Pia Brancadori intervista Lea Melandri. Il testo

30 Set

Pia Brancadori. Oggi siamo in compagnia di Lea Melandri, una grande femminista, presidente della Libera Università delle donne che da moltissimo tempo  porta il p.d.v. della intelligenza e della passione femminista nel  mondo, nella politica e nella cultura. In occasione di un grande meeting  femmi nista che è alle porte, che si terrà a Paestum il 5-7 ottobre prossimo, siamo onorate di poterla intervistare per farci dire anche che cosa l’ha portata ad essere una delle promotrici di questo incontro ….

Lea Melandri. L’idea di questa avventura è venuta abbastanza felicemente in occasione di un incontro con le donne dell’associazione Artemide di Paestum che mi hanno invitata l’8 marzo, e per me tornare a Paestum 36 anni dopo è stata una grande emozione, l’ultimo convegno femminista è stato proprio nel 1976 a Paestum.
Quando mi hanno invitata a tornare insieme ad altredelmovimento hanno sfondato una porta aperta, nel  senso che c’era stato già a Milano il 18 febbraio un incontro sul tema Cura e Lavoro, ci siamo ritrovate circa 200 donne – un po’ attempate ovviamente, gli anni sono passati per tutte – con la stessa passione, donne di varie città impegnate da molto nel femminismo e donne giovani o nuove che venivano per la prima volta.
Quindi l’idea di dare continuità all’ incontro avvenuto a Milano si è unita a quella di potersi rincontrare in un luogo storico del femminismo.
Non ho aspettative particolari rispetto a  Paestum, ho desideri e speranze. Innanzitutto la speranza che le donne che vengono abbiano come me il piacere di rincontrarsi, di rivedersi e anche di incontrare donne che non si conoscono, e soprattutto  la disponibilità all’ascolto reciproco, il desiderio di confrontare percorsi che negli anni si sono differenziati , nel tentativo di trovare momenti di condivisione o anche apertamente

di confliggere. Io al conflitto dò una valenza vitale, straordinaria per i cambiamenti.

Ho una certezza ed è che noi abbiamo un lungo percorso alle spalle. In questi 40 anni abbiamo accumulato un patrimonio enorme di sapere in vari ambiti  di conoscenza e varie pratiche politiche.
Ecco,  io penso che questo sapere non dobbiamo lasciarlo agli archivi, penso che oggi , di fronte a una crisi che non è solo economica, ma crisi di un modello di sviluppo, di una civiltà che ha avuto un unico protagonista, la radicalità che è nata nel femminismo, e che era la messa in  discussione della politica a partire dal suo atto fondativo,  sia addirittura  più  attuale di allora,  dal momento che molti dei confini tra privato e pubblico sono saltati. Quindi la mia speranza è che a Paestum si possa tentare di mettere insieme questo patrimonio di idee per dare una interpretazione e anche una possibilità di cambiamento alla situazione che stiamo vivendo.

 

P.B.   Infatti voi chiamate alla conversazione, all’incontro e al dibattito dicendo Primun Vivere  anche nella crisi. La rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica.
E la lettera di convocazione di questo incontro pone questa serissima interlocuzione “c’è una strada per guardare alla crisi della politica, dell’economia, del lavoro, della democrazia – tutte fondate sull’ordine maschile – con la forza e la consapevolezza del femminismo?”
Questa è una domanda centrale davvero per il nostro vivere, ed è centrale per tutte le generazioni, per le ragazze giovani, per noi donne più mature, e diciamo pure che è centrale per la convivenza umana nel suo complesso. Quindi questa è l’ambizione e  a Paestum ci veniamo per questo, le tematiche che si affronteranno saranno relative – come sempre il femminismo ha fatto – al vivere, alla convivenza nella polis a partire da sé: il lavoro che sarà una delle questioni centrali, le relazioni e poi il bene e il male, etc. Se vuoi focalizzare quelli che saranno i punti d’emergenza che ci terrano in  questi lavori comuni …

 

