Siamo partite da Livorno

11 Ott

Letizia Del Bubba

Siamo partite in cinque da Livorno, con il multicolore mandala di Annalisa. Da circa un anno riflettiamo su la cura del vivere, come gruppo e con chi partecipa alle nostre iniziative pubbliche, di cui l’ultima proprio il 25 settembre, nella sede di una circoscrizione. Eppure qualcuno, qualcuna continua a sostenere che le femministe sembrano dei “carbonari”, solo perché non trovano un annuncio dei nostri incontri sulla cronaca del quotidiano locale, che, puntualmente informato, si guarda bene dal pubblicarlo!

Arriviamo dopo sette ore di viaggio in treno, e già il luogo dove dormiremo per due notti, in cinque in un’unica camera, come nelle gite scolastiche, ci sembra una magia. L’agriturismo immerso nel verde e tra le rose, appartiene ad una baronessa che, tra una colazione e una cena, raccoglie tra le ospiti le firme per il FAI per salvare una statua lignea di una chiesa qui vicina. Sulle vecchie mura della casa c’è l’effige di una sirena a due code, la Melusina.

Il tassista che ci ha accompagnato ha chiesto se siamo le femministe del raduno! Curiosità divertita per delle abitanti del pianeta Venere!

Lasciati i piccoli bagagli, ci precipitiamo nell’area archeologica, dopo una lunga camminata lungo un sentiero di campagna ai cui lati sorgono campi arati da poco, dalle zolle scure spuntano piccoli germogli verdi. Poi un lungo stradone asfaltato, maleodorante di gas di scarico e, incredibile anche per “i locali”, a ottobre l’orario dell’area archeologica è già invernale e non ci fanno entrare. Ci consoliamo visitando il museo dove innumerevoli immagini femminili di terracotta ci accolgono. La sala del “tuffatore” ci mostra scene di amicizie amorose maschili, sguardi affettuosi che rimandano alla cura della loro relazione. Al tramonto, le sagome dei templi rendono lo spazio un palcoscenico per la bellezza. Colorate mongolfiere sorvolano l’area e lentamente atterrano tra soffi e fiammate.

A cena conosciamo due sorelle trentine, con qualche anno più di me, desiderose di raccontare il loro viaggio in auto a tappe, in visita ad amiche e attraverso i luoghi dell’Italia minore. La libertà dal lavoro, la libertà per i tempi lunghi: questo è il mio sogno a breve termine.

L’incontro con tutte le altre, siamo ben ottocento, è all’hotel Ariston. Ritroviamo le donne della Libreria di Milano, della Casa delle donne di Roma, delle riviste a noi care. Ringraziamo le organizzatrici, grandi e fedeli compagne di strada che hanno messo in campo tutte le loro energie, la loro sapienza, le loro risorse. L’affitto della sala è costato seimila euro ed è stato raccolto anche di più in due giorni, liberamente, affidandoci alla pratica del “buon cuore”.

Non c’è una scaletta degli interventi, ognuna parla, se vuole, riflettendo sul pensiero dell’altra che l’ha preceduta, in una circolarità che conosce differenziazioni e anche conflitti, ma mai disconoscimento. Per parlare abbiamo dai tre ai cinque minuti al massimo, e il suono delle nacchere avverte lo scadere del tempo.

Per molte c’è un grande desiderio di raccontarsi, come per la giovane architetta che, per la prima volta in un luogo di sole donne, scopre la sua identità femminile.

Non riporto le parole di tutte, già la mia amica Paola scrive di questo. Ma alcune sono per me significative: il desiderio di radicalità, di rivoluzione, che abbiamo già sentito nell’assemblea pubblica di Livorno, la guerra tra due ordini simbolici, la necessità di creare conflitti e di svelare la realtà. Emerge ancora in molte l’illusione dell’efficacia della politica delle quote. Non riesco a capire come potrei io stare in un’istituzione che applica un diritto solo se la copertura finanziaria lo permette, che taglia i servizi alle persone, spesso donne, in situazioni più fragili, che trasforma il territorio urbano, bene comune, in opportunità di profitto. Almeno questo, nella mia città, avviene. Entrare in un’istituzione a rappresentare chi, ora che il principio di rappresentanza è completamente saltato, che le scelte politiche sono fatte da un parlamento in ostaggio alla finanza internazionale. Come ha detto Ida Dominjanni del Manifesto, il 50 e 50 riporta ad una visione fantasmatica e illusoria della realtà. In passato ho scelto, al di fuori di appartenenze partitiche, di votare donne come Mercedes Frias e Luisa Morgantini e mi sono sentita rappresentata da loro. Ma ora non esiste più alcun patto tra chi vota e chi viene eletto/eletta. Occorre riprenderci in mano la democrazia, aver cura di lei, e su questo possiamo trovare alleanze anche con gli uomini, ormai senza partito, senza punti di riferimento, che desiderano mettersi in gioco e far agire la loro soggettività ripartendo dalle regole dello stare insieme nello spazio pubblico. Indagare le modalità con cui il potere può essere agito.

