Donne che ascoltano

8 Ott

Paola Zaretti

Care amiche, mi scuso per il ritardo. Vi mando alcune riflessioni che avrei voluto portare all’incontro al quale purtroppo non mi è stato possibile partecipare. Grazie per l’attenzione.

“Non è giusto diventare un Paio d’Orecchie”
(C. Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1973)

Forse bisogna avere delle piccole orecchie per ascoltare le donne, le loro storie, le loro peripezie, per cogliere fino in fondo il Tragico della condizione femminile.
Piccole come quelle di Arianna…il doppio femminile di Dioniso.

Sii saggia, Arianna!…
Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:
metti là dentro una saggia parola!…

Piccole come quelle di Carla Lonzi che piuttosto che scegliere di “diventare un Paio d’Orecchie” come quelle appiccicate alla testa di coloro che hanno finito per fare della psicanalisi una “professione” triste, una pratica che ha allontanato molte donne dal femminismo e dalla politica, rassegnate – con buona pace degli psicanalisti – ad accettarsi come “oggetto del desiderio dell’uomo” (Lacan) – scriveva:

Magari dovrei io stessa andare da un analista e poi passare al professionismo. Ma veramente m’interesserebbe occuparmi di qualcuno professionalmente, su una falsariga scientifica rivelatami da altri? (C. Lonzi, Diario di un femminista, 1975, p.777)

E poi:

Dovrei diventare psicanalista perché quello che io do diventi un prodotto che si paga. Ho bisogno di essere pagata. (Ibid.,1974, p. 693)

E ancora:

Mi sono svegliata, dopo una notte tranquilla, con dei pensieri sulla psicoanalisi. E’ vero che si tratta di una terapia e basta, e dà, al massimo, un individuo guarito, non liberato (…) E l’analista è un professionista non un poeta. (Ibid.)

I riferimenti di Lonzi alla psicanalisi, ai suoi concetti e al setting (transfert e controtransfert, inconscio, identificazione, pulsione, “sedute”) e a un certo numero di psicanalisti/e (Freud, Jung, Kristeva, Groddreck, Klein e persino Lacan), sono davvero molti nel  Diario e il suo sguardo interessato a questa disciplina – unitamente a qualcosa di molto più radicale – contribuisce a collocarla, all’interno del gruppo di Rivolta e in rapporto alle altre donne, in una posizione carismatica del tutto asimmetrica, in una posizione di “primogenitura”, di soggetto investito di una “rivelazione”, di una “missione” non esente, inizialmente – come lei stessa ammetterà più tardi, –  da un certo “fanatismo” (Ibid., p. 319) di cui era perfettamente consapevole.
Non era esente, Lonzi – che pure era una teorica – neppure da una critica alle teorizzazioni fondate sempre, così pensava, su “un principio di autorità” ereditato “dalla cultura precedente o da una conferma intorno a sé”, destinati a supplire al vuoto lasciato da una risonanza mancante.

Non si è chiesta perché teorizzavo? Perché non avevo risonanza. (Ibid., 14 gennaio 1973, grassetto mio).

Lonzi era una che credeva in una possibilità e la faceva esistere nonostante sapesse bene,  che “Il profeta è solo e alla fine è beffato”. (Ibid., p.275). Sono un “santo” o un “buffone”? – si chiedeva Nietzsche.
Guarigione non è liberazione, tra l’una e l’altra ce ne corre – anche questo lei sapeva. Di qui la necessità, primaria per le donne, di “modificare se stesse” attraverso la pratica autocoscienziale che negli anni ’70, –  prima ancora che un desiderio, era una necessità esistenziale  –  era, come si legge in Non credere di avere dei diritti – “l’altra faccia di ogni progetto di modificazione della società”.
Si trattava dunque e si tratta, ora come allora, di riconoscere in quest’”altra faccia”, in questa necessaria modificazione di sé, una questione preliminare ad ogni progetto di trasformazione sociale, ad ogni discorso politico sulla “politica delle donne” e sulle eventuali azioni da intraprendere in tale ambito.
“L’azione” – ricordava Lonzi – “deve scaturire dalla scoperta di noi stesse” (Ibid., p.713) e la necessità di intreccio fra i due processi lo troviamo ribadito, del resto, anche nel titolo di “Sottosopra” rosa: La modificazione personale e l’agire politico. A dire che non c’è l’uno senza l’altra. E persino, nel ’78,  quando “il Femminismo aveva consumato la sua parabola ascendente” e Lonzi stessa viene presa dal dubbio che la propria pratica possa essere per le donne una “trappola” (Cfr. Boccia, L’io in rivolta p. 98), scrive:

non credo più ad una classe di persone indipendentemente dalla coscienza individuale. Non rivoluziona un bel niente. (Lonzi, Diario, p. 549, grassetto mio)

