Femminismo, neopatriarcato, nuovi movimenti

5 Ott

Paola Melchiori

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Mi sembra importante vedere alcune delle difficolta’ che vive il femminismo oggi , e tutte noi, proprio quando i suoi temi sono diventati così visibili nello spazio pubblico.Non posso che farlo dalla mia collocazione, che e’ la prospettiva del movimento internazionale nato sull’onda delle Conferenze ONU degli anni ottanta-novanta, un movimento di continua ricerca di somiglianze e differenze che servivano ad illuminare il quadro delle cose che stavamo vivendo, sia quello globale che quello delle nostre situazioni locali.  Mi pare non si possa  prescindere dall’individuazione di una serie di elementi che rendono il quadro attuale molto diverso da quello in cui il femminismo degli anni settanta si è affermato. Preferisco parlare piuttosto di neopatriarcato che di postpatriarcato perche’ la fase attuale mi sembra molto intrigante e il “post” mi pare potrebbe far nascere troppe illusioni.Il movimento internazionale delle donne è caduto in una certa invisibilità dopo la fine delle conferenze ONU che lo avevano sostenuto e favorito (malgrado ciò non fosse certo nei loro obbiettivi). E questo non solo in Italia dove non sono state moltissime le esperienze di confronto transnazionale.  La fine delle Conferenze ha significato di fatto un abbandono del movimento alle sue proprie forze, ed è coinciso troppo rapidamente  con un momento storico che ha fatto virare le scoperte delle donne contro di loro. Agli aggiustamenti strutturali, che hanno usato a piene mani la consapevolezza dell’ importanza del lavoro femminile per sfruttarlo meglio, si è aggiunto l’emergere dei fondamentalismi religiosi.

E cosi’ l’uscita delle donne, per iniziativa propria, dal posto loro assegnato da secoli, ha significato non solo una imprevista resistenza “culturale” ma anche l’eliminazione improvvisa dei meccanismi classici di ammortizzazione economica, sociale ed emozionale.  E questo si è semplicemente dimostrato intollerabile per tutti, (compreso per gli uomini che si dicono progressisti).
E’ in questo contesto che va letta  l’esplosione di questa violenza senza precedenti contro le donne che percorre, con cifre paurose, i paesi emancipati del Nord Europa fino all’ultima periferia latinoamericana, che non possiamo solo imputare  all’emersione di qualcosa che prima c’era ma non veniva denunciato.Tutti hanno (e abbiamo noi per prime), sottovalutato il livello di violenza che la sottrazione di totale “disponibilita’ femminile”, potremmo dire alle “cure” di tutti i tipi, ha scatenato negli equilibri personali e sociali o quello che, semplicemente, essa ha rivelato.
Ci troviamo oggi di fronte a un difficile quadro, che definirei neo-patriarcale, che salda gli elementi di un patriarcato classico e fondamentalista a quelli di un patriarcato moderno, liberale e superilluminato, che afferma che il femminismo sarebbe ormai demodè poichè iresidui premoderni di cui -si occupa saranno spazzati via dal trionfo delle democrazie neoliberali. (E questa posizione è condivisa da molte giovani donne nate in un tempo dove alcune libertà sembrano tanto naturali quanto prima erano naturalmente negate.) La misoginia piu’ virulenta  unisce questi scenari.

Viene a configurarsi una scena radicalmente diversa rispetto a quella degli anni settanta, i cui paradossi sono particolarmente evidenti soprattutto nello  spazio pubblico della politica.
Malgrado il fatto -ad esempio- che oggi la presenza e la leadership materiale dei movimenti sociali sia tutta al  femminile, la scena pubblica, decisionale e intellettuale, salvo poche eccezioni, rimane tutta al maschile e, come nel ‘68, ai tempi degli “angeli del ciclostile”,il lavoro politico sociale delle donne resta sempre percepito come il “lavoro domestico nella societa’”.
Negli spazi  pubblici di alto livello, malgrado i corpi femminili circolino anche come corpi pensanti , le donne accedono spesso al potere ancora attraverso la protezione di uomini, o in quanto parte simbolica o reale di una coppia, o perché qualche uomo illuminato apre loro la via. E le donne che occupano spazi di potere nel pubblico scontano una difficoltà di posizione che è strutturale: la difficoltà di rendere identificabile, nell’uso del potere e nelle scelte politiche, la differenza che possono e potrebbero fare.

