Ma il tema è importante. E allora parliamone.

La separazione dagli uomini del femminismo degli anni ‘70 è stata un atto conflittuale pubblico.

Nata nella spontaneità del movimento delle donne, si è rivelata subito come una creazione geniale che si è diffusa e ha radicato per contagio. L’esclusione degli uomini ha connotato immediatamente quel movimento e l’ha reso visibile. Ci si è “separate” in privato e nella politica, cambiando i rapporti personali con uomini e donne e gettando lo scompiglio nei partiti e nei gruppi politici di quegli anni. Trasformando rapporti sociali, stili di vita, letture, cultura. Dopo di allora il “tra donne” non è stato più lo stesso. Tutto ciò fa parte della radicalità delle origini e non ce ne dimentichiamo.

Da quel momento sono accadute molte cose nel movimento delle donne: oggi dove passa la radicalità nella questione uomini o no? Non trasformiamo quella pratica di separazione in un separatismo, ideologico come tanti “ismi”.

In vista di Paestum sono emersi due ordini di motivazioni che escludono gli uomini, accanto a posizioni più sfumate.

Alcune ribadiscono con forza il separatismo come contenuto politico in sé, identificante. Perché le donne tra loro parlano, mangiano, si muovono più liberamente. Trovano giustificazione nei 4000 anni di esclusione delle donne e quindi nella necessità di continuare a denunciare, con il gesto separatista, “l’errore filosofico” alle radici della civiltà. Riconoscendo dunque l’impossibilità a tutt’oggi di condividere con gli uomini lo spazio politico.

Altre, pur sapendo che si tratta di una questione ancora apertissima, di un’enorme crepa, preferiscono parlare di opportunità politica, quando valutano i pro e i contro della presenza maschile. Dunque sono più possibiliste: forse non c’è bisogno di incontrarli questi uomini, non attribuiamo loro troppa importanza, ma non pensiamo nemmeno che escluderli sia una scelta di radicalità.

Altre invece hanno di fatto proposto un separatismo più “strumentale” (“se ci sono gli uomini tante donne non parlano…”). È una posizione che lascia un po’ in sospeso la questione. Il “solo donne” è dato per scontato e preferibile per un incontro di questa natura. Quanto agli uomini, di fatto si rimanda la scelta al coraggio o alla timidezza dei singoli, alla loro determinazione e al loro interesse. Qualcuno potrebbe anche partecipare… (ma senza diritto di parola?)

Questo secondo separatismo quindi non viene sostenuto come scelta politica di fondo. Al contrario, è condiviso da donne che mantengono attivamente uno spazio di interazione politica con gli uomini  nei partiti e nelle istituzioni.

Ma questa non è forse una nuova edizione di quella che negli anni ‘70 si chiamava la “doppia militanza”? Già allora assai criticata perché non coglieva il senso politico della separazione. E non è un po’ paradossale che proprio le donne che più condividono con gli uomini la quotidianità e dunque dovrebbero essere vessillifere del nostro discorso, scelgano di mantenere questa dicotomia, questo doppio binario?

Altre infine – e chi scrive è tra queste – hanno la ferma convinzione che il sapere politico espresso dalle donne sia pensiero politico buono per uomini e donne. E che sia fondamentale, soprattutto oggi con la crisi dell’economia e della politica «verificare se la politica femminile che fa leva sull’esperienza, la parola e le idee, può in un momento di crisi, smarrimento e confusione, restituire alla politica corrente un orientamento sensato».

È giusto e prudente ponderare e scegliere i luoghi e i modi di questa interazione. Ma nell’ottica di far valere questo pensiero. Di evitare, come sta accadendo, che venga vissuto come parziale, rigettato in un ambito di genere e dunque cancellato nella sua forza radicale.

Certo, come dice Ina Praetorius, «abbiamo ancora bisogno a volte di stanze separate di tessitura», ma se ci poniamo in un’ottica postpatriarcale dobbiamo pensare e agire in grande, senza timori e senza reticenze.

In un incontro nazionale, dopo tanti anni, pensiamo che radicalità oggi voglia dire interagire anche con gli uomini, andare a un confronto serrato, riconoscendo la forza del nostro pensiero e della nostra pratica. Non esistono due pratiche politiche e il doppio binario ricaccia nella inconsistenza.

