Un resoconto delle giornate di Paestum

11 Ott

Anna Petrungaro

A PAESTUM, SU QUESTA ERBETTA ARCAICA E FRESCA CI STO CAMMINANDO E CI LASCIO UN’IMPRONTA

L’incontro nazionale si è concluso.

Un’invasione pacifica e multiforme, una corrente contaminante di volti, di parole e di pensieri, ha attraversato Paestum, si sta riverberando come una pioggia radioattiva, che piove dal basso sull’intero paese, dentro la mente e  i desideri di migliaia di donne, assenti e presenti, da nord a sud, da est a ovest, ovunque.

I movimenti delle donne, cosiddetti ‘storici’, le singole donne, quelle di centinaia di associazioni, giovani e meno giovani sono rientrate a casa.

Continua a risuonare l’eco delle parole e dei volti di questo evento ‘ storico’, non solo perchè è dentro la storia e geografia italiana, ma perchè in esso vi transita e da esso si emana l’alone di grandezza e valore  che rende ‘memorabili’ gli avvenimenti, quando sono destinati a  continuare ad incidere sulla esperienza quotidiana, ad ispirarne le possibili rotte, ad accompagnare la mano nel disegno di molteplici, probabili orizzonti.

Da Cosenza siamo partite in macchina, in camper, in treno, eravamo una quindicina, più o meno.

Una nutrita presenza di donne appartenenti a Centro Contro la Violenza alle donne Roberta Lanzino, l’associazione Emily, singole donne con storie personali e politiche maturate dentro e fuori associazioni e movimenti.

Dagli alberghi introno al centro Congressi sin da venerdi è iniziata una processione, un fluire di centinaia di donne. Sono state contate circa 1.000 presenze.

Ci sismo riconosciute e salutate  pur non essendoci mai viste prima prima.

Ci siamo ritrovate con gioia e stupore con amiche perse di vista da 30 anni.

Abbiamo cercato con gli occhi le donne di cui abbiamo letto i libri: le scrittrici, le ispiratrici dei movimenti degli anni 70, le giornalisti, le artiste, le storiche, abbiamo guardato e riguardato i materiali esposti delle librerie delle donne, di Milano in particolare.

Ci siamo godute l’accoglienza negli alberghi, alcuni bellissimi, il lusso a poco prezzo ci ha reso ancora più euforiche, quasi bambine.

E pensavo: voglio conoscere chi ha messo in piedi tutto questo, le donne di Paestum, mi voglio congratulare con loro, perchè sono state brave, bravissime.

La propulsione di Lea Melandri è stata decisiva nell’immaginare e credere in questo evento.

In un suo incontro primaverile a Cosenza ci aveva annunciato, con una lungimirante visionarietà, che sarebbe stato così e noi le abbiamo creduto.  Ma quanta abilità organizzativa, quanta vulcanica creatività  e passione sono state necessarie per renderlo possibile!

Ora si affastellano i resoconti, ed è giusto che sia così.

Occorrerà rielaborare, senza stravolgere, i contributi di tutte queste donne, sarà necessario tematizzarli in ‘vasi comunicanti’ e raccoglierne il succo.

Il mio vuole essere un racconto ‘senti-mentale’,  laddove per ‘senti’ intendo il raccordo, dipanato e riannodato delle emozioni. Per ‘mentale’ intendo l’accompagnamento a questa memoria pulsante e pensante dei ragionamenti, nella ricerca congiunta, unitaria  di sensi e saperi. Con la consapevolezza  che la memoria  si appassiona anche essa a rinvenire le emozioni,soprattutto quando vi risuonano, con sentimento, sia l’intelligenza che la sapienza.

La mattina di sabato

Nell’immenso salone c’è un palco di fronte alla platea.

Sarà occupato per tutta la durata del convegno dall’immagine proiettata su uno schermo della tuffatrice, di Pat, la donna che vola in acqua, la nuova  traduzione del tuffatore, prezioso dipinto di in’iscrizione funeraria, conservato nel museo di Paestum.

Al logo dell’incontro si alterneranno le immagini delle donne che dal pubblico, mai sul palco, per ‘alzata di mano’, parleranno .

Una giovane donna, (c’è il video di questo primo intervento) parla con la voce rotta dall’emozione a questa platea di 750 donne.

E pronuncia la parola ‘paura’.

Ha paura di questa tensione emotiva fortissima circolante in questa marea composta di donne. Ha paura ma è curiosa e vuole scoprire cosa significa relazionarsi con questo universo, senza mediazioni maschili.