Nello stesso tempo destre fondamentaliste e militariste, riescono (in modo molto più abile della sinistra) a usare pienamente i guadagni del femminismo: la destra  si e’ dimostrata capace di giocare la femminilità assoluta, combinata con l’asservimento e la potenza del materno, insieme all’emancipazione.

Le  nostre lotte femministe sono cosi strette in una trappola dove la repressione fondamentalista si allea all’illuminismo neoliberale, ugualmente misogino. E questo rende molto piu’ complesse sia le lotte che i messaggi possibili. Cio’ e’ particolarmente visibile nello spazio pubblico, nella gestione di proposte  che vadano al di la’ di lotte puramente difensive.  Ci si muove purtroppo in un  terreno dove il nostro lavoro  di individuazione dei legami nascosti tra fenomeni apparentemente lontanissimi  non ha avuto il tempo di essere compiuto, dove non si è ancora consolidato né concettualmente né nelle sue pratiche o modalità organizzative un nostro spazio, dove la storia- per così dire- ci precede.
Uno degli aspetti di questo lavoro incompiuto è l’illuminazione dei nessi che legano il patriarcato al capitalismo e alla questione della democrazia, l’altro la valorizzazione di pratiche alternative sul piano della gestione e della concezione del potere.
Parte delle difficoltà per il  femminismo di rendere le proprie analisi visibili e praticabili è responsabilità di una sinistra che ha perso il suo orizzonte e non riesce a vedere i guadagni che l’analisi femminista apporterebbe nella comprensione della realtà e nella invenzione di nuovi progetti politici.

Esiste anche una responsabilità nostra: la subalternità delle donne della sinistra ai propri partiti  nell’identificarsi con l’approccio “gruppo  vulnerabile” rinuncia a quella pratica essenziale degli anni 70 che consisteva nel ridefinire le proprie questioni in mondo autonomo, nel porre le proprie priorità e affermare la legittimità di un altro sapere e con ciò di altri paradigmi possibili.
Compiere quel lavoro di cui parlo sopra mi sembra che oggi significhi la capacità di illuminare lo strato patriarcale del capitalismo.
Nessun altro lo può fare se non chi lo vive, e da una certa posizione. L’insieme del confronto tra queste posizioni può creare mappe collettive del funzionamento e dei legami interni tra sistemi apparentemente lontanissimi.Significa guardare la società da tutte quelle zone nascoste che “naturalmente” scivolano sotto la cura delle donne e come tali stanno nell’ombra.
Significa avere della società o della democrazia e delle regole che la devono sostenere  una visione più completa, sia nel senso della complessità-estensione dei fenomeni che nel senso della profondità, perché si prendono in esame tutti gli aspetti, anche quelli più invisibili.

Le definizioni di democrazia/pace/guerra/giustizia/sicurezza, sono diverse in questa prospettiva, osservate da queste posizioni.
Dobbiamo mantenere le condizioni e gli spazi per questo sguardo, per un  rovesciamento di prospettive, per una  ridefinizione autonoma delle questioni, delle priorità, delle forme organizzative. Queste sono le condizioni per una nostra ridefinizione della politica.

E questo significa anche non cedere sulla nostra metodologia di conoscenza: esperienziale, complessa, non frammentata, pluristratificata, molto specifica e molto generale ad un tempo (il che ci permette anche di ridefinire il concetto di concretezza):non dobbiamo accettare la confusione tra patriarcato e capitalismo: dove gli altri vedono capitalismo, nazionalismo, razzismo, bisogna essere capaci di vedere e far vedere lo strato patriarcale più antico.
Non dobbiamo accettare il ricatto dell’approccio più globale. L’approccio più globale è il patriarcato.

