Rassegna stampa – Le cronache di Marina Terragni – MaschileFemminile -Iodonna 7-8ottobre

9 Ott

1000 femministe a Paestum: seconda giornata

8 ottobre 2012

(… contando quelle non registrate, un migliaio c’erano tutte)

Prima del reportage sulla seconda giornata, vorrei notare questo:

tenendo l’organizzazione all’essenziale, niente di “frontale”, tavolo di presidenza vuoto, il microfono che girava liberamente in platea, solo alcune che hanno coordinato tecnicamente i gruppi… tutto è filato liscio, un orologio perfetto che non si è mai inceppato, si è anche riuscite a raccogliere la notevolissima somma che serviva a spostarsi nell’auditorium più grande, data l’affluenza ben superiore al previsto. Un metodo che è già politica e insegna molto sulla capacità delle donne di autogovernarsi -e quindi di governare- riducendo a zero le sovrastrutture. La cosa andrebbe considerata con la massima attenzione.

Ed ecco quello che è stato detto domenica, sempre con le medesime avvertenze: è giocoforza una soggettiva, non riporto tutti gli interventi -e mi scuso con le “omesse”- ma solo quelli di cui ho potuto prendere nota, non sempre ci sono i nomi completi, degli ultimi minuti non posso dire nulla perché dovevo ripartire. Ma dato il generale silenzio dei media (al momento mi risulta solo un servizio del Tg3, oltre ad alcune interviste filmate autoprodotte che trovate in particolare nella pagina Facebook della Libreria delle Donne di Milano, oltre a quelle relizzate dalla Rete delle Reti) penso che il resoconto che segue sia al momento il più completo.

Anna Di Salvo, Catania: “Voglio nominare la felicità che è essere donne. Si deve essere signore anche nei luoghi della sofferenza”.

Maria Grazia Campari, Milano: “Sul 50/50 ognuna avrà le sue opinioni, ciò che conta è sostenere quelle che desiderano entrare nelle istituzioni con una rete politica di relazioni tra donne, che decida quali siano le priorità per un lavoro di civilizzazione. Non si deve censurare un desiderio che esiste”.

Bia Sarasini, Roma: “Nel mio gruppo abbiamo lavorato molto sui concetti di precariato e precarietà. Qualcuna ha sostenuto che siamo tutte “femministe” storiche e che le differenze intergenerazionali sono insignificanti. Si può affermare lo stesso per la precarietà-precariato, che non sono solo una condizione delle giovani. Abbiamo parlato anche del reddito di cittadinanza”.

Anna, Firenze-Roma: “Si è parlato troppo poco di lavoro. Proviamo a costruire la rete a sostegno di quelle che vogliono entrare in politica, come proposto da Campari”.

Una donna di Mantova: “Oggi viene riconosciuta dottore della Chiesa Ildegarda di Bingen, badessa e grande politica. Lei ci ha insegnato che esistono anche pratiche politiche invisibili”.

Letizia Paolozzi, Roma: “Prima di cominciare circolavano fantasmi di contrapposizione tra giovani e meno giovani, tra la teoria e il fare, tra lo stare tra donne e lo stare nel mondo. Queste contrapposizioni sono cadute, stiamo dando prova di un metodo politico e della nostra capacità di governare. Siamo un esempio di relazioni tra donne, di una politica che non ha bisogno di mediazioni e che si basa sulle relazioni”.

Lidia, Ancona: “Vorrei che uscissimo di qui con un impegno per il futuro. Quanto alle donne che entrano nelle istituzioni: non credo che la cosa possa essere affidata unicamente al desiderio individuale. Il tema è collettivo. Preferirei parlare di responsabilità, piuttosto che di desiderio, che potrebbe essere scambiato per carrierismo. Non mi piace la separazione tra noi e le donne delle istituzioni”.

Caterina, Torino: “Ho paura che le parole di noi “grandi” soffochino quelle delle più giovani”.

Giulia. Torino: “Sento molte urgenze, non si dovrebbe perdere tempo. C’è la questione della 194, la legge 40, le dimissioni in bianco. Il pensiero delle donne deve arrivare da tutte le parti, non restare confinato nei nostri luoghi. Non c’è solo il 50/50, sono possibili altri dispositivi, come la doppia preferenza di genere”.

Loredana, Verona: “Abbiamo visto qui che le nostre pratiche sono irreversibili, che il tempo non le ha consumate, che sono il contrario di ogni usa-e-getta”.

Maria Benvenuti, Milano: “Fatta salva la continua invenzione di nuove pratiche politiche, voglio appoggiare il desiderio di quelle che entrano nelle istituzioni, sento questa urgenza. Spero di guadagnare questo da Paestum, un nuovo legame tra femminismo e istituzioni”.

Lia Cigarini, Milano: “Non si tratta di dare vita a un’organizzazione, ma di di dire e praticare pubblicamente quello che sappiamo nei luoghi in cui ci troviamo, con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce è un valore universale e non è solo delle donne, non va autoconfinato nel “tra-donne””:

Marina, Roma: “Siamo in guerra. Da troppo tempo siamo sotto attacco e non reagiamo: la 194, i consultori, Miss Italia, la legge 40, la scuola. Spero che individuiamo obiettivi concreti e forme di lotta”.

Alessandra Bocchetti, Roma (è l’unico intervento che mi è stato inviato per iscritto, posso quindi trasmetterlo integralmente): “Comincio con un paradosso. Mi sembra che sia chiaro a tutte che, oggi, un governo senza donne sia impresentabile. Nessun Presidente del Consiglio si presenterebbe più con una squadra di soli uomini. Magari si inventerebbero ministeri di poco conto, come è successo, ma le donne ci devono stare.  La situazione attuale non è neanche questa, perché ora tre donne occupano ministeri di grande importanza. Dunque, che cosa ha reso impresentabile un governo senza donne? E’ facile rispondere: è stata la forza delle donne. Questo può sembrare strano a chi si immagina tanto lontano dalla politica istituzionale, ma siamo state proprio noi a mettere le donne al governo, la nostra forza. E qui però tra noi e loro registro un vuoto, un vuoto che qui chiameremmo un “vuoto di relazione” Questo vuoto però è un’occasione perché permette di porci una questione essenziale: come governare chi ci governa? Perché in democrazia non dovrebbe governare solo chi occupa posti di potere. Per questo penso che dovremmo preoccuparci non solo di trovare donne brave e consapevoli da mandare nei palazzi, certo dobbiamo fare anche questo e con convinzione, ma dovremmo soprattutto lavorare alla creazione di un’opinione pubblica femminile vincolante, forte, determinata, che preoccupi chi ci governa, che faccia sentire l’obbligo di render conto delle scelte. Per questo oggi è assolutamente necessario lavorare all’amicizia tra le donne piuttosto che all’inimicizia. Per quanto riguarda il 50 e 50, vi dico subito che questa formula sbrigativa e spartitoria non dà conto del grande progetto che vuole significare. Non si tratta di spartirci la torta, un tanto a me un tanto a te, non è una questione di giustizia né di equità, non è questione di rappresentanza, gli uomini con incarichi di responsabilità non rappresentano “gli uomini”, perché dare alle donne il grande peso di rappresentare “le donne”? Piuttosto dovremmo parlare non di “rappresentanza” ma  di “presenza” Dobbiamo essere presenti e responsabili alle scelte di governo del paese dove abitiamo. Il 50 e 50 non sono quote, tanto meno rosa. La democrazia paritaria, meglio chiamarla così, non dovrebbe essere ispirata dal sentimento della giustizia, né dal desiderio del potere, ma da un’idea totalmente nuova alla politica, l’idea di ”un insieme”, di “fare insieme” uomini e donne, significa portare la differenza, l’idea della differenza a governare. La democrazia paritaria non dovrebbe essere alla ricerca di posti da occupare, ma essere alla ricerca di un equilibrio da realizzare. La nostra società, oggi, ha un grande bisogno di equilibrio. Equilibrio che si realizza non solo con la presenza di donne nei luoghi delle scelte, ma anche con la presenza di un’opinione pubblica forte delle donne. Un’ultima cosa, ho sentito ieri nel nostro gruppo parlare tanto di libertà e di morte del patriarcato. Vi voglio dire cosa ne penso. La libertà delle donne è venuta al mondo quando una donna si è potuta rivolgere questa domanda: ma chi ha fatto le parti? Chi ha stabilito che una parte dell’umanità sia serva dell’altra parte? Neanche un Dio potrebbe essere tanto malvagio da condannare così una parte delle sue creature. E il patriarcato è stato ferito a morte quando una donna ha potuto rivolgere ad un uomo questa frase : tu sarai padre se lo voglio io e quando lo voglio io. Non si perdona facilmente tanto affronto. Lo dico soprattutto alle giovani perché si dovranno ancora difendere. Questa è la libertà che noi della vecchia generazione consegniamo alle giovani donne, con l’avvertenza di tenere ben presente che la società e la cultura a cui apparteniamo è ancora impreparata alla nostra libertà. Un’ultima cosa. Non si tratta di salvare il mondo, ma di viverci meglio. Primum vivere”.

