Sulla rappresentanza (25 anni fa)

18 Ott

Paola Zaretti

Le argomentazioni critiche sulla rappresentanza espresse in questo intervento da Lia Cigarini (La separazione femminile) sono ancora fondate, mantengono ancora, a venticinque anni di distanza, una loro verità e pausibilità o il tempo ne ha cancellato la fondatezza? E, se così fosse, quali sono oggi le argomentazioni proposte a sostegno della necessità della rappresentanza in grado di minare le fondamenta delle argomentazioni qui sostenute?
C’è ancora, oggi,qualcosa su cui SI TACE, SI SORVOLA, SI CENSURA? E quali sono gli effetti di questi silenzi, di queste censure?

“Quando alla fine del convegno di Milano sulla pratica della differenza sessuale, nel dicembre scorso, ho sentito dire da alcune che era ora di affrontare la questione della rappresentanza politica della differenza, ho avuto un attimo di vero SCONFORTO.
Mi domandai da dove uscisse quella VECCHIA PAROLA e dietro alla parola una potente istituzione che CANCELLA E INGABBIA in un sol colpo la ricerca di parole di donne svincolate dalle regole e dalle aspettative della società maschile (del padre), la nostra ricerca di linguaggi originali (delle origini).
(…) Chi aveva proposto il tema della rappresentanza ha poi spiegato che era da intendersi come “autorizzazione delle donne alle donne” e come capacità di “rendere presente” LA POTENZA DELLA DIFFERENZA SESSUALE. Pensava inoltre che, siccome la democrazia classica non tollera la differenza sessuale come soggetto da rappresentare, il rappresentarla provocherebbe grande trambusto e sconcerto. A parte l’autorizzazione delle donne alle donne – che non ha veramente nulla a che fare con la rappresentanza politica – ho forti dubbi che l’essere donna, che è qualcosa di assolutamente qualitativo, sia rappresentabile nei modi (numerici, quantitativi) della democrazia classica. E, soprattutto, dubito che la presenza di molte donne in parlamento sia un ingombro o provochi un qualche trambusto in quell’istituzione. Primo, perché, se affermi che è fondamentale essere in quell’istituzione per dare visibilità alla differenza, stai dicendo che dai molto valore a quel luogo, istituito da uomini di una classe sociale dopo che questa ebbe guadagnato un surplus di forza economica e di sapere. E mostri che non stai pensando che fra noi comincia ad affermarsi una fonte femminile di autorità sociale…
Penso, infine, che di per sé una maggiore presenza femminile in parlamento non crea disturbo perché le rappresentanti debbono accettare molte potenti mediazioni: quella con il partito che le fa eleggere, quella di una inevitabile adesione e legittimazione di quel potere maschile che lì si esprime, e tutte le mediazioni che domanda il fare leggi. Mediazioni e censure dei desideri femminili molto più drastiche dei famosi veli di cui 1’immaginario maschile aveva coperto il corpo femminile. In concreto, dunque quello che le elette potranno far valere sarà, al massimo, un diritto di veto sulle leggi per le donne. Oppure agiranno come una piccola lobby, sul modello della democrazia americana. Sia chiaro, non penso e non parlo contro quelle donne che in parlamento vanno, apertamente, per un proprio desiderio, con una competenza e un ambizione da far valere. La mia critica si rivolge all’idea di una possibile rappresentanza femminile e a quelle donne che la adottano NASCONDENDO i propri desideri.
(….) SI TACE sul fatto che le donne che vanno ad occupare posti di potere finora non hanno potuto impedire che le regole del gioco siano quelle volute da uomini. SI TACE sul fatto che la forza di significare la differenza femminile nasce da un progetto pensato e costruito tra donne mettendo in gioco le pretese e le ambizioni ma anche l’estraneità femminile, e tenendosi fuori dalle misure morali. SI SORVOLA sulla contraddizione estrema, per adesso ancora un’impossibilità, di RENDERE PARLANTE LA DIFFERENZA FEMMINILE e fare insieme ricorso agli STRUMENTI SIMBOLICI DELLA POLITICA MASCHILE, come elezioni, partiti, parlamenti. SI CENSURA il fatto che i gruppi che hanno iniziato a elaborare il senso della differenza femminile, sono, come noto, gruppi formati da sole donne. Gruppi separati, come si dice. La separazione – non il separatismo, che è ideologico – è anche una categoria del pensiero che ha incarnazione sociale e che crea processi autonomi e asimmetrici, per cui, ad esempio, tu sai che le donne non devono andare ovunque qualcuno le chiami, ne rispondere ogni volta che sono interpellate. Quelle che lo vogliono, lo dicano e lo facciano. In prima persona, per se stesse, senza il rivestimento di dire e fare per quelle altre che tacciono. Per concludere, io sarò una che voterà la donna ambiziosa o la donna che ha un suo progetto da portare avanti o la donna che ha una sua competenza e intelligenza da far valere. Non voterò la rappresentante.
Lia Cigarini
(Milano)

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