“L’idea che la politica femminile” per essere altro da una ideologia, dovesse essere portatrice di una sua “irriducibile diversità”, nasceva dunque, in quegli anni, dal riconoscimento della necessità di questa doppia trasformazione, dall’impossibile scissione delle due anime del femminismo.
A queste DUE anime, ancora vive, e all’eroica resistenza da loro opposta a ogni programma di reductio ad unum, si fa giustamente riferimento nella lettera delle promotrici dell’iniziativa di Paestum:

come evitare che in alcune la consapevolezza basti a se stessa e si arrenda di fronte all’esigenza di imporre segni di cambiamento e alla fatica del conflitto? E in altre la spinta a contare le allontani dalle pratiche di relazione?

E’ un passaggio chiave da cui s’intravvede il nodo insoluto che il Femminismo da sempre si trascina. Ma poiché la consapevolezza viene considerata, nel contesto, una  meta raggiunta, un’acquisizione avvenuta (e non c’è da dubitare che per molte donne lo sia) e si tratterebbe di guardarsi dai risvolti negativi dell’autosufficienza, vale forse la pena chiedersi dove, per quali vie, attraverso l’esperienza di quali pratiche e di quali processi sia oggi possibile, soprattutto da parte delle donne di nuova generazione, la conquista di quella consapevolezza, di quella modificazione soggettiva auspicate, di quella “duplicazione di coscienza” (Lonzi) a cui il femminismo degli anni ’70 aveva dedicato, sia pure in tempi, in modi e in luoghi diversi, attenzione, passione, tempo ed energie.
C’erano dei Luoghi, allora, in cui quel processo aveva un inizio, un andamento, un suo farsi e disfarsi, finalizzati al raggiungimento della maturazione di una coscienza femminile di sé attraverso una serie di procedure diversificate: dalla pratica dell’autocoscienza, alla pratica dell’inconscio (decisa a piegare gli “strumenti teorici” della psicanalisi tradizionale  “all’impensato”, cioè alle relazioni tra donne) al contributo, più tardi, di Irigaray per la quale la modificazione delle donne, aveva un nome: Conversione al femminile.
Era il 1990 quando Maria Luisa Boccia, nella sua Introduzione a L’Io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi – la sola monografia esistente, per quel che ne so, a lei dedicata – avvertendo già allora, con acuta sensibilità e grande anticipo sui tempi, i “vuoti” che si sarebbero spalancati una volta abbandonata la pratica autocoscienziale, “la pianta” da cui sarebbero nati i frutti tardivi, così scriveva:

Rileggere dunque, con occhi resi attenti dalle più recenti e mature elaborazioni, i testi dell’autocoscienza consente di cogliere meglio a quali “pieni”, prodotti da quella pratica, oggi corrispondano invece dei vuoti. I testi di Carla Lonzi sono in questo senso una miniera di scoperte e di stimoli che venti anni fa trovarono menti meno pronte ad accoglierli. Il merito di Carla Lonzi non è quello di aver anticipato un pensiero che solo dopo ha avuto compimento e maturazione. E’ mia convinzione che l’autocoscienza, e i testi di Carla Lonzi lo testimoniano in modo esemplare, non abbia fruttato in modo uniforme, e non possa essere valutata prendendo a riferimento la medietà delle esperienze fatte allora. Mentre in molti casi il germe gettato ha lavorato a lungo sottoterra per mettere radici, vi sono stati casi (…) nei quali la pianta è cresciuta e ha dato rapidamente i suoi frutti. Molti di questi frutti sono stati raccolti tardivamente e acquisiti come un prodotto comune, misconoscendo la pianta che li ha generati, come è regola quando il frutto si distacca e ritorna alla terra. (Ibid., p. 10)