Non dobbiamo accettare l’ alternativa tra  separatismo e lavoro in ambiti misti : le donne oggi lavorano normalmente in ambiti misti , è un segno di influenza e rispetto guadagnato. Tuttavia il movimento e anche coloro che occupano posizioni di potere ancora vivono sui residui delle visioni e  delle posizioni radicali rese possibili da un movimento che ha ridefinito tutte le questioni a modo suo, autonomamente e controcorrente, in un modo che sarebbe stato impossibile e ed impensabile in uno spazio misto e senza la metodologia dell’autocoscienza e il dare valore al confronto tra le  esperienze. Gli interessi maschili non sono gli stessi di quelli femminili e questo è occultato negli ambiti misti.

Cio’ si vede benissimo all ‘interno dei  “nuovi movimenti”.  Essi segnano, per fortuna, un avanzamento e una cesura rispetto ai movimenti politici classici. Ma sono, su questa questione, estremamente contradditori.

Mi pare evidente che essi sono  intrisi della valorizzazione delle caratteristiche femminili. Tutte le loro parole chiave chiamano ad una società, ad un immaginario opposto a quello della crescita, le cui caratteristiche rimandano tutte ai valori di  una società maschile, guerriera ed iperproduttiva.  Inoltre essi sono movimenti popolati da donne che praticano, penso con gioia, molte delle pratiche di democrazia diretta, di inversione delle priorità nel vivere, di economia delle relazioni. Sicuramente alcune delle caratteristiche del femminile storico trovano finalmente spazio e valorizzazione. Tuttavia mi stupisce il fatto che non ci siano rivendicazioni né conflitti particolari  né richiesta di tematizzazione di “patriarcati interni”, come era sia nei forum sociali sia nei movimenti politici classici.

Inoltre nel mondo ideale evocato dalle  “economie della felicità”, da queste  alternative, almeno sul piano dell ‘immaginario, inquieta un po’ l’assenza di uno sguardo storico-sospettoso sul passato che non tenga insieme il ricordo di come le  migliori utopie possano trasformarsi nei peggiori incubi.

E non solo perche’ banalmente la storia insegna alcune  utopie trasformarsi in incubi e probabilmente tanto più quanto più nate come “promessa del bene”, o affidanti l’ avvento del bene ad una specie di “alternativa assoluta al male”, ma perché, meno generalmente,  il pensiero delle donne ha esteso lo sguardo a elementi sommersi, invisibili della società, rubricati nel privato, nascosti dentro le case e le famiglie, elementi  che hanno dovuto cambiare o dovrebbero cambiare  non solo paradigmi del diritto, dell ‘economia, della ricerca scientifica e disciplinare in vari ambiti   ma anche definizioni di eventi storici.

Mi pare che alcune delle parole chiave di questi movimenti non possano esimersi dal testare il loro valore e la loro estensione o la loro non neutralità con questo metodo.

Ed e’ con questo metodo in testa che voglio prendere alcune delle parole chiave, il cui denominatore comune è quello di immaginare il vivere, l’organizzazione sociale, secondo priorità invertite rispetto all’ economicismo di una società basata sulla crescita.

Tra le parole chiave dei nuovi movimenti ad esempio sono cruciali :

  • la comunita’
  • i beni comuni
  • la  necessità di decolonizzazione dell’ immaginario
  • il lavoro non produttivo, di cura etc. versus l’ossessione produttiva
  • le relazioni umane versus  il lavoro, etc.

Mi inquieta la  nominazione di questi spazi  di buon vivere, armonizzati e unitari, dove non/ poteri e non/ conflitti sono troppo considerati come  garantiti  da paradigmi ancora  neutri.