Ha paura ed ha ragione,  perchè a poco a poco la vastità, la varietà e la complessità dei ragionamenti e dei desideri di queste donne, riempiranno fino trasbordare i corpi di ognuna, ci lasceranno un compito gravoso di rielaborazione e un potenziale di costruttività incalcolabile.

Gli interventi partono e il tema della rappresentanza, spinosa questione, cartina al tornasole, delle matrici culturali di molte, prende piede. Un’ operaia attacca la non rappresentatività delle donne che attualmente sono dentro le istituzioni, viene preso di mira  immediatamente il carattere sordo e assente di ministre e parlamentari e conciò si sancisce il fallimento del ruolo, senza sconti per le donne, anche di quelle appartenente all’area della ‘sinistra’.

Ed è proprio sullo statuto della rappresentanza che puntuale, Luisa Muraro prende la parola ribadendo la necessità di tesaurizzare questa crisi delle rappresentanti che chiama in causa lo statuto in sé del ruolo e della procedura della rappresentanza. L’avvertimento di questa crisi è tutto a vantaggio dei legami con le donne in carne ed ossa, a vantaggio della circolazione dei loro racconti e delle loro esperienze.

La risposta a questo intervento è di  mediazione, si prefigura e auspica un superamento  della conflittualità delle donne nelle istituzioni con le donne impegnate altrove.

La modificazione dell’assetto pubblico viene, fiduciosamente,  intravista come in grado di generare nuovi modelli di comportamento. L’ispirazione a questi nuovi modelli e alle loro ‘buone pratiche’  potrebbe mutuare e indirizzare la crescita culturale dei giovani oltre che innescare necessari processi di cambiamento.

Gli interventi successivi auspicano la ripresa della conflittualità del femminismo e della sua varietà di forme e contenuti. Viene riconosciuto al femminismo il merito di essere una pratica ‘contaminante’, modificatrice dei luoghi, delle persone,  e dei comportamenti, anche istituzionali.

Ne consegue che le donne attualmente presenti nelle istituzioni non generano cambiamento, non ascoltano i bisogni reali  perchè ‘ non sono femministe’.

Bia Sarasini si chiede dove potrà essere indirizzata la forza di tutte queste donne, e risponde che essa va indirizzata Contro la Crisi. La crisi, come malessere circolante in ognuna può e deve canalizzarsi in comportamenti e pensieri sovversivi della Grande Crisi che attraversa questo tempo.

“Il patriarcato dice e costringe le donne a stare al mondo secondo una modalità che gli è funzionale. Noi donne però possiamo dire delle cose nuove e diverse. Ricordiamo la parola Cura e cominciamo a darle un senso sovversivo e di ribaltamento. La Cura era una prigione (riconosciuta come tale negli anni’70). Oggi la Cura viene portata nello spazio pubblico e nella rappresentanza. Ma questo cosa significa? Significa attenzione alle persone e scompaginamento delle vecchie forme delle relazioni.”

Una giovane donna declina la rappresentanza come conseguenza della crescita, non un ostacolo ma una  premessa la cambiamento, come pezzo,  potenzialmente fecondo, di un percorso.

Interviene una donna -assessora che confronta l’esperienza amministrativa fatta venti anni fa quando ,essendo da sola  fu costretta ad uscire, scappare dall’istituzione. Confronta quel vissuto conclusosi con una rottura inevitabile e praticata in solitudine con l’esperienza di oggi, Oggi si trova inserita in una giunta col 50% di donne presenti e intende restare in questa relazione e provare ad innescare processi di cambiamento. Sostiene la capacità delle donne di contaminare i luoghi istituzionali, agendo una conflittualità non corruttibile. Ribadisce l’importanza di ricercare modalità di rapporto tra movimento delle donne e donne nelle istituzioni.

Ancora si insiste su questo tema ribadendo che non è possibile dopo avere fatto una battaglia fondamentale per votare pensare, oggi, di non votare più. Si auspica la necessità di individuare i nodi, nuclei principali intorno ai quali canalizzare la lotta  contro il potere e le sue forme e si prefigura anche un’occcupazione massiccia dei luoghi del potere quale ‘scossa’ e sgretolamento di quei meccanismi perversi attraverso i quali viene agito e rappresentato.