La metafora è chiara – e severa – e la parola che allerta e ingombra è “misconoscimento”. E se nel ’90 questo atto di misconoscimento di una parte del Femminismo nei riguardi della pratica dell’autocoscienza di Lonzi era già percepibile (Maria Luisa Boccia insiste su questo aspetto in diversi punti del suo libro e, in particolare, in una nota importante (n.17) riportata alla fine del Terzo capitolo in cui  rileva che il riconoscimento a Lonzi fu dato da Diotima “a mero titolo di esemplarità” soprattutto se confrontato con quello assegnato a Irigaray), a vent’anni e più di distanza non è forse superfluo interrogarsi, di nuovo, sullo stato di salute di quei “pieni” e sulla permanenza o meno di quei “vuoti”:

– Che cosa Vive, oggi, di quel percorso autocoscienziale e/o di altre pratiche affini, nella formazione personale e politica delle donne indirizzata a una nuova “politica delle donne”? Fare i conti con la psicanalisi, sia pure in versione critica, in un tempo non lontano, era “inevitabile”, era una “scelta politica” – commentavano così, alcune femministe milanesi che seguivano la linea di pensiero del gruppo parigino Politique et psycanalyse. (L’Erba voglio, ’74-75) i testi prodotti in quegli anni sulla “pratica dell’inconscio”.
– Che ne è di una delle DUE anime del Femminismo? E’ stato risolto il dilemma fra “fedeltà a se stessa” e “forza sociale”? E’ riuscito quel

ricongiungimento attraverso lo sbocco della prima via, quella che ha scavato nella profondità dell’inconscio e della mente femminile, nella produzione di un simbolico in grado di fornire all’agire femminile, sociale e pubblico, i referenti necessari per incidere non solo nell’immediato, ma anche, più durevolmente, nell’universo delle mediazioni? (M. L. Boccia, L’Io in rivolta, p. 192)

-E’ avvenuta, davvero, da parte di quelle donne sempre più desiderose di entrare nelle Stanze degli uomini, quella “conversione al femminile” auspicata da Irigaray, in assenza della quale sarà inevitabile, come  si è già verificato per altre, abitare quelle Stanze come Soggetti “neutri”-maschili? Che altro c’è – se non un atto di “conversione al genere femminile” – che potrebbe oggi risparmiare ad altre donne un’ammissione triste come questa?

Strana esistenza sociale la nostra, di esseri che non sono uomini ma non possono risultare donne. (Sottosopra, Gennaio ’83).

– Esistono ancora Luoghi in cui queste pratiche sono vive e operanti?
E se così non fosse, se tali pratiche fossero oggi svuotate di Senso, non potrebbe essere proprio questo vuoto di senso ad alimentare la pulsione, la spinta di molte donne a un’insensata ricerca di senso che troverebbe pacificazione nel  far parte del “corteo degli uomini” (Woolf) e nella riaffermazione dell’antica sudditanza femminile all’ordine fallico? Non potrebbe essere proprio la necessità di colmare questo vuoto di Senso a mettere in atto un’”inconscia” ricerca di identificazione all’uomo confermando, al tempo stesso, una mai avvenuta  “conversione” al proprio genere?

Le parole di Freud – della cui invenzione vanno senz’altro riconosciuti i limiti – pronunciate quasi al termine della sua vita, dopo una lunghissima esperienza con donne e uomini, rimbombano fra le pareti delle Stanze viennesi frequentate dai suoi fedeli durante le riunioni del Mercoledì, per dirci qualcosa di una verità tanto sottovalutata quanto misconosciuta: il rifiuto della femminilità riguarda, indifferentemente uomini e donne e non c’è analisi che, giunta al termine, non lo confermi. E non si tratta soltanto e semplicemente di un fallimento dell’analisi.
E’ che non può essere altrimenti: l’ordine simbolico fallocentrico non contempla al suo interno la presenza di due Soggetti, un Soggetto-uomo e un Soggetto-donna ma la presenza di un solo Soggetto “neutro”(maschile). Ciò significa che, in tale ordine fallico, il fallo conferisce un’identità come Soggetto “neutro-(maschile) ma non come Soggetto-donna. Ne consegue che la donna può dunque esservi inclusa solo in quanto negata, in quanto non-donna, in quanto uomo. Detto altrimenti, in termini politici:

