La rivoluzione di Paestum

11 Ott

Sono Maria Piacente e dirigo la rivista Pedagogika, trimestrale di Educazione, formazione e cultura, che affronta anche i temi legati alle questioni di genere; penso che l’evento di Paestum, al quale ho partecipato con desiderio e passione, abbia avuto e continuerà ad avere un riscontro forte che aumenterà nel tempo. Vorrei quindi contribuire con alcune mie riflessioni.
In mezzo alla grande crisi politica, alla corruzione che ha invaso e pervaso varie correnti politiche nel nostro Paese, alla durezza dei molti che quasi invocano il “Muoia Sansone con tutti i Filistei!” palpita la “rivoluzione necessaria” delle donne, un desiderio di cambiamento fatto di “passioni durature” che, come ha detto Lea Melandri  in apertura delle due giornate dell’incontro Nazionale di Paestum Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria, la sfida femminista nel cuore della politica, non si è mai spento e che non ha mai smesso di essere al centro del movimento femminista.
Seppure con diversi accenti e molte contrapposizioni il nucleo palpitante della politica delle donne è rimasto vivo e vegeto e oggi, con ancora più forza e consapevolezza, riemerge chiaro.
Forte e chiara è stata, secondo me, la voce del movimento femminista che dopo quasi quarant’anni si ritrova a Paestum con il desiderio vero di ascoltare ed ascoltarsi e questo è stato possibile grazie alle modalità organizzative utilizzate, al clima di fiducia reso possibile anche dal “passo indietro” che le grandi femministe storiche presenti hanno saputo fare. Questo ha permesso di far dire a delle ragazze “siamo tutte femministe storiche!” e ad altre di affermare, con un riconoscimento non scontato, che tanto è stato trasmesso alle nuove generazioni! Tanta storia che dovrebbe lasciare soddisfatte le più “vecchie” che hanno saputo “curare” il passaggio delle consegne testimoniando con le loro pratiche l’accessibilità a nuove politiche.
Certo il clima che si è respirato dentro l’immensa sala del Centro Congressi dell’Hotel Ariston di Paestum non ha nulla a che vedere con la politica (?) urlata e stiracchiata a destra e a manca dalla maggior parte degli uomini che oggi detengono il “potere del disastro” nel nostro Paese. Perlopiù loro non vogliono “ascoltare ed ascoltarsi”, vogliono prendere tutto e subito senza ascoltare chi non condivide, impegnato nella riflessione su quanto potrebbe essere dissennato rimuovere quel che invece andrebbe interrogato.
Ma ora è chiaro che a Paestum i segni si sono lasciati, eccome! Le quasi mille donne singole o legate a gruppi, associazioni, arrivate da cento e più città d’Italia sanno che “qualcosa è cambiato” perché si sono potute contare: vecchie, giovani e giovanissime interessate prima di tutto a vivere la loro vita senza schizofrenia. Dove l’ambito personale non è slegato da quello della politica, dell’economia, del lavoro e della cura. E noi donne lo sappiamo bene che la pratica del “partire da sé” sa che la cura non è un ambito domestico. “Cosa vuol dire portare cura?” si chiedeva Bia Sarasini a Paestum nell’ambito della discussione avviata tra donne in un gruppo più ristretto; “vuol dire scompaginare il potere!”, ribaltare le logiche del vecchio potere urlato e imbarbarito.
A Paestum ho chiaramente percepito che qualcosa si è mosso e continua a muoversi: tutte abbiamo capito che il movimento femminista è vivo e vegeto e che ha prodotto e sta producendo ancora politica e che in questa politica noi donne non possiamo più fare a meno di entrarci usando la nostra forza e le nostre regole.

La forza delle donne, come diceva Laura Fortini sempre a Paestum, “che  ha tenuto insieme questo Paese anche per gli uomini, fatta di relazioni tra donne anche se ora hanno bisogno di Rivoluzione”.
Una rivoluzione che parte dalle nostre narrazioni politiche all’interno delle istituzioni; senza trionfalismi, senza ideologia, ma con quella forza necessaria con la quale ci siamo tutte congedate da Paestum, con desiderio e radicalità.

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