È vero che la civiltà modellata su quei 4000 anni di esclusione delle donne non è molto cambiata, ma è cambiata la libertà e l’autorevolezza che molte donne oggi si danno. E, se vogliamo guardare con gli occhi di oggi, non quelli degli anni ‘70, sono cambiate altre cose significative.

Almeno tre: i gruppi femministi che hanno scelto di essere misti, una realtà viva, che coinvolge donne e uomini di generazioni diverse; l’autocoscienza maschile che, ragionando sulla differenza (degli uomini), vuole mettere in discussione il maschile come universale e su questo pensa e scrive.

C’è poi un terzo segnale, più difficile da decifrare: è il tentativo magari maldestro e incompiuto di fare spazio alla differenza delle donne, è il saccheggio (inconsapevole?) dei contenuti legati al pensiero delle donne pur senza nominarle, è la percezione diffusa in tanti, che non si può ripensare la politica senza le donne, benché poi non si sappia bene come fare.

Segnali di fumo. Come di chi vuole parlare, ma non si è ancora applicato a imparare la lingua.

E dove dovremmo parlare con questi uomini, se non nei luoghi in cui il pensiero politico prende corpo?

2. Dove sta la sfida femminista

Qualcuna dice: se è vero che oggi le esclusioni sono quasi tutte cadute, che senso ha continuare a sentirsi “schiacciate” da quei 4000 anni di sventura? Perché mai dobbiamo portarci dietro questi svantaggi millenari?

E si palesa subito una certa contraddizione fra chi pone l’accento sulla rottura che il femminismo ha rappresentato e chi invece insiste su una civiltà che non si cambia semplicemente eliminando le esclusioni o creando le quote…

La rottura femminista non avrebbe dunque cambiato la civiltà ma solo la postura, l’atteggiamento di una minoranza di donne, ma in modo così forte da far sì che questa mutazione si riverberi sulla società intera. E dunque la sfida sarebbe far germogliare la potenza della relazione, parola densa di significato che spesso non è colta in tutta la sua forza politica. Ma il problema, secondo noi, resta dare a questa relazione visibilità pubblica altrimenti “non accade nulla”.

Cosa ce ne facciamo di una libertà femminile che pensa di bastare a se stessa?

Cosa ce ne facciamo di un corpus di pensiero che ha attraversato il lavoro e l’economia, la scuola e l’università, la politica, il governo delle città, la violenza degli uomini sulle donne, il corpo e la sessualità, se non riusciamo a tirare fuori qualche forma di azione?

Accanto e contemporaneamente a questo bisogno che cresce, cogliamo una certa saturazione, usura delle parole nei luoghi collettivi degli incontri. E dunque vorremmo trovare parole nuove, dimenticando gli svantaggi da colmare per puntare sulla forza e sulla sapienza (da non confondere con la tanto sbandierata competenza).

Abbiamo cominciato un percorso, ci siamo con la nostra soggettività e con una pratica preziosa per donne e uomini. Siamo già in una posizione postpatriarcale, dice qualcuna, anche se intorno a noi il patriarcato continua a esistere. E questo è anche un modo per riconoscere e in qualche modo interrompere quell’errore filosofico alla radice della civiltà.

In questa radicalità attuale, nella corrente della rottura qui e ora vanno inserite le nuove generazioni. Ma c’è chi pensa che se non si può agire in modo radicale, allora è meglio adeguare anche il pensiero a questa “mediocrità”. Per noi è il contrario: occorre tenere alti la tensione e l’entusiasmo. Dobbiamo pretendere di più.

Come dimostrano le tantissime donne che nell’arte e nella letteratura costruiscono un mondo, esprimono la differenza femminile.

E gli scambi tra i movimenti del comune e la radicalità del femminismo. Eppure, il nuovo modo di essere presenti delle donne in questi movimenti (lontano dalla nostra sudditanza del ‘68 e dintorni) non elimina il rischio sempre attuale di cancellazione di un punto di vista femminile se “non viene marcato il territorio”.

Non certo dicendo “donne, donne donne”, ma assumendo a chiare lettere un punto di vista differente.