L’inferiorità femminile è ribadita dall’inserimento della donna nella società e nello stato, a “titolo di eguaglianza” perché quella società e quello stato con i loro principi non la prevedono come soggetto, se non nei termini già posti dall’uomo. “La posizione del differente” non è allora quella di mirare all’inserimento ma di “operare un mutamento globale della civiltà che l’ha escluso”. (M. L. Boccia, L’io in rivolta, p. 140)

E’ all’interno di questo orizzonte simbolico monosessuato che le parole in precedenza ricordate: “Strana esistenza sociale la nostra, di esseri che non sono uomini ma non possono risultare donne”, acquistano il loro peso e il loro tragico significato.
Quando Lonzi parla della necessità della “nascita della donna a soggetto” e della coscienza di sé come soggetto politico mostra di conoscere bene, per averne subito gli effetti sulla propria pelle, la malattia da cui il simbolico è afflitto e la sofferenza che ne deriva, in misura differente, per donne e uomini, prima di Lacan che ce la mette proprio tutta – senza riuscirci – a trasformare una condizione di esclusione delle donne da tale ordine, in una festa: possibilità di accesso, per le donne, a “forme dell’infinito”, possibilità di “invenzioni irrepetibili”. A dire il vero, di invenzioni irrepetibili come questa descritta da Lonzi

Ho vissuto la nascita della donna come soggetto e ho questa sensazione di pienezza nel Femminismo che niente può togliermi. (Ibid., p. 35)

e da altre straordinarie figure femminili, non c’è traccia nella pedanteria ripetitiva e dottrinaria delle psicanaliste “lacaniane”, impegnate a ripetere la teoria di Papà.
La nascita della donna come soggetto-donna è dunque possibile, ma lo è, per Lonzi, non attraverso la psicanalisi inventata dai Padri, le loro astruse teorie sulla donna e la presa in prestito dei suoi strumenti teorici, ma attraverso l’esperienza del Femminismo e della pratica autocoscienziale – inventata, questa sì da lei, a misura di donna, assieme ad altre donne. Una pratica che pur con i limiti da lei stessa riconosciuti, che considereremo  di qui a poco, realizza, come ci ricorda Maria Luisa Boccia in un passaggio cruciale del suo libro:

una sorta di analisi interminabile, che produce via via lo scavo verso di sé e insieme l’accumulo fuori di sé, nel doppio movimento della coscienza. (M. L. Boccia L’Io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, p. 90)

“Analisi interminabile”… Lonzi psicanalista?

A me piace essere lo strumento della liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice (la mia diligenza è a tutta prova) mi rende felice. (Ibid., p. 25)

Testimoniare di un passaggio, essere lo strumento di liberazione di un’altra…Si riscontrano, in enunciati come questi – e in moltissimi altri disseminati qua e in là nel Diario – profonde affinità con quelle che vengono solitamente indicate come le “posizioni”, le “funzioni” e le “attribuzioni” (di sapere) che entrano in giuoco nel setting, in una relazione analitica fra due soggetti.
In ogni caso, comunque la si pensi in proposito e quale che sia il valore e l’importanza che vogliamo riconoscere alla particolare “posizione” e “funzione” di Lonzi all’interno del gruppo di Rivolta, certo è che non possiamo ignorare né sottovalutare il fatto – davvero strabiliante –  che Lonzi sia giunta al punto di paragonare il suo rapporto con Sara a quello di Freud con Fliess con una differenza non trascurabile: due donne, al posto di due uomini. Né possiamo ignorare che lei, di fatto, volendolo o no sapendolo o no (come si evince da alcuni passaggi del Diario: “Sono relegata al ruolo di psicanalista non essendolo”, “Non sono una psicoterapeuta”), si sia posta, con un atto di autorizzazione da sé e di sé maturato attraverso la propria autoanalisi, in una posizione se non propriamente analitica sicuramente “pre-analitica” e funzionale alla nascita di quell’humus fertile che avrebbe poi favorito, di fatto, e con tutte le contraddizioni e i risvolti negativi connessi, l’accesso di molte donne a dei percorsi analitici posteriori all’esperienza dell’autocoscienza, attivando in loro, con loro e attraverso di loro in se stessa, dei processi inconsci la cui “gestione”, proprio a causa di questa sua complessa posizione “analitica”, risulterà estremamente difficile. Lonzi, insomma, senza saperlo e  senza volerlo, con l’invenzione della pratica autocoscienziale, ha messo in moto, come Freud, l’Inferno: “Si Superos flectere nequeo Acheronta movebo” e facilitando involontariamente l’accesso delle donne alla psicanalisi dei Padri, ha fatto l’ultima cosa che avrebbe voluto:

