La faccia aspra del patriarcato

14 Ott

Donatella Proietti Cerquoni

Carissime, non ero a Paestum ma
ho pensato a lungo in questi giorni alle parole di Ilaria di Femminile Plurale sull’inasprimento del patriarcato nel precariato  e trovo che  quella da lei individuata  sia una coincidenza reale ma parziale, come dirò.
Ho pensato al desiderio di alcune nostre simili di entrare nelle istituzioni maschili fino al punto di chiedere di esservi “ammesse”, cosa che trovo di una gravità inaudita: le parole sono segni tangibili di ciò che pensiamo, gira in rete un appello che usa precisamente la parola “ammissione” di una candidata alla primarie.
Ho pensato  alla proposta di Ilaria   di creare istituzioni femminili e di livello internazionale.
Ho pubblicato un post nella mia pagina facebook  e in pagine di amici e di gruppi  circa la mia e non solo mia percezione delle conseguenze, per la vita delle donne, della legge di stabilità che si abbatte sulla nostra condanna a  sostituire il welfare che erode alle radici la libertà femminile nella sua veste legata ai diritti. Penso che il lavoro di cura, se è un solo genere a doverlo svolgere e anche nel caso in cui lo voglia svolgere, somigli più a una condanna che a una scelta. Eppure apprezzo molto le formulazioni del gruppo di Roma sulla Cura, molto.  Il post è stato oggetto di forte attenzione.
Ho pensato alle continue accuse di elitarismo che alcune portano alle intellettuali femministe e sono stata presa da una profonda tristezza.
Da tutti questi pensieri ho  tratto una sintesi che vorrei condividere.
La faccia aspra del patriarcato riguarda tutte le donne di tutte le età e di tutte le condizioni sociali.
La possibilità di vedere nitidamente questo fatto la devo al pensiero femminista verso il quale nutro non solo riconoscenza ma riconoscimento inteso nella sua dimensione politica così come anche a Paestum è emerso.
Se non uniamo le nostre lotte ciascuna lotta perderà senso e forza.
Se non dimostriamo concretamente di “essere tutte contemporanee”,  la divisione intergenerazionale nutrirà la pancia del patriarcato.
Il mio non è un generico appello all’unità ma un invito ad immedesimarci  ciascuna nelle altre e a vedere quella “pioggia che bagna tutte” invece di percepire ciascuna quella che si abbatte su di sé.
Non so se le forme di lotta che come femministe storiche abbiamo intrapreso e condotto  40 anni fa siano ancora efficaci – penso, per esempio, che le manifestazioni sono state svuotate del la loro potenza in quanto facilmente strumentalizzabili, come accaduto il 13 febbraio per la cacciata di Berlusconi   e in relazione al ruolo svolto, non so quanto consapevolmente, da Snoq. So che 40 anni or sono le istituzioni e le organizzazioni maschili hanno dovuto ascoltarci ma so che la traduzione di quell’ascolto in leggi non ha portato alcunché di stabile in termini di diritti e che non è il diritto a garantire la nostra libertà, tanto meno quello maschile che interpreta il nostro e limita la nostra libertà alla parità. Dimensione che io non  ambisco, insieme a molte altre.
Ma se vogliamo ancora assegnare forza al manifestare pubblicamente ciò che pensiamo e vogliamo, non possiamo che farlo, secondo me, per ciascuno dei temi/problemi presi nella loro complessità. Per fare un esempio, se decideremo di manifestare  per il lavoro, non dovremo limitarci a farlo per la sola precarietà delle giovani, ma per la precarietà di vita materiale,  sociale e, purtroppo ancora, simbolica di ciascuna articolando critiche su tutto il fronte, chiedendo azioni  congrue da parte della politica  e vigilando che quelle azioni non vengano ancora ridotte a concessioni deperibili nel tempo e con astuzie tipiche del trovare “l’inganno” nella legge, come sta avvenendo con l’obiezione di coscienza nell’applicazione della 194.
Però credo che il luogo simbolico al quale andare tutte a chiedere conto della situazione in cui si è, non sia quello delle madri ma quello dei padri e di quelle madri che li rafforzano. Non credo che il senso di responsabilità materno autentico sia sordo alle condizioni delle figlie, anzi, penso che molte madri, simboliche/spirituali e reali si stiano facendo carico della sorte delle figlie – mi sembra  che anche la convocazione a Paestum sia una testimonianza di ciò.
Credo che le energie delle giovani non siano comparabili con quelle delle più adulte ma che quelle delle più adulte siano disponibili verso le istanze delle giovani e credo che sia necessaria una vera reciprocità di attenzione e di interesse.
Credo che prendere le distanze dal patriarcato consista nel proporre un altro modello di società, non un altro modello di “sviluppo”, visto dove ci ha portato lo “sviluppo” così come o intende il patriarcato. Non ritengo  proficuo  andare a chiedere che sia fatto posto alle donne nelle organizzazioni degli uomini che, invece, vanno criticate. Ritengo, infatti,  che “estraneità” non sia per niente  una “parola d’ordine” come qualcuna, che al momento non ricordo, l’ha definita   ma penso che sia  il solo strumento capace di partire dalla coscienza e di ritornarvi lasciandoci intatte prendendo parte al vivere comune senza perdere l’autenticità e la forza del nostro essere e agire.
Penso che dovremmo lavorare affinché i gruppi di donne già esistenti e quelli che si costituiranno possano esprimere costantemente e con competenza il loro giudizio sulla politica degli uomini, quand’anche vi partecipassero, come vi partecipano alcune nostre simili. Auspico che ciascuno di questi gruppi si metta in relazione con le donne che sono o desiderano entrare nelle istituzioni maschili e le sostengano dall’esterno nella formulazione di valutazioni, critiche all’operato maschile e proposte di diversa gestione. Ma credo, ancor di più, che Ilaria Durignon abbia ragione nel dire che è prioritario costituire delle nostre istituzioni e che con questa forza, se forza riusciremo a creare e ad esprimere, andiamo al confronto con quelle degli uomini. In parte già esistono e sono rappresentate dalle organizzazioni di donne, dai luoghi simbolici del femminismo. Bene: dovremmo fare come le Madres e uscire regolarmente con il nostro giudizio pubblico con quanto sta avvenendo, ora più che mai.

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2 Risposte to “La faccia aspra del patriarcato”

  1. Maria Cristina Migliore 14 ottobre 2012 a 20:03 #

    Sono molto d’accordo con Donatella sul fatto che dobbiamo trovare il modo di organizzarci per uscire spesso con il nostro giudizio pubblico su quanto sta avvenendo.
    Aggiungo anche che noi donne che crediamo nella differenza di cui siamo portatrici dovremmo impegnarci concretamente per iniziare per quanto possibile a dare realizzazione a pezzi di sviluppo sociale e economico diverso. A questo proposito mi è piaciuto il libro di Antonia De Vita, Creazione sociale.

    • Donatella Proietti Cerquoni 15 ottobre 2012 a 07:19 #

      Grazie per l’indicazione bobliografica, Maria Cristina e per il commento. Concordo anch’io con te sulla necessità di dare vita ad esperienze di sviluppo che sia tale e che non comporti la distruzione del pianeta, delle altre creature viventi e di tutto il resto che l’ideologia del dominio, insita nel sistema patriarcale, porta con sé. Personalmente mi sento in un crinale: legata alle diverse dipendenze che il sistema crea per tenersi in vita (un certo modo di alimentarsi, di curare le malattie, etc. ) e al tempo stesso consapevole che solo una “guarigione” da queste dipendenze potrà permetterci di uscire dalle condizioni di vita che influiscono sulla nostra libertà di soggetti, donne e uomini, soprattutto donne perché è su di noi che si accanisce il dominio patriarcale.

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