Ida dominianni premette di non essere interessata ad una visione contabile della democrazia e ritiene fuorviante il discorso del 50 e 50. “Bisogna pensare alla base della rappresentanza, ai rappresentati e non ai rappresentanti. La rappresentanza è un dispositivo della politica moderna, è all’insegna della neutralizzazione. Occorre comprendere quanto sia forte il tornaconto maschile  ad includere le donne, a cooptarle, non per favorire la relazione e il confronto.

Mariella Gramaglia, parte dall’esperienza e annuncia di essere a Paestum insieme alla figlia.

“in Italia il movimento ‘se non ora quando’ è stato rimosso. C’è una rimozione reciproca e ignorarsi è spiacevole. Non abiamo paura di uno sguardo critico sul corpo femminile. Distinguiamo tra immagine e figura. L’immagine è la rappresentazione  in un contesto di potere. La figura è il portato del corpo.

Il 50 e 50 ha a che fare con l’ambizione di molte giovani donne di prefigurarsi il futuro. Occorre riconoscere e dare un nome alla forte ambizione di queste donne.

Gli interventi si affastellano e i temi pure: il conflitto con il potere, il conflitto uomo-donna, il conflitto tra donne, il diritto di essere rappresentanti e rappresentate, i rapporti intergenerazionali.

Viene invocato il reddito di cittadinanza come strumento di  autodeterminazione conflittualità, questo obiettivo verrà ripreso insieme ad altri nel corso della giornata.

Marisa Guarnieri della Casa delle donne maltrattate di Milano mette al centro la relazione tra donne come valore da difendere quando le istituzioni tendono a riassorbire strutture e metodi.

Una trentenne femminista precaria declina il dualismo : precariato  uguale a patriarcato.

Una donna migrante nomina il scatto d’orgoglio quando si auto attribuisce valore proprio in quanto donna migrante addetta alla cura. Rivaluta i corpi e le intelligenze che vivono e lavorano dal basso e

posiziona il proprio disagio e la propria subordinazione al fianco di quello di tutte le altre donne.

Vengono ricordati i servizi mancanti e i diritti negati, l’età pensionabile ecc.ecc.

Marina Terragni, giornalista di Io Donna invita a non immiserire il dibattito sulla rappresentanza.

Alla ‘politica seconda’ (il rimando ai temi di uno storico SOTTO SOPRA) chiedo la riduzione del danno. Che la rappresentanza ci sia non termina il discorso e l’agire politico delle donne.

A poco a poco si profila quello che sarà un approdo su questo tema della rappresentanza che non polarizza ma esplora i nessi tra le posizioni e la convivenza fra chi sostiene l’irrilevanza  e la sconvenienza della politica della rappresentanza, con la modifica della legge elettorale che includa il 50% delle donne, e chi, invece, individua in essa un fattore di sgretolamento e di cambiamento che non riduce, bensì alimenta e si avvale della forza, del pensiero e dell’agire politico delle donne al di fuori delle istituzioni.

Si profila un concetto importante: convergere nella differenza rafforza  la politica della differenza, pertanto si auspica un lavoro di ricerca delle strategie di comunicazione dei e fra i movimenti.

Il pomeriggio, dopo una breve pausa pranzo, si  avvia coi laboratori, gruppi ristretti di discussione, presso le sale del contro congressi e i locali messi a disposizioni dagli alberghi vicini.

Ad ogni gruppo parteciperanno una sessantina di persone, più o meno. Il metodo sarà lo stesso di quello adottato in assemblea plenaria la mattina.  Si parla per alzata di mano, non ci sono relatrici, solo un leggerissimo ruolo  di  accompagnamento al traffico degli interventi.

Si riprende il tema del reddito di cittadinanza e quello della trasmissione e della formazione.

Alcuni interventi sono più stimolanti di altri.

 Ciò su cui mi soffermerò a pensare a lungo anche a conclusione di questo incontro parte da queste premesse, accennate la mattina , riprese da Lea Melandri il pomeriggio. Riguardano l’esplorazione e l’ampliamento del concetto di Cura, il suo potenziale creativo e sovversivo.

Nel gruppo viene ribadito che non è sufficiente pensare ad un alleggerimento del lavoro di cura  familiare per poterlo trasferire nel settore pubblico.

Questa prospettiva che potrebbe migliorare la qualità della vita pubblica e privata non è sufficiente.

Non include la complessità e la varietà dei bisogni e dei desideri delle donne. La complessità dell’esperienza e dell’esistenza di uomini e donne non è riducibile a quel tipo di relazionalità  benefica, e di sostegno alla vita , che si avvale del lavoro di cura.