Alcune, messe in difficoltà da questo nodo di ripetizione-modificazione, cercarono l’aiuto di uno psicanalista (…). Noi stavamo muovendo qualcosa che non sapevamo che cosa fosse, “la modificazione che noi ci aspettiamo dalla nostra pratica politica avviene altrove”, per esempio in sede di terapia analitica. ( Non credere di avere dei diritti, p. 48)

Non poteva certamente essere la “terapia analitica” dei Padri la psicanalisi che Lonzi riteneva utile “a un certo stadio posteriore all’autocoscienza”, non poteva certo essere la psicanalisi che aveva messo in evidenza “lo strazio” della “povera” Dora” quella a cui alludeva scrivendo:

La psicanalisi serve a un certo stadio, posteriore all’autocoscienza, ma non ha senso come indicazione di una strada. L’autocoscienza porta alla scoperta dell’inconscio, e quindi provoca l’interesse spontaneo per la psicanalisi. (Ibid., p. 680)

Né si può credere che fosse  “la pratica dell’inconscio” l’esperienza a cui pensava, la pratica a cui alcuni gruppi erano passati spinti dalle difficoltà di procedere con l’autocoscienza e dalla necessità di fare i conti con la psicanalisi sia per la centralità da essa assegnata al corpo e alla sessualità sia per la constatazione – rassegnata – che “non ci fossero a disposizione tanti modi per elaborare un sapere e rendere possibili delle modificazioni riguardo la sessualità”. (Cfr., Pratica dell’inconscio e movimento delle donne, in Sottosopra 1974).
Ma una volta terminata la fase autocoscienziale, se non era la terapia analitica dei Padri, se non era la “pratica dell’inconscio”, non era forse la psicanalisi che non c’era la pratica posteriore all’autocoscienza cui Lonzi pensava?

“..La mente femminile aveva bisogno di concetti per pensare sé e il mondo ma i concetti che la cultura umana le offriva” (marxismo e psicanalisi) erano tali da negarle di essere, in quanto femminile principio pensante. (Non credere di avere dei diritti, p. 39)

Lonzi aveva capito benissimo che dall’autocoscienza alla psicanalisi non c’è che un passo, breve e spontaneo (benché non obbligatorio), tanto spontaneo da aver garantito a molti psicanalisti cui le donne si rivolgevano negli anni ‘70-’80, considerevoli fortune.
Ebbene, credo che l’l’ultimo enunciato riportato offra l’opportunità, di dare una risposta e di evidenziare un Vuoto decisamente trascurato nelle pur ricche ricostruzioni  di cui disponiamo in merito alla complessa vicenda inerente il rapporto fra pratica dell’autocoscienza, pratica dell’inconscio e psicanalisi.
La psicanalisi che qui Lonzi ha in mente, non è dunque né la psicanalisi inventata dai Padri – che non tiene in alcun conto quella dimensione soggettiva per lei essenziale che è l’autenticità (Cfr. Ibid., 703, 709)  –  né la “pratica dell’inconscio” ma la strada che le piace forse immaginare come “autentica” e potenziale  continuatrice  della pratica autocoscienziale esige l’invenzione di un’Altra psicanalisi, una Psicanalisi dell’Avvenire ancora a venire, in Italia, una pratica radicalmente nuova, inventata da psicanaliste donne, così come era avvenuto in Francia ad opera di Irigaray.
Sono almeno due, nel passo citato, le indicazioni di rilievo che Lonzi affida alla nostra riflessione articolando, con estrema precisione, l’esistenza di un rapporto circolare fra pratica psicanalitica e pratica autocoscienziale: la psicanalisi serve all’autocoscienza per portare a termine, per chi lo desideri, un processo spontaneamente iniziato; l’autocoscienza serve alla psicanalisi perché stimola un interesse spontaneo verso di  essa. Nella visione di Lonzi  non c’è dunque contrapposizione fra le due pratiche ma circolarità: l’una (l’autocoscienza) attiva l’altra (la psicanalisi), l’altra (la psicanalisi) porta a compimento il lavoro iniziato dalla prima (l’autocoscienza).
Questo rapporto circolare fra pratica autocoscienziale e pratica psicanalitica, dovrebbe dissuaderci da tentativi di opposizione fra l’una e l’altra, di sovrapposizioni confusive dell’una sull’altra, di esclusioni di una a favore dell’altra e di abusive sostituzioni di una al posto dell’altra, spesso operate all’interno di alcuni gruppi in cui sembrava che bastasse affidarsi alla relazione fra donne invece che a psicanalisti “esperti” del mestiere, per risolvere ogni problema.
Di ben altro si tratta  nella visione di Lonzi, si tratta di riconoscere, nel rapporto fra autocoscienza e psicanalisi, due diversi momenti di un unico processo, di un unico percorso esistenziale scandito da “un prima e un dopo”.
Riporto, a questo proposito, un brano significativo in cui la tendenza di alcuni gruppi ad opporre  autocoscienza e psicanalisi appare evidente e in cui il rovesciamento nel suo opposto di una “sostituzione” indesiderata, non fa che confermare la presenza di un regime di pensiero duale che esclude la circolarità contemplata da Lonzi:

