L’incontro di Lucca

19 Ott

Annamaria Medri e ELisa Frediani

Lucca – l’incontro di mercoledì sera, 17 ottobre, ha visto una buona partecipazione di persone, una discussione intensa e conflittuale nel merito del confronto e della forma del dibattito che si è avuto a Paestum. La rappresentanza, il lavoro, la crisi economica e sociale, la sessualità sono entrati in campo insieme alle passioni profonde e al desiderio di soggettività politica delle donne presenti.
Si è evidenziato che il dopo Paestum ha innestato una discussione approfondita in tutta Italia, si rincorrono gli appuntamenti da nord a sud, e una valanga di articoli che vogliono far sentire il proprio punto di vista individuale o collettivo.
Cosa questa discussione produrrà è tutto da scrivere nei territori e a livello più generale. E’ necessaria una volontà politica che miri al confronto tra le donne attive, tanto per cominciare, e coinvolga le altre. di cose da fare ce ne sono a iosa dall’attuazione dei consultori, qui a Lucca, approfittando di un nuovo atteggiamento dell’ASL, alla 194, che ha già un suo coordinamento, alla costruzione della commissione comunale per le P. O., l’insediamento della nuova consigliera di Parità, un discorso sul lavoro che è tutto da definire, sul “prendersi cura del mondo” (senza cadere nell’onnipotenza),  più tutto ciò che è gia in movimento sulla violenza contro le donne e il desiderio di far vedere i talenti delle donne nel lavoro e nella creatività.

mando il mio intervento e quello di Elisa Frediani,
annamaria medri
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Da Paestum un ritorno tranquillo

Concordo con Dominijanni “oggi le donne desiderano mettersi al centro della trasformazione della politica per guidarla” e vogliono ”che, per avere un senso, la politica debba muovere ed essere mossa dalla vita. Sono necessarie, dunque, una soggettività esposta in prima persona, una pratica non alienata in regole e procedure, una parola aderente non all’ideologia ma all’esperienza, un’azione non differita nel programma o nell’utopia ma sperimentata nel qui e ora”.

Insomma primum vivere (slogan dell’incontro) inteso, non come sopravvivenza nella nuda vita ma, come senso profondo, piacere e responsabilità dell’esistenza.

Di cosa si è discusso?

Sulla questione della rappresentanza c’è chi punta a quella che viene definita democrazia paritaria (50% di donne e uomini in tutti gli organismi decisionali), dall’altro lato c’è chi avverte che la formula magica neutralizza la differenza sessuale, non risolve il problema della relazione fra rappresentante e rappresentata, non scioglie il nodo duro del conflitto fra le donne che, nelle sedi della decisione, si adeguano all’ordine maschile e le donne che tentano di modificarlo. Si tratta di un trucco “per la riduzione del danno”; attenzione sottolinea Maria Luisa Boccia in questo momento il potere maschile punta proprio all’inclusione paritaria, non all’esclusione delle donne. Avevo dato troppo per scontato il fatto che l’obiettivo del 50 e 50 fosse solo uno strumento, mi accorgo che per qualcuna è un obiettivo in sé.

Nel gruppo di lavoro (numero 7) a cui ho partecipato, interessante è stata la testimonianza delle donne della FIOM e della CGIL, in particolare Manuela ex segretaria della FIOM di Brescia (una delle strutture più grandi d’Italia), che sottolineava come l’aver accettato la presenza femminile al 40% negli organismi rappresentativi e decisionali ha avuto come contraltare la scomparsa della politica delle donne, fagocitata ancora una volta dalla neutralità degli schieramenti.

Del resto nell’ultimo governo Prodi, ricordo ancora con estremo disagio la posizione di tutte quelle deputate e senatrici, con cui avevo costruito, sulla questione pace e antimilitarismo, momenti di lotta e di associazione anche a livello istituzionale, e che hanno votato a favore della continuazione della guerra in Afghanistan per responsabilità, la responsabilità di non far cadere il governo. Si sono visti i frutti di tale responsabilità sia nei confronti del governo, sia nell’andamento della guerra afghana che, dopo undici anni, sembra essere ritornata alle sue origini con l’aggiunta di tutti i morti, i disabili, le sofferenze e una condizione femminile tragica. Una realtà che pesa come un macigno sulle scelte che abbiamo compiuto. Oggi siamo responsabili di un disastro umanitario e politico e non sembrano prefigurarsi delle soluzioni percorribili. Dobbiamo quindi pensare a fondo cosa significhi essere responsabili rispetto a cosa e verso chi.