I desideri e i bisogni delle donne esprimono un’urgenza e una complessità  di risposte sia immediate che di lungo periodo. C’è bisogno di strategie  che aiutano a compensare quei vuoti che la sfera pubblica allarga sempre più attraverso la crisi attuale, che drammatizza il problema del lavoro e fa precipitare la capacità di ampliare la prospettiva, di porsi obiettivi più ambizioni e soffermarsi su pezzi di vita  che restano in ombra. 

Avverto il bisogno di concentrarmi su questo, che ci sia un lavoro di esplorazione teorica ed esperienziale  su questo scarto, che travalica il concetto di cura quale sostegno  alla soddisfazione di bisogni primari, quale accompagnamento alla crescita e alla vita, quale assistenza e accudimento. Che travalichi il concetto di cura inteso come pratica indispensabile alla ‘sopravvivenza’ e alla soddisfazione di bisogni primari.

PRIMUN VIVERE e la cura del vivere mi appare come manifesto della gioia, come cosa che potrebbe anche cambiare nome.

Perchè nell’esistenza di ognuna c’è questo scarto ingovernabile che attraverso la relazione genera energia, felicità, soddisfazione, mobilità i sentimenti e le intelligenze, combina i linguaggi e CREA  esperienze ed orizzonti vasti, soprattutto ci sorprende perchè, incredibilmente, questa creatività, questa vitalità sopravvive anche nei periodi più bui e minacciosi, anche quando tutta l’esistenza appare appiattita sulla necessità e sul bisogno.

Le giovani donne precarie hanno individuato nel problema del lavoro, nell’appiattimento da parte della perversione feroce del sistema economico, una priorità imprescindibile. Ciò potrebbe apparire  riduttivo, ma, a mio avviso, va letto anche come consapevolezza e capacità di prefigurarsi il bello e il buono della vita e delle relazioni. Come chiarezza degli obiettivi: PRIMUM VIVERE

E’ pensabile il vivere attraverso la correzione delle scelte politiche che  influenzano economia e mercati.

 E’ pensabile il vivere in una prospettiva di occupazione e stabilizzazione.

E’ pensabile il vivere  attraverso la  lotta per il raggiungimento di questi obiettivi.

Ma sopratutto è pensabile il vivere attraverso la focalizzazione dello sguardo sulle energie cosiddette residuali che invece sono centralissime, trasformano quotidianamente la sopravvivenza in straordinarie capacità di inventarsi soluzioni e sottrarsi all’omologazione,  in ricerca e gusto per quanto dentro il presente non sopravvive ma vive nonostante la crisi e a dispetto della crisi. La precarietà va anche essa, in questa prospettiva, ridefinita.

Questa creatività di cui sono infarciti pezzi e percorsi di vita importanti, è in grado di fare scricchiolare i meccanismi di inglobamento dello spazio pubblico, questa  creatività è spiazzante, ingovernabile. Sta dentro il lavoro di cura e scaturisce anche essa dalla relazioni.

Sento il bisogno di esplorare la forza di questo pensiero, sento che lo studio e l’esercizio di questo tema può dare risposte interessanti. Avverto il desiderio di aumentare la consapevolezza e la concettualizzazione di questo scarto irriducibile dell’esperienza, che coniuga la relazione al piacere e alla ricerca della felicità.

7 ottobre, mattina.

Abbiamo ancora negli occhi l’allegria furibonda dei canti e dei balli della sera. E siamo in ordine ma brulicanti, in questo salone immenso che ci tiene in quasi mille.

Gli interventi sono continui ed appassionati, si avverte un bisogno di sintesi, una ricomposizione degli interventi in comparti tematici che non disperdano la ricchezza di questa marea di pensieri.

Una donna di Milano propone la creazione di una rete politica di sostegno alle donne che vogliono spendersi in politica per scardinare la pessima democrazia odierna.

Bia Sarasini  argomenta uno sforzo di sintesi: “sono emerse parole come rabbia, rivoluzione. E’ stato detto ‘Tutte siamo femministe storiche, giovani e meno giovani, siamo tutte dentro la storia, parte della storia. Il precariato e la precarietà. Sono emerse proposte specifiche : il reddito di cittadinanza, una rete radicata territorialmente che prosegua il pensiero e la pratica politica delle donne. Il  bisogno di  darsi altri appuntamenti, sebbene non fondativi come questo.