La cultura terapeutica e il suo determinismo emotivo contengono in realtà un pesante attacco alle relazioni informali, ai normali legami di dipendenza che noi abbiamo dalle persone a cui siamo affettivamente legati.
La soggettività femminile invece è venuta alla luce, nel femminismo dell’autocoscienza degli anni settanta, dando sì voce alle singole donne, con i loro vissuti e anche con i loro contenuti emotivi, ma in un contesto relazionale: ci si è basate sulla relazione con altre donne, nei piccoli gruppi, per dare voce alla soggettività femminile, prima tacitata oppure omologata a modelli patriarcali. La cultura che è nata dal femminismo dà tuttora valore primario alle relazioni, quelle relazioni informali che la cultura terapeutica invece attacca frontalmente, volendo sostituire ad esse l’intervento di un esperto. (….). La cultura terapeutica è estremamente individualista, mentre noi pratichiamo e sottolineiamo sempre il primato delle relazioni.
(W. Tommasi, Sapienza quotidiana e contraddizioni del presente, la cultura terapeutica, Par. 5)

Alla “cultura terapeutica” di cui qui si parla, la psicanalisi  non sembra fare eccezione e risulta evidente dal contesto che il rapporto fra autocoscienza e psicanalisi – così come era stato delineato nella visione circolare di Lonzi – non corrisponde alla visione dicotomica qui proposta fra “la cultura nata dal femminismo” e la “cultura terapeutica” e psicanalitica suggerendo l’idea, un po’ troppo semplicistica, che un’esperienza autocoscienziale fra donne possa essere sostitutiva, a tutti gli effetti, di un’esperienza analitica rinnovata nelle sue fondamenta.
C’è da aggiungere, tuttavia, a scanso di equivoci, che il favore qui accordato dall’autrice all’autocoscienza e alle “relazioni tra donne” in vista della nascita della “soggettività femminile” e il rifiuto manifestato nei riguardi della psicanalisi, è del tutto comprensibile e condivisibile non esistendo in Italia, né negli anni ’70, né oggi, altra psicanalisi che quella inventata dalla cultura di Padri più o meno “esperti”, rispetto alla quale l’affidamento di alcune donne ad altre donne doveva sembrare – coloro che non intendevano affidarsi a “quella” psicanalisi – di gran lunga preferibile. C’era infatti, come qualcuna giustamente rilevava:

un grosso nodo della nostra pratica, il fatto che in questi anni molte compagne hanno dovuto ricorrere all’analisi individuale. Si diceva che la nostra pratica solleva delle ansie, e che queste ansie sono tali che, quando non si intravede la possibilità di (…) risolverle all’interno del gruppo con le altre donne, si ricorre all’analista. Per un movimento che parte dall’esperienza personale, dalla vita affettiva, questa è una grossa contraddizione: la modificazione cioè che noi ci aspettiamo dalla nostra pratica politica avviene altrove, in parte con dei grossi rischi; per esempio quello di nascondere dietro un discorso politico con le donne le proprie fantasie personali e di analizzare invece quello che è un problema legato alla nostra condizione di donne solo come nevrosi e malattia personale. In altre parole, il rischio di invertire le cose (…).