Lea Melandri.  Il titolo “Primum Vivere” riprende in modo ambizioso – focalizzandoli e proiettandoli anche in un orizzonte più ampio – quella che è stata la radicalità e l’originalità del femminismo al suo nascere negli anni ’70. L’idea che la politica andasse ripensata a partire da tutto quello che è stato considerato “non politico”, quindi a partire da quella separazione tra il corpo e la polis,  che è stato l’atto fondativo della politica: partire dal corpo, dalla sessualità, dalla maternità – tutto ciò che è stato considerato l’altrove, naturalizzato, sacralizzato e identificato col destino femminile; partire dalla soggettività , dall’esperienza del singolo,  con l’idea che nelle vite personali persiste sedimentata, depositata,  una storia che riguarda l’intero  sviluppo della specie  umana , che parte da lontano, dalla memoria del corpo, dalla vita psichica, dalle esperienze corporee del singolo, con l’idea che da lì vengono i modelli che poi si sono imposti nella società, nelle istituzioni, nei poteri e nei saperi della vita pubblica. Oggi i confini tra il corpo e la polis, tra il personale  e il pubblico sono saltati, le donne, che sono state identificate con la conservazione della vita,  con l’altrove della sfera pubblica, sono presenti su un terreno e sull’altro: sono nelle case e nelle famiglie ancora con il peso enorme di quella responsabilità, ma sono  presenti anche nella vita pubblica dove giustamente  pretendono di contare, di partecipare al governo del mondo e della convivenza tra uomini e donne, perché  non sia  più segnata dalla violenza e dal dominio che è stato storicamente delle civiltà e delle culture patriarcali.
Oggi il Primum Vivere vuole dire mettere al centro la persona nella sua interezza, cioè un soggetto uomo o donna restituito al suo essere corpo,  e l’essere corpo è sempre segnato dalla appartenenza a un sesso o all’altro; mettere al centro la vicenda dell’umano nella sua interezza, dicevo.
Noi siamo fragili, siamo dipendenti per gran parte della nostra vita; la cura non può essere lasciata alla vita intima, al rapporto di coppia, alla famiglia. La cura vuol dire riconoscere che gli umani hanno problemi enormi di dipendenza, di fragilità, per cui deve essere assunta come un problema e una responsabilità collettiva. Quindi non basta più la politica dello stato sociale. Anche se è vero che oggi c’è una grave crisi del welfare , non si può farne solo una questione di stato sociale; la sinistra ha sempre fatto appello per quanto riguarda i problemi della conservazione della vita allo Stato e ai servizi sociali. Oggi il problema va posto in maniera più radicale. Oggi che si sono imposte logiche di mercato, di profitto, una produzione senza limiti, che poi è sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, al centro bisogna mettere la persona. Il Vivere quindi è inteso non solo nel senso di “vita”, ma “buona vita”, buon lavoro, creatività, possibilità di dare espressione  a tutte le manifestazioni di vita dell’umano, di uomini e di donne. Quindi in sostanza è una critica radicale al modello di civiltà che ha avuto sì dei cambiamenti nel corso del tempo, per quanto riguarda alcuni aspetti dell’ economia e della politica, ma che è rimasto pur sempre  un modello dato e costruito solo dalla comunità storica degli uomini.

 

PB.  Su questi temi il femminismo ha veramente prodotto tanto sapere, tanto lavoro e anche molte pratiche. Paestum vorrà essere l’occasione per partire da qui e perché appunto possiamo confrontarci su questa domanda e anche sulle risposte che nel corso di questo lungo tempo abbiamo avuto; perché capita che nella crisi della politica che è diventata questa cosa brutta che vediamo tutti i giorni, nella crisi dell’economia che ci attanaglia, nella crisi della convivenza che è violenza e sui corpi delle donne agisce in modo parossistico, la risposta che viene data correntemente – da parte anche ovviamente dei progressisti e della sinistra – è di fare un po’ di posto cosicché le donne si possono accomodare un po’, assimilare un po’. Il punto di vista del sapere femminista non è questo, di accomodarsi un po’, di assimilarsi un po’ a un ordine che non corrisponde alle condizioni del vivere. Tu su questo sei una maestra …