Anna Picciolini di Firenze , lamenta il fatto che ci si è concentrati troppo sulla rappresentanza e poco sul lavoro, sostiene che va ridefinito il concetto di cura, riscoperto in esso il potenziale eversivo.

Letizia Paolozzi dice che è caduta la differenza e la distanza tra donne di generazioni diverse e che le pratiche politiche vanno esibite  senza mediazioni  ma attraverso le relazioni. Avverte  l’esigenza di un  laboratorio teorico-politico comune che esplori  a fondo il concetto di precarietà.

Si sostiene che sui contenuti si può divergere, sulle pratiche politiche bisogna convergere, un ‘altra donna afferma che si possono creare delle buone domande alle donne delle istituzioni. Che si può e si deve vcreare questo rapporto stretto che interroga alle donne delle istituzioni attraverso quali comportamenti stando  dentro come donne si riesce ad incrinare il rapporto con il potere.

Una giovane di Torino riprende il poco discusso concetto di autodeterminazione e argomenta una difesa della 194 e mantenere una rete  di relazioni e una conflittualità diffusa.

Una giovane precaria si chiede perchè la battaglia contro la precarietà non possa diventare una battaglia del movimento delle donne che serva a ‘snidare’ i partiti politici tradizionali e la loro impronta patriarcale.

Un’altra donna invita a trovare dei sistemi per sostenere le donne prima e dopo le elezioni e per ptrovare il modo di controllare e direzionare le loro azioni. A cercare buone pratiche  di collegamento tra femminismo e istituzioni.

Si ritorna sul problema della formazione e dell’educazione, una donna invita a stare attente, vigilare  sulla deriva della scuola come scuola di classe, al tempo pieno che diventa opportunità per i ricchi. Attenzione alla formazione di genere nella scuola dell’infanzia e primaria. Racconta l’aneddoto di Matilde, la bambina  di una scuola primaria, che dopo aver visitato una mostra d’arte, viene invitata dalla maestra a provare a disegnare qualcosa, e lei si chiede se può farlo, se ne ha il diritto visto che tutti gli artisti della mostra erano uomini. Questa giovane maestra chiede attenzione ai temi dell’educazione ‘perchè Matilde possa autorizzarsi a diventare un’artista’.

Si avvicendano gli interventi e quelli più applauditi  rimandano alla connessione tra problemi reali e femminismo, all’esigenza delle donne di prendere la parola sulla crisi, sui beni comuni, sui modi del consumo.

Lia Cigarini (Libreria delle donne di Milano) chiarisce: Primum vivere non è sopravvivere nella crisi. Precisa che si è discusso di economia ma che bisogna puntare lo sguardo sul cambiamento della vita interna di ciascuno piuttosto che sull’economia. Nell’ultimo decennio le donne presenziano il mercato del lavoro, potenzialmente sono più scolarizzate degli uomini. Le donne parlano del proprio rapporto di lavoro non come qualcosa di esterno. Mettono in gioco la soggettività non la merce-lavoro, comprata e venduta. Questa prospettiva modifica il soggetto che parla del lavoro. Sostiene che le posizioni di politici ed economisti critici del liberismo sono tronche perchè non mettono in gioco la soggettività. Dicendo Primum vivere si può arrivare a delle posizioni  molto radicali. Uno stato potrebbe rasentare il fallimento dal momento in cui decide di rendere più visibile la vita dei cittadini. La proposta è: dire pubblicamente quello che sappiamo su come vogliamo vivere e pensare che questo abbia un valore universale, che non riguarda solo le donne ma riguarda tutti.

Alessandra Bocchetti.(roma) Sostiene che un governo senza donne è impresentabile, le donne  ci devono stare. Ciò che ha reso impresentabile un governo senza donne sono state le donne stesse. Esiste un vuoto di relazione con le donne al potere. Come governare chi ci governa? La formula spartitoria del 50 e 50 non è una questione di giustizia né di equità e nemmeno di rappresentanza. Si tratta di presenza responsabile nei luoghi delle scelte. Democrazia partecipata significa portare l’idea della differenza la governo. Non posti da occupare ma equilibrio da realizzare con la presenza delle donne e con una forte opinione pubblica , così determinata da farsi tenere in conto da chi governa. La libertà delle donne è venuta al mondo quando una donna si è chiesta: Chi ha fatto le parti, chi ha stabilito la ferita a morte  di una parte dell’umanità e quando una donna ha detto a un uomo: tu sarai padre quando lo decido io. Questa è la libertà che noi consegniamo alle donne.