Non solo, ma c’era di più. C’era che

molte donne, dopo gli anni ’70, hanno fatto analisi personale, ma quello che hanno imparato non è più diventata acquisizione politica….(L. Melandri, Una visceralità indicibile)

E se la psicanalisi dei Padri ha avuto il Potere di allontanare dalla politica e dal Femminismo molte donne che provenivano da esperienze dalle quali e attraverso le quali un nuovo patrimonio di sapere femminile era nato ed avrebbe potuto essere messo a disposizione per la creazione di una “nuova” disciplina invece che essere “capitalizzato” – come qualcuna ebbe giustamente a dire – dalla psicanalisi dei Padri, ciò è potuto accadere a causa dell’inesistenza, della mancata fondazione in Italia, di Altri Luoghi simbolici, ispirati all’insegnamento di Lonzi e di Irigaray, a cui rivolgersi per proseguire il percorso autocoscienziale o la “pratica dell’inconscio” iniziati all’interno dei gruppi.
E’ stato dunque questo Vuoto –  imputabile a una scarsa capacità inventiva da parte delle psicanaliste formate nelle scuole dei Padri nella costruzione di Altri Luoghi – ad aver reso impraticabile per molte donne quel passaggio spontaneo dall’autocoscienza a una pratica psicanalitica diversa, ispirata al pensiero della Differenza e immaginata da Lonzi come la sola degna prosecutrice – “poetica” invece che “professionale” – dell’autocoscienza e della pratica dell’inconscio.
L’inesistenza di questi Luoghi apriva a tre strade:
– fare di necessità virtù e affrontare “lo stadio posteriore all’autocoscienza” con degli psicanalisti/e formati/e alla scuola dei Padri – come molte donne, di fatto, fecero. Era giocoforza, infatti, per molte di coloro che avevano partecipato ai collettivi in cui si praticava l’autocoscienza o la pratica dell’inconscio – la cui  “scoperta” poteva portare a situazioni destabilizzanti e a volte persino drammatiche  –  rivolgersi alle sole “scuole” di psicanalisi di fatto esistenti;
– affidarsi, invece che a degli psicanalisti di Scuola, a un “rapporto analitico” situato in un contesto di relazioni fra donne senza alcun riferimento all’istituzione psicanalitica (pratica dell’inconscio) come se questo bastasse a “neutralizzare il segno sessuato impresso dal soggetto” che a quel rapporto analitico aveva dato vita in altro contesto. (Cfr. M. L. Boccia, L’Io in rivolta, p. 212)
– riesumare, a distanza di anni dall’abbandono di queste esperienze sostituite dalla “pratica del fare”, la vecchia pratica lonziana di autocoscienza in chiave aggiornata, indicando in una neo-nata “nuova autocoscienza”, “lo strumento più efficace per la fondazione del soggetto femminile” e negli strumenti provenienti da altre discipline” ed “estratti dal loro ambito di provenienza”, gli attrezzi idonei per la realizzazione del Soggetto-donna. Così, attraverso una soluzione di compromesso fra la vecchia pratica dell’autocoscienza e l’utilizzo di “strumenti provenienti da altre discipline ” – in cui era inclusa anche la psicanalisi – la fedeltà a Lonzi e alla sua idea di una psicanalisi utile “a un certo stadio, posteriore all’autocoscienza” sembra perfettamente realizzata. Tali strumenti potevano essere usati, infatti:

come dispositivi che permettono una riflessione di secondo grado su noi stesse. Noi cioè già modificate dall’autocoscienza. E’ sempre da quella che si parte per capire cosa è cambiato dentro di noi e nel modo di stare tra donne. Questa autoriflessione collettiva ci sembra ancora lo strumento più efficace per la formazione di un soggetto femminile. (M. Fraire, La nuova Autocoscienza, in “Reti” n.2, 19)

