Il potere della cura

4 Ott

Iaia De Marco

Ma la cura non è una forma di ‘potere’?
La cura è in grado di organizzare il mondo cui rivolge la propria azione, esprimendo e realizzando una visione del mondo. Questa forma di potere potente si è dimostrata in grado di perpetuare la vita e/o ripristinarne le condizioni in ogni situazione, parallelamente e, spesso, malgrado e al di là delle crisi determinate dal potere dominante (guerre, esodi, catastrofi naturali, depressioni economiche). È una forma di potere mite, la cui modalità di fondo è la relazione (cioè rapporto tra soggettività) vs il rapporto di forza (conflitto tra gruppi al loro interno omogenei). Si tratta di una pratica di potere sviluppatasi all’interno di un genere che, ormai formulata in elaborazione teorica, oggi può (e deve) diventare modello generale, perché è un modello trasformativo, basato sulla produzione di valore, adeguato a sostituire quello ormai al declino centrato sul consumo.

Il problema è, come affermano Masotto e Pezzuoli « evitare, come sta accadendo, che venga vissuto come parziale, rigettato in un ambito di genere e dunque cancellato nella sua forza radicale». Io credo che sia maturo il tempo per affermare il «sapere politico espresso dalle donne» come «pensiero politico buono per uomini e donne ». Rimando alle puntuali considerazioni di Letizia Paolozzi (cfr qui, n.21 “Chi resiste alla cura delle donne?”) per non ripeterle, non mancando, però, di rimarcare l’opportunità di allargare il discorso alla condivisione maschile lì sostenuta.
Insomma, io lotto per far diventare questo pensiero egemone. (En passant , trovo, al riguardo del riconoscimento sulla scena pubblica del lavoro di cura, decisamente criticabile e meritevole di essere duramente avversato un provvedimento quale la progressiva equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini).
Mi associo all’interrogativo di Bianca Pomeranzi «sul perché non riusciamo, nonostante le analisi e le pratiche, a “spostare” la coscienza collettiva di un paese che balbetta attorno a pochi leader, casualmente tutti uomini, senza riuscire a vedere che cura, lavoro e politica sono ormai un unico terreno di confronto e d’azione per avviare un reale cambiamento verso la democrazia», auspicando che Paestum sia l’occasione per un’analisi non pregiudiziale sulle forme di occupazione della scena pubblica da parte delle donne. Sono per me condivisibili le osservazioni proposte da Laura Cima e Nadia Gambilongo.
Una volta ho avuto modo di esprimere a Luisa Cavaliere una considerazione al riguardo forse, ho trovato la quadra tra la teoricamente condivisa “schivata” dal potere (maschile) murariana e la nostra voglia di incidere per modificare il discorso pubblico. L’ho trovata – narrativamente – nella citazione riportata da Latouche del sub comandante Marcos: «La presa del potere? No, una cosa appena più difficile: un mondo nuovo, un mondo in cui hanno posto altri mondi […] Noi vogliamo partecipare direttamente alle decisioni che ci riguardano, controllare i nostri dirigenti, e obbligarli a comandare obbedendo. Noi non lottiamo per la presa del potere, lottiamo per la democrazia, la libertà, la giustizia».
Orientare e controllare il potere, è questo che mi interessa, qui e ora per me, e per le generazioni future. Il mio attuale impegno nella costituzione di A.L.B.A. trova una sua ragione proprio nel fatto che questo soggetto politico nuovo assume nel suo orizzonte teorico molte delle pratiche femministe e la cura come forma politica. [dal Manifesto di fondazione A.L.B.A.: nasce da un’istanza diametralmente opposta a quella che ha guidato quasi tutti i processi organizzativi novecenteschi. Organizzarsi, secondo quel modello significava unificare gli identici, raccogliere in un unico contenitore (modellato gerarchicamente sulla struttura statale) gli “omogenei” – coloro che condividono gli stessi valori, gli stessi linguaggi, gli stessi ideali, gli stessi interessi e gli stessi luoghi. Crediamo invece che organizzare, oggi, voglia dire mettere in connessione le diversità].
Infine, Accolgo l’invito di Giordana Masotto e Giovanna Pezzuoli a interrogare le parole che hanno segnato la storia e il pensiero del movimento delle donne, segnalando: ‘conflitto’, la cui declinazione concreta interna al movimento si è spesso ridotta a una pratica di litigiosità, affatto diversa da quella maschile e dalla quale vorrei che la discussione di Paestum fosse esente.

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Una Risposta to “Il potere della cura”

  1. Severo Laleo 5 ottobre 2012 a 18:15 #

    homo homini cura

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