Cigarini ha suggerito di interrogare le donne presenti nei luoghi decisionali per capire i costi e i vantaggi che traggono per sé e per le altre, gli spostamenti e gli effetti che producono o non producono. Campari ha proposto di costituire relazioni strette tra elette ed elettrici per stabilire una reciproca misura sull’agire, per capire in tempo i desideri che si vogliono realizzare e l’impatto  sulla realtà.

Il lavoro, il tema della precarietà è stato posto con passione dalle donne tra i trenta e i quaranta anni. La condizione  precaria traccia quasi una linea di identificazione tra le donne più giovani e sembra schiacciare l’articolazione delle diverse esperienze: come e dove si svolge il proprio lavoro, quali relazioni, quali desideri si costruiscono, puntando a trovare una via d’uscita magari nel reddito di cittadinanza o di esistenza. La mia impressione è che queste donne variamente precarie abbiano la necessità della sicurezza di un reddito per affrontare il discorso sul lavoro. Forse sono la qualità e il carico di lavoro richiesti che dovrebbero essere analizzati , sia per le lavoratrici stabili sia per quelle precarie, per gli uomini e per le donne e anche la modificazione del lavoro che pretende la messa in opera di tutte le risorse personali, attraverso una femminilizzazione totale: tutto è lavoro di cura. Una modalità che è in grado di mettere insieme le risorse materiali e quelle personali, le capacità, le relazioni, i desideri, per produrre oggetti e situazioni  tenendo presenti bisogni, aspirazioni e persino le frustrazioni. Quello che sta succedendo nella scuola e nelle agenzie di formazione lavoro potrebbero essere esempi interessanti da analizzare. È bello “prendersi cura” dei beni comuni o della realizzazione di una buona vita, altro è farsi carico interamente del lavoro di cura, di tutta la fatica, la sofferenza e la miseria che esso comporta. Le donne non salvano il mondo con la loro dedizione, lo distruggono; la sudditanza al patriarcato produce disastri: accentuazione delle disparità e contemporaneamente uniformità dei modelli, in altre parole la globalizzazione.

Mi sono tornati in mente i “circoli Panzieri” di Porto Marghera, alla fine degli anni sessanta, dove in una situazione completamente diversa, superfordista, gli operai (ancora contadini, almeno in parte) scomponevano il lavoro, situazione per situazione, voce per voce per dare corpo ai propri desideri di libertà e minore fatica, di salute, di soldi e insomma costruivano una propria narrazione che portava all’autodeterminazione, ad essere soggetti politici. Esperienze come l’Agorà del lavoro di Milano possono forse fornire degli esempi per costruire delle pratiche comuni: un’autocoscienza del lavoro, sul lavoro. Uno spazio fisico e politico dove è possibile socializzare il confronto, raccontarlo e trasformarlo in soggettività.

Una donna del mio gruppo di discussione ha  dichiarato che i contenuti ci dividono mentre le pratiche politiche permettono d’incontrarci. All’inizio ero in totale disaccordo con lei (come, i contenuti, al primo posto!), ma nel corso degli incontri ho convenuto su questa affermazione perché nel confronto aperto si è messo in moto il ricordo di esperienze passate, vicine e lontane, in cui non si aveva paura di configgere sui contenuti e contemporaneamente si teneva conto delle diversità, individuali e di gruppo, per costruire un percorso comune. Quando si è voluto insistere esclusivamente sui contenuti ci siamo sempre divise (ad esempio la genealogia femminile della Libreria delle donne versus la sessualità della LUD a Milano). I contenuti, lo sappiamo bene, non possono essere imposti neppure all’avversario, al nemico, devono avere gambe e spazio per crescere e camminare, le pratiche sono le gambe e gli spazi. Mi sono accorta che stavo per dare per scontata, quasi dimenticare, questa prassi che invece è alla base dell’essere femministe, dell’agire femminista.

Di cosa non si è parlato?

