A Paestum sono stata felice

9 Ott

Gisella Modica

A Paestum sono stata felice
Avrei voluto parlare di felicità . Se primum è vivere, Paestum è il posto per farlo mi sono detta. Poi una afonia causata da influenza non curata mi ha impedito di parlare al microfono. Lo faccio adesso. Forte anche di quanto ascoltato. Come fare a trasferire nella politica la felicità che provo nella scrittura? Questa la domanda.

Perché  felicità per me è quando nel dialogo /conflitto con l’altra me, riemergo con qualcosa di cambiato. La felicità che dà l’inventare. Come far diventare pratica politica le invenzioni , le scoperte che man mano riesci ad attivare attraverso la scrittura?  A Paestum sono andata pensando di trovare una risposta per esempio attraverso l’ascolto di nuove pratiche creative messe in campo e agite da ciascuna nei territori (dentro o fuori le istituzioni poco importa); quali nuove mediazioni agite e con chi. Pratiche dove l’invenzione avesse avuto il potere di  scompaginare, seppure di poco, un ordine preesistente. Per farne un bilancio e raddrizzare il tiro se necessario. Cose già fatte, che hanno funzionato, e cose che invece no. Quali i limiti da superare e quali i punti di forza su cui insistere. Perché pratiche creative ne sono state sperimentate sui territori e non se ne parla abbastanza. Non si confrontano abbastanza. Se di radicalità parliamo, e di radici, è l’Autorevolezza femminile che si deve mettere in mostra, l’eccedenza, “la vischiosa vicinanza tra reale e irreale” tutta e solo di stampo femminile. Non la capacità di adeguamento,  di aggiunta ad un ordine che già esiste, che va pure bene quando serve, se serve.

Ma Paestum chiamava ad altro. Rispondere per esempio alla domanda di un’amica intervenuta che chiedeva: “come faccio a mettere insieme il vostro bisogno di governo col mio di scendere in piazza e fare la rivoluzione?” Perché solo se messa in questo modo, con un passo nell’altrove della rivoluzione, qualunque cosa nel presente (comprese le quote, 50 e 50, la rete di sostegno alle candidate, etc) prende altra luce. Perché le pratiche che fanno agire l’Autorità, se non vogliamo che questa venga scambiata per semplice bisogno di giustizia, hanno bisogno di un contesto, di uno spazio pubblico che va costruito apposta e di volta in volta.  E di una lingua che accompagni. La lingua del racconto. Costringerle dentro la strettoia del dispositivo della rappresentanza, di per sé neutralizzante e seriale, è come fare passare il cammello dalla cruna dell’ago. La cruna si può allargare mi dice un’amica. Io preferisco un passaggio adeguato alla grandezza dell’Autorità messa in campo. Ci si può sentire protagoniste anche fuori dai percorsi che portano dritto nelle istituzioni?

Mi è sembrato che a Paestum la voglia di esserci, essere protagoniste del cambiamento, significasse sopratutto governare in parlamento. Quasi “una necessità più che un desiderio individuale” è stato detto. Che altri percorsi, più legati al corpo, alla creatività, alla vita e alla morte, alla vecchiaia, alla cura, come auspicato nell’intervento di apertura da Lea Melandri, siano considerate meno efficaci. Una assunzione di responsabilità  collettiva insomma, di fronte all’urgenza della crisi. “Si potrebbe ragionare per sottrazione e proporre la cura dell’irresponsabilità” ha osato una giovane sarda in conclusione della seconda giornata.  Una voce isolata. E ancora: Se radicalità dev’essere, allora bisogna  spogliarsi del proprio etnocentrismo e volgere lo sguardo di 360° per guardare alle donne che vivono  dall’altro lato del mondo e sforzarsi di capire se chi vive in quei contesti (senza lavoro e senza servizi) non abbia oggi qualcosa da insegnare sulla materialità della vita, sulle sue priorità, a noi che viviamo in contesti dove “presenza dei servizi e del lavoro non sempre coincidono con la qualità della vita”.

Di questo poco o nulla è stato detto. Eppure  malgrado l’assenza di risposte alla mia domanda iniziale, a Paestum sono stata felice. Perché a Paestum protagoniste non erano solo le parole ma i comportamenti, soggettività in azione. Sono stata felice per la caparbietà dimostrata da tutte –  donne dei  movimenti e donne delle istituzioni e dei partiti – nel volere ascoltare le ragioni dell’altra malgrado le forti differenze; felice per la fortissima passione politica mostrata; felice per la grande tenuta di democrazia interna; per l’assenza di leaderismo, di prevaricazione; felice per il desiderio, sopra tutto, di venirsi incontro “tracciando d’ora in poi sentieri di cammino condiviso”. Felice perché giovani e meno giovani, ci siamo scoperte tutte femministe storiche.

Annunci

Una Risposta to “A Paestum sono stata felice”

  1. ela 19 ottobre 2012 a 15:31 #

    D’accordo!!

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: