Il tuffo

11 Ott

Maria Giovanna Piano

Tante, tantissime, di diverse età, convenute a Paestum in un vitalissimo simposio, portano un patrimonio di saperi richiamato da Lea Melandri quale grande ricchezza comune.

Spillato al petto il contrassegno/logo della tuffatrice, variante femminile del celeberrimo tuffatore, dipinto su lastra tombale, esposto al Museo Archeologico.

Di quest’ultimo inutilmente si cercherà il trampolino di lancio, non è importante, ciò che conta è il tuffo, che, come dice la didascalia, trascende la realtà, è passaggio dalla vita alla morte. Si capisce subito che la simmetria non va oltre il disegno, non si tratta della stessa acqua.

Nelle parole delle donne il tuffo si declina come azzardo, radicalità; la direzione è il cuore di una realtà disorientata che oggi più che mai chiede soggettività politica per una decifrazione “altra”, per un “altro” passaggio. La passione politica è già tutta nell’evidenza della presenza, in quell’esserci che tutte restituisce al tempo comune, “siamo tutte contemporanee” (Silvia, 29 anni), “apparteniamo tutte al nostro tempo” ribadirà più tardi Giordana Masotto.

Col che viene messa in scacco una lettura delle relazioni generazionali che non ci appartiene, dilegua l’ombra nefasta di quella tensione fratturante ben collaudata altrove da un liberismo che fomenta inimicizie tra le generazioni utilizzandone l’humus colpevolizzante come facilitatore per il suo disordine. Noi non abbiamo speso il nostro tempo a tessere genealogie per regalarle ad un qualsiasi potere perché ne faccia scempio, non ci stiamo.

Ma dall’esperienza delle più giovani arriva la sofferenza del lavoro precario e si mette di traverso. È qui che l’onda si fa alta e il “primum vivere”, della lettera che accompagna l’incontro, rischia di tradursi nell’affanno di una sopravvivenza che tutto azzera.

Qui il lavoro politico è più complesso, richiede spostamento di linguaggio a partire dalla nominazione “essere precaria” rivendicata esplicitamente, da alcune, come condizione ontologica. Per venirne a capo occorre disattivare il dispositivo della fissazione identitaria che converte il disagio materiale ed esistenziale di avere un lavoro precario in una paralizzante ontologia di debolezza.

È a questo punto che va ricordato quanto tenacemente abbiamo voluto che la “sconfitta storica del lavoro” non fosse la nostra sconfitta. E se un’Economia che nega se stessa trascina il lavoro fuori dalla sfera pubblica, noi ne abbiamo fatto un luogo politico, investendolo di una dimensione di senso e di pratiche che vanno a interrogare esperienze e desideri.

Abbiamo impedito che la crisi lavorasse la nostra mente al punto da consegnarci ad un neo vittimismo che si fa lamento e fragilità politica. Di più, abbiamo rilanciato dicendo: “la crisi è una chance”.

Ed è proprio nel mondo del lavoro che l’autorappresentazione femminile si è rafforzata in questi anni al punto da investire la questione della rappresentanza, diventata ormai crisi del rappresentato, del cui dispositivo Ida Dominianni richiama, nel suo intervento, la funzione neutralizzante.

La politica dell’esserci non è compatibile con una visione contabile della democrazia né con la spartizione del 50 e 50, una quantità esposta al piglio famelico di un potere che si mangia le quantità (Annarosa Buttarelli). E al problema posto da Alessandra Bocchetti “come governare chi ci governa” si risponde con posizioni diverse, spesso polarizzate tra il desiderio di contare nelle istituzioni e il desiderio di tenersene ben lontane.

Il baricentro politico rimane comunque la relazione che consente di sottrarre anche le donne delle istituzioni ad una misura di giudizio maschile (Lia Cigarini). Un protagonismo femminile che gioca ancora per sottrazione simbolica, una modalità già risultata efficace per atterrare il patriarcato e che  funzionerà allo stesso modo anche verso i  suoi epigoni.

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