Questo è quanto. Prossimamente vi dirò che cosa, a mio parere, si può trarre dalla straordinaria esperienza di Paestum.

6 ottobre

“Primum vivere anche nella crisi: la sfida femminista nel cuore della politica”: si sta concludendo la prima giornata di convegno (a Paestum c’è un magnifico sole, tanta gente ancora al mare, si soffre un po’ chiuse a lavorare, ma ne vale certamente la pena). 800 partecipanti, oltre ogni aspettativa.

Una soggettiva, necessariamente parziale, delle cose che sono state dette. Chiedo scusa a tutte quelle che non potrò menzionare. Di alcune non indicherò il nome, ma solo qualcosa di quello che hanno detto: appunti presi in volata, sono certa che perdoneranno.

Niente relazioni, solo interventi non preconfezionati. Mattinata in forma plenaria, pomeriggio suddivise in 9 gruppi che hanno lavorato liberamente, scegliendo i temi di riflessione: “Una scelta di metodo che è già politica”. Domattina le conclusioni in forma plenaria.

MATTINA

Introduzione di Lea Melandri: “Condividiamo un patrimonio enorme di saperi e pratiche che oggi hanno molto da dire di fronte a una crisi che è iscritta nell’atto fondativo di questa civiltà, nata separando e dividendo: corpo e polis, donne e uomini, riproduzione e produzione, e molto altro. Oggi l’insostenibilità di questo modello è diventata chiara. Noi siamo nate da questa consapevolezza e abbiamo risposte da dare. Il “primum vivere” era già nelle intuizioni del femminismo originario”.

Nei primi interventi prevale l’emozione. Alcune si rivedono dopo molti anni, per altre è una prima volta un po’ sconvolgente: “Mi ritrovo davanti alla mia identità” dice Adriana, architetta quarantenne. “E’ come un muro che si sta sgretolando”.

Francesca, Bari: “C’è da dare una sistemata a tutti i luoghi di potere di questo Paese. Stiamo lavorando a una legge di iniziativa popolare che imponga il 50/50 nella rappresentanza politica”.

Elena, Pordenone: “Le intuizioni del femminismo (partire da sé, io sono mia, coscienza del limite) mi hanno guidato in tutti questi anni, e oggi mostrano di avere un grandissimo valore politico”.

Elena, Cosenza: “Attribuisco grande valore alle emozioni che stiamo provando, ma dobbiamo delineare un obiettivo politico chiaro”.

Silvia, Venezia, 29 anni: “Non vedo un problema di rapporto tra generazioni. Siamo tutte contemporanee, con le nostre differenze, nell’istante in cui ci troviamo”.

Maria Luisa Boccia, Roma: “E’ necessario accettare di praticare il conflitto in tutti i luoghi dell’esperienza. Anche il conflitto con donne che intraprendono percorsi sbagliati: la logica paritaria perseguita in politica non rende giustizia alla differenza sessuale”.

Operaia della Fiat: “Vivo in un ambiente molto diverso dal vostro, non sono venuta con grandi aspettative, spesso sono stata delusa. Oggi l’accordo in Fiat nega noi donne, noi non esistiamo né per i sindacalisti né per l’azienda. Tante sono costrette a lasciare il lavoro per curare i figli o i vecchi, anche se non vogliono. Le donne che hanno la possibilità di occuparsi di politica non solo possono, ma hanno il dovere di farlo. Come operaie Fiat abbiamo scritto una lettera ad Anna Finocchiaro per denunciare la discriminazione che subiamo. Lei ha promesso di occuparesene, ma non ha mantenuto”.