In altre parole, a nascere, in quegli anni, non è un’Altra psicanalisi, una “nuova” psicanalisi – quella che forse  Lonzi aveva in mente quando al posto della professione ci mise la poesia  o quella cui Irigaray aveva dato vita uscendo dall’Ecole freudienne  –  ma una “nuova” autocoscienza che non disdegnava di servirsi di strumenti psicanalitici per “una riflessione di secondo grado”.
Non era poco, naturalmente, che in quel contesto storico (siamo attorno agli anni ’90) ciò accadesse ma, a vent’anni di distanza, si comprende essere stata quella una soluzione di compromesso fra la pratica autocoscienziale di Lonzi e la psicanalisi dei Padri.
L’originale contributo di pensiero del Femminismo degli anni ’70, la pratica dell’autocoscienza, la pratica dell’inconscio, la critica radicale rivolta dal femminismo alla psicanalisi dei Padri e, infine, le felici intuizioni di Lonzi e il contributo di Irigaray, avrebbero potuto/dovuto portare alla nascita, alla crescita, alla diffusione e alla moltiplicazione in Italia, di Luoghi simbolici alternativi fondati da donne impegnate nella ricerca di una nuova “direzione della cura” e in grado di trasmettere una formazione psicanalitica pensata, teorizzata e praticata da donne ispirate all’insegnamento di queste due grandi figure femminili. Ma nulla di tutto questo è avvenuto, né in quegli anni né in quelli successivi e la sofferenza femminile, la “salute” delle donne continua a essere saldamente in mano a uomini o a donne che continuano a formarsi alle scuole degli uomini.
Il pensiero della Differenza di Lonzi e soprattutto quello di Irigaray – che era una psicanalista oltre che filosofa – ha influenzato alcune filosofe ma non ha mai dato vita in Italia alla nascita di una “scuola” di psicanalisi fondata da donne ispirate a tale pensiero. Non sorprende, dunque, che a rivendicare oggi la loro appartenenza al pensiero della Differenza non siano delle psicanaliste ma delle filosofe impegnate in quella nuova pratica che è il Counseling filosofico. Su questo aspetto e su certi effetti di “contaminazione” fra psicanalisi e filosofia – nel bene e nel male – ci sarebbe molto su cui riflettere se non fosse che il discorso ci porterebbe troppo lontano.
Ma una cosa è certa: la psicanalisi non può fare a meno della filosofia e si tratta di vedere se la filosofia possa avventurarsi in esperienze di “cura” facendo a meno della psicanalisi.
Se le cose sono andate così, se della straordinaria ricchezza di cui allora reciprocamente vivevano e si nutrivano la Psicanalisi, il Femminismo e la Politica quel che oggi resta è l’ossessione della rappresentanza e poco altro, una ragione c’è:  è che molte donne che avevano fatto parte dei gruppi femministi, in mancanza di “scuole” psicanalitiche fondate  da donne, sono passate  dalla pratica del partire da sé” e dalla “pratica dell’inconscio”, alla psicanalisi e alla politica dei Padri che, in tempi di massima fecondità e di splendore del pensiero femminile e della rivoluzione da esso operata, non solo non erano all’altezza di quel pensiero ma se ne sono  servite, oltre che per speculare, come nel caso dell’anoressia, sulla salute delle donne, per ricondurre molte di loro verso la via di un’integrazione fedele a quello stesso ordine simbolico generatore di malattia. Psicologie cognitiviste e comportamentiste, psicoterapie, psicofarmaci e quant’altro hanno fatto il resto non senza la complicità di alcune femministe che da un po’di anni a questa parte hanno spalancato porte e finestre alla psichiatria, alla psicologia che con il pensiero della Differenza di Lonzi e di Irigaray non hanno nulla a che spartire.
Non è troppo tardi, forse, per vedere dove siamo e dove stiamo andando. Non è troppo tardi, forse, perché le donne psicanaliste abbiano piccole orecchie senza diventare, a loro volta, “un Paio d’Orecchie”. E in fiduciosa e trepida attesa che qualcosa di nuovo possa ancora sorprenderci e farci uscire dal buio di questa palude e che la distanza fra Femminismo e Psicanalisi e Politica possa ridursi, al fine di evitare di perdere definitivamente per strada, nel frattempo, una delle due anime del Femminismo, sarà utile, a chi ha deciso di entrare nelle Stanze degli uomini per illuminarle di nuovo femmineo splendore, praticare, da subito, radical-mente quella pratica non a termine che è il partire da sé.

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