Non dobbiamo salvare il mondo ma viverci meglio.

Paola Melchiori (Libera univ.Donne Mi) Le giovani si stanno riprendendo la loro libertà e vanno per la loro strada. La cura è un bene comune negato dal patriarcato che se ne serve e di cui ha bisogno. I movimenti stanno ripensando la democrazia, sono pieni di donne  che non si rappresentano come femministe ma fanno la differenza.

Un’altra donna interviene sui Paradisi Nordici : in Norvegia le donne dicono : Siamo intrappolate nell’uguaglianza. I servizi non bastano a dare qualità alla vita. I simboli fondamentali delle donne e la sessualità spariscono nella politica.

Una donna sarda infuoca la platea: Bisogna avere il coraggio dell’Irresponsabilità, ragionare per sottrazione, sottrarsi alla solidità che  danno le donne. Se in Africa si fermano le donne in mezz’ora colla tutto, se questo avviene in Europa non ci si impiega mezz’ora  ma mezza giornata, poi però crolla tutto lo stesso.

Lasciamolo collassare questo paese ‘pacificato’ dove ammazzano centinaia di donne  ogni giorno!

Basta col tormentone  della mancata trasmissione. Ci avete passato libri e materiali, nella storia ci stiamo come chiunque altra.

E si continuano ad avvicendare gli interventi, le proposte, i desideri: creare un welfare non sacrificale per le donne. Ritorno l’appello per il reddito di cittadinanza, la necessità di costruire  insieme dei percorsi di soggettivazione di genere, la tutela della maternità, la coincidenza dei tempi di lavoro con i tempi di vita, la necessità di creare dei presidi  e ristabilire la verità dei corpi delle donne. Viene ribadita la necessità di un’educazione alla diversità di genere.

Una giovane donna  prefigura una Rete Internazionale Europea Interculturale e Femminista che faccia veramente Paura.

“Sono una Donna di Colore Nero” è l’esordio di una donna nera che riapre il discorso della precarietà e lo allarga anche alle donne non più giovani. Ribadisce che non è stato affrontato il tema della violenza che il sessismo e il razzismo hanno la stessa radice, che così come è stato affrontato il sessismo occcore affrontare il razzismo. “Basta con la sofisticazione del discorso sulla rappresentanza su 50 e 50. Andiamo nella realtà, interroghiamo il nostro rapporto con badanti e collaboratrici domestiche. Vogliamo misurarci con le altre alla pari.

Laura Cima . La rivoluzione l’abbiamo già fatta qui con questi pensieri e questa pratica di confronto trasversale e democratico. Abbiamo parlato tutte. Dopo Paestum non saremo più nello stesso modo di prima.

E ancora un fiume di idee e considerazioni preziose:

I linguaggi dei femminismi si sono mescolati.

Una giovane femminista di 30 anni : porre il problema  del lavoro e del reddito non è un appiattimento bensì una prospettiva che offre la possibilità di sfruttare l’eccedenza di esperienza e di desideri che si libera col lavoro.

Bisogna affinare il linguaggio e condividerlo.

Una giovane riporta il conflitto e la dialettica fra femministe storiche e giovani creatisi all’interno di uno dei gruppi di discussione del giorno prima. Dopo una forte discussione sono  arrivate a stabilire che non debba esserci riconoscimento di autorità bensì riconoscimento di soggettività.

Una giovane di Napoli (siamo alla fine) dice: sento un bradisismo in me

No alla democrazia a sesso unico.

E per concludere le straordinarie donne di Paestum commosse e il saluto pieno di apprezzamento, di sfinimento e di fiducia di Lea Melandri, la semplicità e il buon senso che a malapena riescono a contenere la commozione di tutte,  l’appuntamento sul blog per continuare, tessere una rete più fitta con le tante reti già esistenti: circa 50 città italiane, 100 associazioni di donne,  una abbraccio corale fra di noi.

Dopo un magnifico pasto in un magnifico ristorantino, con le donne del Centro Contro la Violenza alle donne Roberta Lanzino di Cosenza facciamo una lunga passeggiata nell’area archeologica.

Dentro quella luce pomeridiana e magica, sotto l’imponenza dei templi, mi sento piccola piccola.

Eppure –  penso – su questa erbetta arcaica e fresca ci sto camminando e ci lascio un’impronta.

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Una Risposta to “Un resoconto delle giornate di Paestum”

  1. laura 11 ottobre 2012 a 16:53 #

    :-((((

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