Luisa Muraro, Milano: “Dalle rappresentanti elette voi operaie non avete ottenuto niente, e allora perché spingete per la rappresentanza? Il movimento operaio ha sempre creduto nella rappresentanza, ma è stato sconfitto. La soluzione non sono le rappresentanti, ma il legame con donne in carne e ossa”.

Una donna di Napoli: “La differenza deve essere agita in qualunque spazio pubblico, quindi anche nella politica. Io non vedo più l’utilità di tenersi fuori dalle istituzioni rappresentative. Alcune entreranno, e la gran parte di noi potrà continuare a lavorare efficacemente fuori”.

Daniela Dioguardi, Palermo: “Le nostre pratiche politiche devono andare al governo. Si tratta di capire in che modo. E’ necessario un lavoro per cambiare la politica e le istituzioni”.

Annarosa Buttarelli, Mantova: “E’ il momento di abbandonare ogni idea di rappresentanza politica di genere. Il 50/50 è poca cosa rispetto a quello che oggi possiamo fare. E’ inutile pensare che la quantità di donne nelle istituzioni possa cambiare la situazione”.

Assessora di Torino: “E’ la mia seconda esperienza da assessora. La prima volta ero l’unica donna, sono scappata. Ora sono nella giunta 50/50, mi sento più forte grazie al legame con le pratiche delle donne. Non si tratta di portare il femminismo nelle istituzioni, ma di portarci donne che si leghino in una relazione politica con le altre, e la mantengano una volta entrate”.

Ida Dominijanni, Roma: “Si deve fare vivere il desiderio di protagonismo anche nei luoghi in cui si decide. Non credo nel 50/50, è solo illusorio e fantasmatico. Oggi c’è un tornaconto maschile nel fare entrare donne, che però non sono in relazione con le altre”.

Wanda Tommasi, Verona: “Esiste la difficoltà di fare capire che quella delle donne è già politica. E’ necessario agire un conflitto per sottrarre terreno al potere”.

Donatella Massarelli, Perugia: “La presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, si è mostrata capace di riconoscere il debito con il pensiero delle donne. Una domanda necessaria: com’è che il Paese del femminismo più potente e raffinato è quello in cui la condizione delle donne è più miserabile?”.

Mariella Gramaglia, Roma: “Sono qui con mia figlia, e questo è un fatto. Ci sono anche grazie alla grande manifestazione del 13 febbraio, che per lei ha significato molto. Mi pare invece che qui stiamo rimuovendo Se Non Ora Quando, e questo volersi ignorare reciprocamente mi dispiace. Quanto al 50/50: è senz’altro qualcosa che ha a che vedere con la giusta ambizione delle giovani donne a un futuro”.

POMERIGGIO, uno dei nove gruppi

Pina, dalla Puglia: “Oggi c’è un eccesso di produzione, si deve lavorare su questo. La scelta a Taranto non può essere tra il lavoro di pochi e la vita di molti”.

Anna, Cosenza: “Non siamo ancora riuscite ad ottenere un minimo supporto per i servizi basilari. Abbiamo avuto qualche ascolto solo quando c’era qualche donna sensibile nelle istituzioni”.

Sandra De Perini, Mestre: “Vorrei uscire da Paestum con 2-3 nuove parole che ci guidino nel lavoro politico futuro”.

Silvia Motta, Milano: “Il mondo non ha ancora registrato che i sessi sono due, dobbiamo lavorare perché questo emerga definitivamente”.

Simona Marino, Napoli: “L’idea della cura al centro della politica diventa efficace se si intende la cura una “funzione di lotta”, come diceva Foucault. Lotta, perché se si mette la cura al centro si rompono i codici simbolici e valoriali, e le parole della politica non possono più essere le stesse. Cura è tenere le persone al centro dell’azione politica”.