Ci sono molte giovani donne che parlano della precarietà del loro lavoro, della loro vita. Ma forse precaria è anche la vita umana in tutte le sue età, degli abitanti de L’Aquila, di quelli di Taranto, dei minatori sardi, delle centinaia di donne e uomini che lavorano nelle cooperative dei servizi, forniti dalle amministrazioni provinciali “in dismissione”, a cui nessuno, in una frettolosa e demagogica politica dei tagli, fornisce risposte sul loro futuro lavorativo. Qualcuna afferma che occorre sostenere le donne che hanno desiderio di entrare nelle istituzioni, a me piacerebbe conoscere il desiderio di chi c’era e ha deciso di uscirne, e non sono poche.

Le ragazze del gruppo di Torino altereva insistono molto sulla necessità di riprendere la battaglia per la difesa della legge 194. A noi cinquantenni, che sbuffiamo quando da una tribuna dell’ordine simbolico maschile, viene declamata ritualmente la legge riproducendo sempre un’immagine di fragilità femminile, questo ci colpisce e ci fa riflettere. Per loro trentenni, la difesa di quella legge, in città dove nei consultori viene imposta la presenza del movimento per la vita, con le sue mortifere croci di legno e feti di plastica, è un’esigenza primaria di libertà femminile. Primum vivere, appunto. Vorremmo conoscerle meglio, aprire spazi di discussione, creare ponti tra generazioni, tra città.

Durante la pausa pranzo visitiamo finalmente il sito archeologico. Diecimila metri quadri di spazio pubblico, questa la scelta dei “politici” di allora a Paestum! E questo hanno lasciato a noi posteri. Le simmetrie perfette dei templi, il verde dei prati, rendono questo luogo un piccolo paradiso per noi “gitanti”.

Nel pomeriggio ci dividiamo in gruppi di circa sessanta persone, e continuiamo la riflessione su tutti i temi presenti nella lettera d’invito a Paestum. Parlo del nostro percorso sul tema La cura del vivere, delle nostre assemblee, ma capisco di non essere chiara.

Consumiamo la cena in una pizzeria vicino alle rovine, appena in tempo prima dell’arrivo di un gruppo molto più numeroso di noi e un po’ polemico con la cucina locale.

Domani ascolteremo ancora le voci delle altre per poco tempo, prima di riprendere il treno per casa.

Vita Cosentino, sulla rivista di Via Dogana di settembre, ha scritto: “ desiderare il massimo e cominciare da qualcosa”. A Livorno abbiamo cominciato nel 1984, siamo ancora qui, altre si sono aggiunte, altre se ne sono andate, qualche desiderio si è realizzato, grazie alle relazioni politiche costruite nella nostra città, con altre donne, con altri luoghi. Il massimo lo desideriamo ogni giorno.

Letizia Del Bubba dell’Associazione Evelina De Magistris centro donna Livorno

Time: giovedì ottobre 11, 2012 at 3:53 pm

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Una Risposta to “Siamo partite da Livorno”

  1. marcella 11 ottobre 2012 a 21:37 #

    Uno dei migliori “racconti” tra i moltissimi che leggo quotidianamente da giugno ad oggi e che conservo tutti , o quasi, in un’apposita cartella io , che non so usare le parole ma, che ho concentrato la mia ricerca prevalentemente intorno all’immagine e al tentativo di inventare un linguaggio femminile attraverso la fotografia (flickr) Grazie per le parole poetiche e succose del tuo testo.

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