Lea Melandri. La situazione oggi è estremamente complessa, ambigua, contraddittoria, in modo particolare per quanto riguarda l’aspetto che sottolineavi: se da un lato c’è ancora – in Italia sicuramente, ma anche in altri paesi  – una enorme marginalità delle donne  nella sfera pubblica, un aggravio delle funzioni domestiche, etc, c’è anche una richiesta invece che viene proprio dalla sfera pubblica, dalla nuova economia, ma anche dal mercato, dalla pubblicità, dalla televisione,  una richiesta e una valorizzazione di quelle che vengono chiamate le doti femminili,  il valore femminile, il talento femminile oltre che di occupazione femminile. Su questo è bene discutere a lungo perché può essere valutato da punti di vista diversi.
Il femminismo ha percorso anche su questo strade diverse: un discorso di emancipazione, desiderio di contare, di essere più presenti nei luoghi dove si decide,  e  questa è sicuramente una delle spinte che si sono evidenziate negli ultimi tempi;  e un aspetto, come dicevo prima, più radicale che pretende di interrogare a fondo anche la mancanza di autonomia delle donne nel modo di pensare, di sentire, una mancanza di autonomia che è dovuta semplicemente al fatto che,  per vivere o sopravvivere e anche per avere qualche potere, le donne hanno dovuto storicamente fare propri quei modelli: modelli imposti ma incorporati nella vita delle donne. Quindi c’è un grosso lavoro che va fatto sulla subalternità. Non si tratta di colpevolizzazione  -lo dico perché quando si fa questo discorso di mancanza di autonomia, di pensiero proprio, sembra sempre che si vogliano incolpare le donne. No,  la storia, secoli di subalternità, di mancanza di libertà non producono  immediatamente una visione propria del mondo, tanto più che alle donne è stato sempre chiesto di vivere per l’uomo e in funzione dell’uomo, dei suoi modelli e della sua cultura. Oggi, dicevo, c’è una spinta a uscire da questa marginalità e allora anche la  richiesta e la valorizzazione del femminile che viene dalla sfera pubblica può essere vista come un’opportunità.      Escono in continuazione articoli sui giornali economici sul management femminile, sul diverso stile del management; escono anche molte riflessioni di donne manager sulla possibilità di cambiare i tempi e l’organizzazione del lavoro portando lì le doti femminili.  Su questo discuteremo perché io penso che il rischio sia di estendere alla sfera pubblica quelle che sono state le attitudini domestiche, capacità relazionali, di mediazione, senso di responsabilità, l’attenzione agli altri e così via, quindi che si vada di nuovo a una complementarità aggiuntiva, un “valore aggiunto” in sostanza. Su questo sicuramente dovremo discutere.
Penso che la posta più alta e più ambiziosa di questo convegno sia vedere se è ancora così importante per noi  – e se possiamo quindi ancora partire da lì- l’assunto iniziale del femminismo, che è stato – dicevo prima – la soggettività, il parlare in prima persona, uscire dalle logiche di genere: le donne sono state  confinate in un genere e anche le battaglie di emancipazione nel corso dei secoli sono state sempre fatte in nome del genere; il genere poi voleva dire il materno, le doti materne usate come requisito di valore per chiedere una cittadinanza piena, come elemento di legittimazione.
Io credo che sia sempre importante il “partire da sé” – l’abbiamo scritto nella Lettera, abbiamo insistito molto su questo –  l’ autorappresentazione , il raccontarsi e riflettere sulle esperienze che facciamo  -oggi ovviamente non si parla più solo del privato, della sessualità, della maternità, del corpo – anche se io penso sia ancora necessario farlo- , ma anche dell’esperienza che si fa nei luoghi della vita pubblica: chi è in un parlamento, in un partito, nei media, nella comunicazione. Sì, dobbiamo sostenere il desiderio di chi vuole contare, ma è anche importante  che venga raccontato cosa succede quando si entra in quei luoghi.  Di queste esperienze ormai ce ne sono molte e forse le donne che ne sono fuori  non vi hanno finora  abbastanza attenzione. E’ il momento che si parli anche di questo.