Come si fa a parlare di beni comuni senza citare esplicitamente quel bene comune che è il complesso delle cure riproduttive a tutti i livelli che si svolgono tra esseri umani?

Come si fa a non chiedere quale è davvero la posizione delle donne come singole individue nelle società comunitarie o anche matriarcali cui oggi spesso si fa riferimento?

In questi movimenti si parla delle meraviglie della cura. Nel femminismo si sta discutendo su una distinzione tra “cura” e “lavoro” di cura. Come si fa a dimenticare che la cura significa anche la cura di sofferenze che sembrano non finire mai, stanchezze infinite, esaurimenti delle energie vitali, e che su questi aspetti del vivere  si sono costruiti diritti e doveri, privilegi e poteri, conflitti e violenze.  Non si può non parlare o non riattraversare anche le parti oscure di questi aspetti relazionali degli umani.

Mi domando  se, per non solo ripensare ma rendere anche operativi tutti questi spostamenti dal lato della polarità anti-homo economicus, e anti homo maschilista  non siano necessari riattraversamenti e ripensamenti più complessi. Come si decostruisce non un singolo elemento della polarità ma la polarità stessa che oppone e mette a complemento le caratteristiche umane secondo strutture sessuate? Invertire o inglobare la polarità a rovescio non basta. Decolonizzare l ‘immaginario non è cosa semplice. E l’immaginario di chi ha un potere comunque da perdere è infinitamente astuto, come lo sono i desideri di sopravvivenza e le razionalizzazioni che li alimentano. Ogni singolo sessuato è in qualche modo, nel suo equilibrio,  ancora fondato sulla dicotomia ancora presente nelle identità sessuali. In questo sistema di dominio cosi  naturalizzato, anche  chi si sente vittima ha sviluppato tecniche di inganno, controrisposte, una cultura subalterna non cosi’ impotente, che, per “tirare avanti” senza perdere il rispetto di sé, ha elaborato contropoteri e onnipotenze immaginarie.  Le polarità opposte e complementari che stanno alla base delle identità e delle polarizzazioni simboliche e materiali nel sociale, quando vengono decostruite, sovvertono e

equilibri di sopravvivenza personali, economici, sociali.

In questo contesto e’, certo,  estremamente importante il lavoro di quegli uomini  che si occupano della  decostruzione della mascolinità.

Ma nelle relazioni, “buone vite”, etc., di cui cosi tanto si parla in questi ambiti come si fa a non tematizzare anche ad esempio la questione  di quell’assetto delle pulsioni /desideri etc . che è la famiglia?

Come dimenticare che il desiderio di smantellare tutti gli aspetti del patriarcato è per le donne una condizione di sopravvivenza, mentre per gli uomini può essere semplicemente condizione di comprensione-empatia. Il sapere non viene dall’empatia, ma dall’esperienza in prima persona. Essa è il nostro punto di partenza  e la nostra forza teorica.

Purtroppo già la mascolinità è parzialmente decostruita  e di questa decostruzione avvenuta stiamo vedendo alcuni dei risultati più violenti, e proprio nella misura in cui è cosi difficile  tematizzare esplicitamente e simbolizzare  le perdite di potere che vi sono implicate.

Infine nella parte di questi movimenti legata all’ambientalismo, la metafora del materno, associata alla natura  è un ‘altra delle parole chiave, e’ un nodo cruciale, troppo poco interrogato. Certo,  il materno rimane ancora,  insieme alla sessualità, e malgrado gli evidenti “costi” un luogo  immaginario, tuttora attivo, di contropotere femminile. Anche questa metafora e il suo uso in associazione con la natura necessitano di uno sguardo un po’ piu’ complesso e “sessuato”.  Forse oggi che la maternità è una libera scelta, almeno per molte, o lo può sempre più divenire, oggi che i doni possono essere “liberi doni” e non “doni forzati” dalla propria biologia, possiamo immaginare una relazione con la biologia e anche con la natura più libera da proiezioni antropomorfiche.

