Frantumare la democrazia sessista

11 Ott

Maria Grazia Campari

A seguito del confronto interessante e articolato che ci ha coinvolte a Paestum, vorrei proporre una mia idea, ormai quasi fissa: agganciare il pensiero e la pratica politica al contesto in cui ci troviamo a vivere. La situazione italiana mostra come tutti i luoghi del potere decisionale siano permanentemente occupati da una forma particolarmente invasiva di maschilismo patriarcale, ampiamente supportato dalla gerarchia cattolica. Una situazione che mette in pericolo la democrazia costituzionale.

Del resto, le nostre istituzioni sono state tradizionalmente occupate da una classe dirigente affollata da forze reazionarie, salvo brevi periodi in cui ristrette élites culturali, agevolate da circostanze eccezionali (guerra perduta, resistenza, movimento internazionale degli anni sessanta del Novecento) hanno temporaneamente potuto dettare l’agenda politica favorendo leggi di attuazione costituzionale, poi devastate dagli anni ottanta del secolo scorso ai giorni nostri.

La qualità del personale politico che si riverbera sulla qualità delle istituzioni suggerisce il suicidio della forma democratica in favore di un assetto tardo medioevale fatto di potentati e di vassallaggi.

Gli esempi recenti sono numerosi e tratteggiano un quadro impresentabile. Basta alludere alla vergogna della presenza al vertice del governo di personaggi come il pregiudicato Di Gennaro, promotore a Genova delle nefandezze poliziesche, una vergogna italiana universalmente nota. Nel silenzio di quasi tutti i partiti politici.

Oppure alla produzione mortifera della ILVA, sostenuta da alcune associazioni sindacali. O ancora ai casi di truffe, furti e abusi bipartisan di esponenti politici e persino di esattori delle imposte.

Episodi troppo ricorrenti per essere ulteriormente menzionati.

Non pare dubbio, quindi, che sia auspicabile un cambiamento radicale degli assetti politici esistenti e anche un ricambio dell’intera classe dirigente, avendo cura di considerare che a questo punto ci ha portato, segnatamente, il governo della polis a sesso unico.

Ci si interroga sulla qualità del cambiamento. Alcune pensano che una soluzione possa venire dalla presenza numericamente paritaria di donne e uomini nei luoghi della politica e non solo. Ne hanno riferito alcuni interventi.

Ho sostenuto la scelta del “50 e50” ovunque si decida, come giurista, quale misura di  adempimento costituzionale. E’ una misura di giustizia antidiscriminatoria che colloco sullo stesso piano della proposta di direttiva che avevamo sottoposto anni fa alla Commissione europea rispetto al diritto di elettorato attivo e passivo dei migranti residenti da almeno tre anni nel territorio dell’Unione. Si è constato che l’elettorato passivo per le donne è occluso da una conventicola maschile, si tenta di correre ai ripari senza pretesa che ciò modifichi di per sé la qualità.

Sul tema, concordo con quanto espresso nella lettera d’invito: il protagonismo in prima persona di ogni donna è una molla dinamica cui non intendiamo rinunciare.

Occorre, allora, interrogarne l’efficacia trasformativa dell’esistente, cominciando col tenere ferme le acquisizioni del femminismo. Che, si è detto, può avvalersi di una elaborazione in autonomia capace di ripensare concetti quali genere, democrazia partecipata, soggetto politico e, in particolare, è in grado di esercitare una critica trasformativa sull’idea di un soggetto politico omogeneo di rappresentanza  e di delega.

Il pensiero critico che ci deriva dalla pratica politica dell’autocoscienza e del partire da sé è uno strumento che viene messo alla prova nell’impatto con le istituzioni sulle quali si intende operare modificazioni profonde e, si badi, strutturali.

Non può, infatti, interessarci guadagnare posti migliori su una nave che affonda, oppure restaurare un relitto per farlo ancora navigare.

I due mondi contrapposti -quello dell’amore e del lavoro, degli affetti e delle leggi, della biologia e della storia, delle donne e degli uomini (Lea Melandri)- vanno disarticolati, modificati e ricomposti in una diversa armonia.

Questo rende probabilmente necessario l’intervento consapevole di molte donne. Il come di questo intervento è il quesito inevitabile e conseguente cui non è facile rispondere.

Occorre riflettere e confrontarsi collettivamente.

Dal mio punto di vista la prima, forse fondamentale, questione è quella del percorso, un aspetto apparentemente formale che considero il cuore del problema. Come e con chi si arriva là dove si vuole arrivare.

Si evidenzia un pericolo: la partecipazione anche di molte donne agli assetti istituzionali rischia, come è stato scritto, di avvenire nel segno della inclusione escludente, della neutralizzazione.

Il conflitto per l’affermazione dell’autonoma soggettività femminile va quindi portato nello spazio della polis.

In quello spazio, però, le donne si presentano come dei senza potere che non hanno costruito l’ordine sociale. Gli uomini si; è un ordine più che mai impresentabile, ma esiste e non si può annullare per effetto di un pensiero anche forte ma originato da una pratica politica prevalentemente giocata su piani diversi.

La realtà è conformata su un potere che è lontano da noi e non ci piace; dovremmo poterci avvicinare collettivamente quel tanto che ne consenta la destrutturazione, la frantumazione, contrastando ogni tentativo di assimilazione.

Si può tentare un inizio che rovesci come un guanto le logiche spartitorie e di promozione subalterna che hanno segnato le esperienze delle donne attualmente cooptate dal sistema maschile nei luoghi di potere.

I costi e i vantaggi che sono loro derivati appartengono, appunto, alla sfera del potere impresentabile che richiede il più radicale cambiamento.

Nessuna ipotesi di pratica radicale può, a mio parere, conseguire dal confronto che si colloca sul piano dell’esistente, rebus sic stantibus.

Nella mia ipotesi, la frantumazione del monolite che ci opprime potrebbe essere opera di una rete di donne consapevoli del pensiero e della pratica femminista, che costituiscano riferimento politico e punto di osservazione critica per una ricerca di auto rappresentanza giocata con moto pendolare dentro/fuori le istituzioni.

Una rete intelligente che renda parlanti desideri e bisogni di soggetti femminili in carne e ossa, che sappia interrogare e mettere a valore pratiche differenti, che trovi le mediazioni opportune per elaborare proposte e progetti condivisi su ogni aspetto significativo per una buona vita.

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