PB . Questo è quello che più si racconta. Noi sappiamo anche che ormai la esperienze sono tante, sono ricche, le pratiche delle donne che agiscono a partire dalla libertà femminile sono tante, anche guadagnate, si tratta di farne occasione di convivenza. E il passaggio della crisi che stringe tutti  questa occasione di convivenza la riapre e ci chiede di entrare su questo. E’ la cosa che è più interessante.
Così come è altrettanto interessante nella vs Lettera di convocazione, il punto della idolatria dei corpi: il femminismo ha fatto il lavoro del partire da sé, del pensiero incarnato, dell’esperienza che si fa narrazione e storia e ci troviamo di fronte a questa rappresentazione dell’iperfeticizzazione dei corpi, del ritorno della vendita, cose peraltro su cui tu hai aperto conversazioni  importanti su quotidiani nazionali, sul Corriere della Sera è uscito da poco un tuo bellissimo articolo con una riflessione molto interessante su questo disvalore che viene di nuovo riproposto della miss italia. E’ anche questo un tema che si incontra con le questioni della polis.
Quindi insomma le aspettative su Paestum sono molte e pensiamo che lo siano anche i diversi tavoli tematici che lì si apriranno. No? Perché questo convegno è stato convocato così, con una ipotesi di libera conversazione per lavorare sulle questioni urgenti che nel nostro paese emergono come centrali: il lavoro, la questione della cura, la questione della rappresentazione che ci mette in colloquio anche con le diverse generazioni.  Anche questo sarà interessante a Paestum, decere come avverrà questa conversazione tra generazioni  …

Lea Melandri. Del protagonismo del corpo oggi  abbiamo voluto farne uno dei temi; abbiamo voluto mettere in evidenza come anche questo sia uno degli aspetti più ambigui della condizione femminile di oggi, del rapporto uomo-donna. I corpi che vediamo in scena nella vita pubblica dicono sì che c’è una maggiore libertà  – sicuramente  hanno perso molti dei vincoli che le donne hanno subito nel passato-, ma portano i segni della storia che li ha costruiti secondo quello che è l’immaginario maschile. Che poi siano oggi le donne a impugnare attivamente, come potere, la seduzione e la maternità, è un dato che ci costringe a riflettere se questa sia, appunto, libertà o no.  Avere maggiori possibilità di scelta di per sé non vuol dire la liberazione- come avevamo intuito negli anni ’70-  dai modelli interiorizzati.
Abbiamo sottolineato, parlando del corpo, la questione  della violenza , l’accanimento maschile su corpi di donne a loro legati da profondi legami affettivi: l’amore, la sessualità, i legami familiari. Gli omicidi in famiglia rappresentano un problema enorme, su cui  il femminismo da anni ha costruito pratiche politiche importanti, una questione che tuttavia ancora non arriva ad essere assunta per la gravità che ha, come questione politica, culturale, da parte di chi ha parola nella vita pubblica.
Abbiamo sottolineato in modo specifico alcuni temi, l’idea però è che i gruppi che si formeranno  discutano di tutti questi temi, non vogliamo dividere e specializzare di nuovo; vogliamo che tra queste tematiche si comincino a trovare dei nessi che ci sono, che vuol dire anche far incontrare  pratiche diverse. Se  anche si sono diversificate nel corso degli anni oggi magari possano trovare dei percorsi comuni, il che significa anche una forza collettiva. E’quello sempre che ci si augura, no? Di trovare la forza collettiva per cambiare davvero le nostre esistenze e per scuotere l’ irresponsabilità della cultura e della politica maschile. Perché dopo 40 anni di femminismo non è più possibile sentirsi dire “non abbiamo capito, non abbiamo sentito”

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