L’inferno dell’Ilva di Taranto

4 Ott

Imma Barbarossa

Mio figlio vive a Bari ma insegna diritto del lavoro all’Università di Taranto. La finestra dell’aula dove fa lezione ha  come orizzonte l’Ilva. Il primo giorno di lezione si sentiva una forte puzza di ‘gas’: chiese al bidello se si fosse rotto qualche tubo del riscaldamento. La risposta fu: è sempre così.

Due giorni fa mi ha fatto fare un giro intorno all’Ilva e ai margini del quartiere Tamburi,dove abitano prevalentemente le famiglie degli operai. Ho visto i ferri delle transenne e tutto ciò che è di metallo di colore rosso; nonostante le piogge e le nevicate di quest’inverno la polvere rossa non è venuta via perché è attaccata.

Mio figlio mi dice che di sera quando esce dai consigli di facoltà vede l’Ilva tutta illuminata,enorme,con fumi rossi,arancione e blu: l’Inferno dantesco.

Sono state ammazzate migliaia di pecore perché avevano brucato erba vicino all’Ilva; c’è diossina nel latte materno; c’è diossina nei cibi dei bambini e delle bambine della scuola dell’infanzia.

In questa situazione ottocentesca (“Germinal” di Zola e “La condizione della classe operaia in Inghilterra” di Engels) c’è una situazione postmarxista e postmoderna: gli operai in maggioranza difendono il posto di lavoro e…l’azienda. Il conflitto di classe è cambiato. L’Azienda non può smettere la produzione,l’Europa ha bisogno dell’acciaio dell’Ilva,gli operai hanno bisogno di produrre l’acciaio.

Qui davvero si capisce dolorosamente il senso del biocapitalismo: il capitalismo mangia la vita,la mente,l’anima.

Ovviamente il mio sostegno va al ‘comitato di lavoratori e cittadini liberi e pensanti’,dove ci sono tante donne. Se nel nome ci fossero state anche le lavoratrici e le cittadine,sarebbe stato meglio. Ma ahimé nelle emergenze,anche nelle emergenze il simbolico maschile è quello visibile.

Ho scritto per comunicarvi la mia angoscia di ‘libera e pensante’.

 

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