 3. Donne e potere: trovare un’altra misura di giudizio

La voglia di esserci e contare, il desiderio di protagonismo delle donne sono molle importanti. Possono alimentarsi dell’indignazione che pretende il riconoscimento, della consapevolezza delle proprie competenze, perfino di un certo senso di onnipotenza. Può sbocciare nella passione per la politica o nella spinta etica a impegnarsi.

Antje Schrupp (in Via Dogana dicembre 2011 e blog) guardando alle molte donne che in Germania negli ultimi dieci anni hanno occupato posizioni influenti in partiti e istituzioni, come ministeri, tribunali, università, chiese, si chiede: «Che esperienza hanno le donne nel loro tentativo di vivere e ancorare la loro politica nei luoghi di potere? Quali sono i conflitti che emergono quando, per esempio, ignorano le regole tradizionali del gioco di potere, perché vogliono fare un’altra politica e non sono interessate al potere in quanto tale? Che esperienze hanno acquisito? Oltre quali limiti si sono spinte?»

Se non vogliamo abbandonarle al giudizio di ambiti a forte impronta maschile, un giudizio, non dimentichiamolo, che non è mai neutrale – anzi soprattutto quando si tratta di trovare difetti è fortemente sospetto di misoginia – se non vogliamo che quella rimanga l’unica misura pubblica e personale del successo o del fallimento, dobbiamo trovare un’altra misura, continua la femminista tedesca. Trovare un’altra misura di giudizio: questa è una scommessa interessante per la radicalità del femminismo.

Un piccolo esempio per raccontare la possibilità di sostenere e “monitorare” le donne in posizioni di potere, interpretando le loro azioni da un altro punto di vista.

A Genova Marina Dondero, assessora alle Pari Opportunità, esponente levantina di Rifondazione, due volte eletta in Provincia, aveva sempre mantenuto strette relazioni con l’associazionismo femminile promuovendo ad esempio il reinserimento nel lavoro di 40enni disoccupate, e si era impegnata in prima persona nelle campagne contro gli stravolgimenti dell’immagine femminile in pubblicità. Ebbene, all’inizio del 2011, occorre “far fuori” qualcuno in Provincia per fare posto a un assessore targato Udc.

E il presidente Repetto chi pensa di sacrificare? L’anello debole, ovvero Marina Dondero. Ma non ha fatto i conti con la mobilitazione della “Rete di donne per la politica”, che raggruppa una ventina di associazioni femministe e femminili. E non uno scherzo, ma due o tre mesi di mobilitazione, con tanto di occupazione della sede della Provincia. E alla fine Marina è rimasta al suo posto.

Questa piccola vicenda emblematica è stata il messaggio forte consegnato dalla Rete nel giugno del 2012 alle sei neoelette (su 11 assessori) della Giunta Doria: “Noi non vi abbandoneremo, contate su di noi che in passato abbiamo salvato un’assessora sempre dalla parte delle donne. Ricordatevi però che l’esser donna non basta se non si mettono in circolazione la forza femminile e un altro sguardo sul potere e sulla politica”. Così, le prime richieste “minime” fatte dalla Rete delle donne riguardano il finanziamento di due centri anti-violenza a rischio e un efficace bilancio di genere.

Sono piccoli passi, ma la direzione si intravede: la radicalità del femminismo può diventare stimolo e punto di forza per chi sente l’esigenza di diventare protagonista nella vita pubblica.

Il femminismo in questi anni ha saputo mettere in guardia. Ha visto soprattutto i rischi: lo slittamento mimetico verso l’agire che il contesto pretende, e i contesti di potere non sono mai “tecnici”, ma politici e maschili. E se indossi sempre una tuta mimetica, alla fine non ti si distingue più. Il risultato è la cancellazione delle donne, la non rilevanza del loro esserci come soggetti che svelano la natura dei luoghi che abitano.

Ci sono poi altri rischi: la delusione, alla lunga, di una operatività svuotata di senso e prospettiva (le “fatine del fare” dice qualcuna), l’isolamento rispetto alle altre donne/amiche/compagne di strada, non voluto e non cercato ma quasi sempre inevitabile.

E infatti qualcuna comincia a registrare la deludente qualità dei rapporti politici. Il senso di azzeramento del sé. Qualcuna, forte anche di queste esperienze, impara ad alzare il tiro.