Marinella, Pesaro: “Sono qui perché mi manca il lavoro con le donne. Noi a Pesaro abbiamo avuto buoni legami con alcune donne nelle istituzioni, e quando non sono state rielette per noi è stato tutto più difficile”.

Sandra Bonfiglioli, Milano: “Siamo di fronte al crollo di una civiltà nata quando il lavoro è diventato merce, rimuovendo la condizione umana. Questo è capitato con la società industriale. Si tratta di capire quale nome dare a un nuovo patto sociale, di trovare la parola chiave per indicare la civiltà nuova che intravediamo in molte delle nostre esperienze, ben oltre tutte le separazioni che subiamo, prima fra tutte quella fra lavoro e vita”.

Pierangela Mela, Torino: “Ci vuole cura anche delle relazioni politiche. Noi a Torino stiamo facendo l’esperienza di un legame tra donne che stanno nelle istituzioni e donne che invece non hanno voglia di starci in prima linea, ma condividono lo stesso linguaggio e lo stesso amore per la politica. E’ necessaria una comunicazione tra quelle che stanno fuori e quelle che sono dentro, che non vanno abbandonate alla loro solitudine”.

Carmen Seia, Torino: “Si tratta di inventare nuove pratiche. Per esempio: molte donne sono proprietarie di case che rimangono sfitte, si potrebbe concepire un nuovo modello che metta insieme il loro interesse ad affittare con la necessità, soprattutto dei giovani, di accedere a una casa a prezzi equi. Quanto alla politica: si dovrebbe pensare a un assalto delle donne ai piccoli comuni, dove spesso le esperienze civiche contano più dei partiti. Tante sindache e assessore per praticare da subito una politica diversa”.

Infine, quello che penso io:

non si deve avere paura della rappresentanza, e mi pare che qui a Paestum continui a circolarne troppa. Troppe energie vengono spese alla ricerca di ragioni sempre nuove per restare fuori dalle istituzioni rappresentative. Questa -entrare nelle istituzioni- è semplicemente una delle cose da fare. Il che non impedisce che si continuino a fare tutte le altre cose a cui le donne tengono molto. La rappresentanza non è la fine della politica delle donne. L’estraneità non può essere più assoluta. Si tratta di inventare le forme per mantenersi in legame -come nell’esperienza di Torino di cui ho riferito qui- con quelle che hanno il desiderio di fare quella politica in prima linea.

I fatti ci dicono che oggi ci sono molte donne, soprattutto giovani, che hanno il desiderio di andare. Questo desiderio non va censurato. Questo desiderio va sostenuto, il legame con loro va costruito e mantenuto. L’operazione non andrà sempre a buon fine, ma a volte riuscirà, e costituirà un buon modello. La politica della rappresentanza non può costituire l’unico spazio pubblico in cui le donne NON devono desiderare di andare. Avere questo desiderio non deve essere considerato un tradimento delle pratiche politiche delle donne. Oggi il danno della politica va ridotto, e che ci vadano tante donne è uno dei modi per perseguire questo obiettivo.

Scusate refusi e svarioni, scrivo di getto per informarvi in tempo reale.

A domani per il resto.

 Il blog di Marina Terragni

Advertisements

Una Risposta to “Rassegna stampa – Le cronache di Marina Terragni – MaschileFemminile -Iodonna 7-8ottobre”

  1. Anna Maria Carloni 18 ottobre 2012 a 12:07 #

    grazie marina io quella mattina cero ma purtroppo non ho sentito l’intervento della lavoratrice della fiat, volevo infornare lei e tutte per il tuo tramite che anna finicchiaro ha risposto. l’otto marzo scorso abbiamo fatto un incontro presso il gruppo del pd al senato con una delegazione di lavoratrici fiat iscritte alla fiom a cui sono seguite varie iniziative promosse dalle donne del gruppo pd. io stessa ho fatto varie interrogazioni al ministro fornero sulle donne in fiat, sono piu volte intervenuta e soprattutto ho promosso una serie di audizioni presso la commissione infortuni del senato proprio sulla salute delle lavoratrici in fiat.tutto questo è avvenuto tenendo sempre informata la presidente del gruppo . resto a disposizione di quella lavoratrice e di tutte per altre informazioni Anna maria Carloni senatrice del gruppo del PD

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: