Primum vivere, il bilancio di una generazione imprevista

17 Ott

Angela Ammirati

Primum Vivere. La vita prima di tutto anche nella crisi. Con questo incipit alcune voci del femminismo storico hanno convocato una due giorni a Paestum, nella città in cui, 36 anni fa, il femminismo italiano si incontrò per uno storico raduno. “Tante cose sono cambiate da allora – si legge nella lettera di invito – ma le istanze radicali del femminismo sono vive e vegete”. E nella radicalità dei temi e delle questioni proposte dalla “lettera di convocazione” donne di diverse generazioni hanno potuto riconoscersi partecipando alla costruzione di questo percorso anche nei mesi precedenti attraverso incontri, dibattiti, documenti, articoli.

A Paestum la differenza tra i femminismi ha assunto anche la dimensione di un conflitto generazionale che si è misurato non solo nella diversità delle pratiche, ma anche nella presa di distanza da dinamiche “dominanti” che pretendono di indicare una ”ortodossia” femminista velata dal culto delle “genealogie materne”. Paestum è stata la rappresentazione plastica di tutto questo ma anche, e spero, il segno di uno spostamento portato dalle nuove generazioni. Certamente il “soggetto imprevisto” (Carla Lonzi) del femminismo che rompe la continuità con la storia è emerso nel racconto di chi ha declinato il primum vivere a partire dalle condizioni materiali e di esistenza di noi precarie; nella storia di chi ha messo al centro il peso di una crisi che nella sua narrazione, nella sua costruzione ideologica ci costringe ad un immaginario luttuoso imprigionato nell’idea di rassegnazione.

Il presente – più volte l’abbiamo manifestato a Paestum – per noi esercita un potere performativo che decide non solo delle nostre possibilità economiche, ma anche dei nostri desideri, delle nostre aspettative e percezioni attorno al futuro, nel quale proiettiamo la nostra voglia di “esserci e contare”. Del precariato sappiamo che non è un ciclo della vita o meglio, per essere più chiare ed evitare declinazioni vittimistiche, una condizione esclusiva delle nuove generazioni. Ne siamo fin troppo invischiate dentro per non vedere che è un dramma che fagocita tutte le età. Ma è una trappola anche circoscriverlo indistintamente a tutti, farne una grande narrazione senza nominare le differenze e le dinamiche che in esso si determinano. Rischia di trasformarsi in un puro artifizio linguistico, se non teniamo in considerazione che noi, che abbiamo trent’anni e un lavoro stabile non l’abbiamo mai avuto, ne portiamo il segno e una testimonianza “differente” anche sul piano culturale. La precarietà non è la nostra condizione ma lo sguardo verso cui guardiamo al mondo, è la nostra Weltanschauung. Tanto per non ricordarcelo, la mia generazione viene da anni di ideologia post-femminista, costellata da miti (per es.“la donna eccezionale” o di “potere”) che hanno prodotto vuoti nella memoria storica, stravolgendo anche il senso dell’esperienza politica delle donne e lasciando sullo sfondo le donne reali (Rosi Braidotti).

Con questo dobbiamo fare i conti, anche noi che abbiamo individuato nella politica e nel femminismo un valore fondativo del nostro stare al mondo. Da questa epoca della fluidità abbiamo mutuato linguaggi e pratiche: Il pensiero nomade, il queer, il post-coloniale, il post-lavorismo sono diventati i nostri orizzonti teorici e politici non per una moda intellettuale, ma perché idee che fluiscono a partire dalla nostra vita “precaria”, costitutiva della nostra identità e delle nostre relazioni. Non abbiamo dovuto compiere il gesto della decostruzione, perché da essa ne siamo state definite. In questo scarto, forse ancora intraducibile, si inscrive la nostra soggettività, in bilico tra l’ombra di vecchi modelli e lo scatto continuo di libertà verso un nuovo immaginario da rifondare e reinventare.

La crisi, che leggiamo, come crisi della soggettività maschile, non crea per noi solo un vuoto, un lutto da elaborare, ma un’occasione per ripensarsi. “Del tempo indeterminato –ha detto qualche compagna– ne abbiamo solo sentito parlare. Non l’abbiamo avuto e forse nemmeno lo vogliamo”. Un’affermazione condivisa da molte di noi presenti a Paestum che manifesta il desidero di liberare le nostre identità dall’ opposizione lavoro e non lavoro. Le caratteristiche molli del lavoro contemporaneo ci offrono l’opportunità di poter cogliere la pienezza della nostra esistenza e di sviluppare le nostre capacità individuali. Ai tempi del post-patriarcato, da femministe siamo state a breve lasso di tempo insegnanti, giornaliste, operatrici sociali, ricercatrici, e non vorremmo rinunciare a questa possibilità di un “soggetto in divenire”. E questo non significa essere in contrapposizione con chi nel lavoro a tempo indeterminato vede l’unica certezza e forma di autorealizzazione della propria vita. Nel reddito di cittadinanza, istanza più volte riecheggiata a Paestum, abbiamo individuato l’alternativa a quel ricatto di fare di noi stesse una risorsa umana.

Al doppio sì (sì alla famiglia, sì al lavoro) – sostenuto da un parte del femminismo italiano – noi vogliamo poter dire anche no, scegliere se e quando il momento di compiere una scelta lavorativa. E che sia soprattutto quella che ci piace. Non si tratta, di regredire ad una misura economicistica che rimette in gioco le rivendicazioni emancipazioniste. Ne conosciamo bene i rischi, cosi come conosciamo quelli legati ad un “bio-welfare” familista che ha colonizzato le nostre identità, ingabbiandoci nei ruoli di genere. Il reddito rappresenta l’opportunità di scardinare e destrutturare il sistema produttivo attuale e di ridisegnare un nuovo immaginario collettivo in cui le nostre esistenze non siano subordinate al lavoro. Di poter elaborare da protagoniste un progetto di vita. Non poniamo nel reddito, la condicio sine qua non di ogni possibilità di autodeterminazione femminile, come è stato scritto in questi giorni. Non consegniamo la nostra libertà alla speranza di un nuovo diritto. La nostra interezza, non si gioca tutta qui, ma anche nella ricchezza della “relazione”, la cui pratica e forza, come il femminismo ci ha insegnato, modificano l’esistente. Ed è questo il significato più profondo che ci portiamo da Paestum.

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Una Risposta to “Primum vivere, il bilancio di una generazione imprevista”

  1. maria luisa boccia 21 ottobre 2012 a 14:43 #

    delle molte e diverse parole dette a Paestum, e scritte prima e dopo, da femministe sulle differenze, tra generazioni (di vita , di pensiero, di pratica), sui conflitti e sugli spostamenti che producono, vorrei scegliere alcune da questo intervento di angela ammirati, come punto di partenza per riflettere insime e trovare punti di convergenza. Le riassumo brevemente, ognuna può facilmente risalire all’ originale:
    la precarietà segna tutte le età, ma è una trappola farne un indistinto;
    l’imprevisto della soggettività, nelle più giovani, è che non hanno dovuto decostruire, essendo questa la condizione che le definisce (n.b. e non è proprio questo che rilancia la necessità/possibilità di sottrarsi all’identità -a tutti i post e i neo che la ri-definiscono nel presente decostruito- significando liberamente la differenza? Ovvero rilanciando la sfida del femminismo?);
    la sfida è liberare le nostre identità dall’opposizione lavoro-non lavoro. la precarietà, in particolare le nuove modalità di lavoro, i caratteri “molli”, costituiscono un’opportunità, e non solo un pesante condizionamento: rendono le soggettività più mobili, “in divenire”; questo può renderle più docili e adattive, ma anche più “piene” e consapevoli delle loro molteplici capacità ed esigenze. mi piacerebbe un confronto su questo ” a partire da sé” che metta in evidenza il crinale del conflitto per passare dal primo registro al secondo;
    il reddito di cittadinanza offre un’alternativa di esistenza non subordinata: non è una condicio sine qua non dell’autodeterminazione, nono è affidare la libertà ad un nuovo diritto ( e questo è tutto da vedere, dipende dalle pratiche e non dall’obiettivo, se la pratica è (solo) lottare per una legge, sia pure di inziativa popolare, può risultare proprio quello che non si vuole);
    conosciamo i rischi dell’emancipazione e quelli del “bio-welfare”. di questo dovremmo parlare a fondo e puntualmente, a partire dall’esperienze di vita e politiche. non per scettismo, ma per trarre delle nostre conoscenze un sapere condiviso ed una pratica comune contro i rischi.
    rispetto al “doppio sì”, c’è l’esigenza di dire (anche) No, nel lavoro e nella vita. nel primo testo del Gruppo del Mercoledì, il Manifesto rivolto alla sinistra nel 2008, per affrontare la sua perdita di senso e di funzione, sono indicati i No da dire per stare al presente con il desiderio di cambiarlo.
    di tutto questo mi piacerebbe discutere negli incontri dopo paestum, a cominciare da quello di roma il 24 ottobre. maria luisa boccia

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