Ma mettere in guardia e sottolineare i rischi non basta più. Oggi bisogna spingersi oltre, tutte. Trovare un’altra misura di giudizio vuol dire entrare nel merito delle pratiche e dei risultati con finezza e profondità, imparando a guardare e vedere. Ma vuol dire anche essere disponibili a raccontarle davvero quelle esperienze, a mostrarsi. E non è facile.

Perché se c’è un tratto comune è proprio l’essere travolte da un vortice, una girandola presenzialista, un’agenda affannata che non dà tregua e non lascia spazio ai dubbi.

E dunque c’è anche chi rifiuta di rivoluzionare la sua vita per una poltrona. Come Axelle Lemaire, 37 anni, neodeputata, sposata, con tre figli, e residente a Londra dove fa l’assistente di un parlamentare laburista. Contattata da Hollande, che le ha offerto una poltrona da ministro, ha risposto in scioltezza “Faccio politica per migliorare le vite delle altre donne, non per peggiorare la mia”.

“I politici”. Le/li abbiamo visti all’opera mille volte: arrivano armati da una corazza invisibile fatta di sorrisi e ascolti, o di conciliaboli segreti, fanno il loro intervento, portano il saluto, stanno un po’ se l’agenda glielo consente, e poi si allontanano discreti, nella loro corazza mai deposta. Se restano più tempo, telefoni e computer portatili li tengono connessi a un altrove che li occupa completamente. E così si chiude il rito della partecipazione. Fantasmi. Frasi di circostanza, dibattiti rituali di una liturgia che si impara velocemente, che come un alien si impossessa dei corpi.

Un discorso analogo – affinare la capacità di vedere e valutare, trovare un’altra misura di giudizio – pur tenendo conto del diverso contesto, si può fare con le manager che nelle aziende incominciano a rivendicare la qualità e l’impatto politico del loro lavoro.

In conclusione: radicalità del femminismo oggi è guardare tutte queste esperienze, creare spazi in cui seguirle con attenzione, offrire e pretendere un confronto libero e ricco. Perché una cosa è chiara: questo è un passaggio io/noi senza il quale non si dà politica.

Infine, in un incontro nazionale del femminismo, non possiamo non interrogarci anche sul nostro esserci. Per esempio, per noi di Milano, l’esperienza di questo anno di Agorà del lavoro.

 4. Un’invenzione da fare insieme

Ci aspettiamo molto da questo incontro, ma sappiamo anche che non sarà facile. Aver detto chiaramente che non sarà un convegno con relazioni e tavole rotonde, è stata una premessa indispensabile.

Ma come fare in pratica?

Le più vecchie di noi, che ricordano gli incontri delle origini, hanno esperienza di situazioni anche di grandi numeri, in cui circolavano energia, erotismo, attesa. Dove le parole (e i silenzi) potevano accendere fuochi di pensiero che ripagavano delle lunghe fatiche di dire e di ascoltare.

A Milano, a giugno, abbiamo concluso il primo anno di Agorà del lavoro, dodici incontri con cadenza mensile di cui non è facile fare un bilancio. Forse non abbiamo ancora capito se è stato più importante il consolidarsi dei legami tra le persone o le contaminazioni di pensiero ed esperienze o qualche forma (ancora embrionale) di radicamento in città. Paestum ci servirà forse a fare un po’ di chiarezza.

Ma sarà anche interessante verificare se due giorni di vita insieme possono ancora fare la differenza rispetto a un appuntamento mensile di un paio di ore.

Se sia possibile che quel “pensare in presenza” sia il germe di una differente pratica politica, buona per donne e uomini.

BOX

Funzionano ancora?

Ci sono parole che sono servite egregiamente per esprimere l’inaudito.
Ma oggi hanno ancora la stessa forza e lo stesso significato? Possiamo ancora caricarle di tutte quelle aspettative? Forse dovremmo riconoscere loro il posto che gli spetta nelle origini, nella genealogia del pensiero, ma distaccarcene e pensare nuovo.

“è già politica”

“relazione”

 

E poi ce ne sono altre abusate, di cui sarebbe bene evidenziare l’ambiguità.

“competenze”

“diritti”

 

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