Mi domando infine  se  in questa nuova fase neopatriarcale, dove i ruoli sono più confusi, in questo  universo più “femminile”,  la cancellazione della materialità del lavoro delle donne  non avvenga comunque in altra forma, non vedendo il conflitto, attraverso la  costruzione di una figura  dove il dualismo che invisibilizzava il contributo femminile con la forma del dominio diviene  cancellazione per osmosi.  Viene da domandarsi: perché  è  cosi difficile dare pari rappresentatività adeguata a questo mondo di donne che  popolano e  lavorano dentro questi movimenti? Come si sistemano in questi nuovi movimenti  le disparità di poteri, le gerarchie, le materialità dei lavori ingrati ?

Forse,  al di là della rivendicazione di  presenze e rappresentatività, di riconoscimenti di invenzioni,   l’ intersezione più utile è  proprio la capacità di mantenere “estrema  vigilanza” oggi sulle modalità concrete di avvento dei nuovi paradigmi, e sul come avviene la trasformazione di questa economia sessuale della crescita in quella della decrescita, sia nell ‘immaginario, che nelle teorie, che nelle forme di partecipazione al suo interno, in termini di modalità, contenuti, proposte, formazione di un immaginario anche linguistico e terminologico, che non può ri-neutralizzarsi, se pure con buone intenzioni. Decolonizzare l ‘immaginario è una autocoscienza per tutti mai finita, una interrogazione impietosa e anche sospettosa dei propri sogni, utopie, desideri, dei due generi.

E’ vigilanza sui poteri,  sulle  decolonizzazioni apparenti e reali, sulle ripetizioni  che non si vedono a occhio nudo, su come si ridisegnano i poteri, quelli evidenti e quelli più occulti.

Se facciamo questo lavoro forse alcune questioni muteranno di senso e o di estensione , ci obbligheranno a discutere e confliggere , ci faranno uscire da armonie ritrovate troppo velocemente.

Cinthia Enloe, una femminista americana che ha studiato insieme i campi più lontani tra loro come il militarismo e gli assetti sessuali,  consiglia di andare sempre a vedere dove sono e cosa fanno e che spazi occupano le donne, prima e dopo le rivoluzioni, dopo i grandi cambiamenti, le grandi svolte, dopo i successi di rivoluzioni.

Da queste collocazioni, secondo lei,  si capisce cosa è cambiato davvero.

 

 

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Una Risposta to “Femminismo, neopatriarcato, nuovi movimenti”

  1. pier paolo vaccari 31 ottobre 2013 a 11:47 #

    Gentile signora, ho letto, non senza qualche difficoltà in alcuni punti, il suo lungo articolo. Sono un uomo anziano, e solo recentemente mi sono convertito, per così dire, al femminismo; che rappresenta un territorio per me sempre più affascinante Mi è sembrata particolarmente importante e lucida l’analisi relativa ai cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni; fase che lei ha definito neo patriarcato. Vorrei osservare da parte mia che un processo di tale portata sfugge probabilmente a ogni tipo di analisi; esso sembra essere più un problema di relazioni che un problema di contenuti. Arrovellarsi sui contenuti e sulla valutazione della loro evoluzione forse non porta molto lontano. Voglio dire che la dinamica dei sistemi complessi è largamente imprevedibile e apparentemente casuale. In essa hanno particolare importanza le relazioni, cioè i collegamenti di rete. Può darsi che le cosiddette “quote rosa”, a un certo momento e senza nessuna ragione apparente, anzichè aumenti graduali, realizzino un incremento “catastrofico” (in senso buono), dopo di ché le cose non saranno più come prima.
    A quel punto non avrà neppure più senso parlare di femminismo.
    Ciò non significa naturalmente che dobbiamo stare a guardare, aspettando gli eventi; ma comporta una maggiore consapevolezza del fenomeno; che travalica largamente le prese di posizione personali o settoriali.
    Cordialità.
    Pier Paolo Vaccari

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