Non si è parlato di corpo, sessualità sia come analisi, sia come confronto di pratiche. Melandri, che sulla sessualità ha costruito la propria storia, ha commentato che Paestum  avendo offerto il senso profondo della vita “come finalità prima di una ‘rivoluzione necessaria’, ha fatto passare in ombra la riflessione, tutt’altro che esaurita, sull’ambiguità della dedizione femminile all’altro in cui ancora si confondono affetti e potere dell’indispensabilità”. Nel mio gruppo il dibattito si è aperto sulla sessualità a partire da una ragazza sui venti anni che lamentava il fatto che le sue coetanee non sanno affrontare questo discorso e vorrebbero approfondire i testi di Lonzi sulla donna vaginale e clitoridea; ha avuto scarsissima risposta. Probabilmente era pretendere troppo chiedere ad un’assemblea di circa mille persone di soffermarsi su una tematica così delicata, anche i nove gruppi erano troppo numerosi per permettere lo scambio di idee in tempi cortissimi.

Di violenza contro le donne non si è parlato forse perché è mancato il discorso su sessualità e corpo e non si poteva ancora una volta buttarla lì con un semplice discorso statistico, una perorazione alla buona volontà maschile. È stato un bene che non si sia affrontato frettolosamente; bisogna occuparsene con coraggio e saggezza uscendo dalle molte ambiguità a cui ci siamo appoggiate anche per difenderci da una ferita lancinante. Sto riflettendo che il modo di proporre il tema da parte del comitato nazionale SNOQ è stato forse un po’ superficiale e semplicistico. Questo ha permesso di allargare il coinvolgimento a donne diverse, ma da un certo punto in poi ha contrastato approfondimento e crescita di una soggettività politica che portasse ad un reale cambiamento. È necessario fare ma anche parlare per guardare in faccia paure e stereotipi.

Non si è discusso intorno a SNOQ. Devo dire che me lo aspettavo anche se non so valutarne il merito. Forse perché non capisco il rapporto tra la rete SNOQ, di cui anche io faccio parte, e il comitato nazionale, in particolare il ruolo delle donne che lo compongono. A Paestum c’era Lidia Ravera.

Sono contenta dell’incontro, di aver trovate tante donne pensanti disponibili al confronto. Di una cosa sono ormai sicura, la storia delle donne che hanno lottato, si sono ribellate, hanno cambiato un destino ritenuto naturale e hanno costruito una soggettività politica reale e materiale è passata alle altre, fa parte del vissuto delle giovani così come noi avevamo introiettato il diritto al voto e all’emancipazione.

A Paestum si è vista una concezione del femminismo che non lo esaurisce tutto, non lo rappresenta interamente, ma ne fa parte (come dicono le Femministe a sud, che non hanno partecipato al convegno, ma lo hanno interpretato e criticato).

Sono abbastanza tranquilla. Un bel pezzo di strada è stato fatto

Annamaria Medri

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Mi dispiace non partecipare , ma ci saranno altre occasioni; sto seguendo tutti gli interventi postati sul sito di Paestum e mi sembra che ci sia stata davvero una bella ricaduta , molti gli interventi ricchi di idee e di riflessioni importanti sul variegato mondo del femminismo oggi.

Come ti ho detto a voce, condivido il tuo report e le osservazioni personali che hai fatto, posso aggiungere due punti in più che avrei voluto esporre stasera.

Uno riguarda l’autorità femminile. Leggendo i vari resoconti ho capito che le giovani del collettivo Femminile Plurale di Padova, così come quelle del collettivo Diversamente Occupate di Roma avevano proprio scelto di confrontarsi con Luisa Muraro, così come varie altre giovani del movimento dei precari, soprattutto del sud. Il conflitto è stato aspro , ma a un certo punto c’è stata una bella svolta, dopo l’autocritica di Luisa, e davvero c’è stato un riconoscimento reciproco e il dibattito si è fatto più ricco e interessante. A sera, alla festa, quando ho incontrato Ilaria e Laura del Collettivo Femminile Plurale di Padova e scherzosamente ho fatto loro i complimenti per essere riuscite ad obbligare Muraro all’autocritica , si sono schermite, arrossendo, ma si vedeva che erano molto contente che le loro idee e le loro posizioni fossere state riconosciute su un piano di parità dalle femministe “storiche”.

Nel gruppo nove, si è discusso molto di precariato e di obiettivi quali   reddito minimo garantito,  reddito di esistenza ,  reddito di cittadinanza,  (diverse denominazioni a seconda dei collettivi che lo propongono) , è stata criticata l’impostazione economicista, si è visto il pericolo di ricadere in un discorso assistenzialista (si chiede allo Stato di….), una ragazza, che si chiama Celeste, ha messo in discussione il concetto di Lavoro, così come lo concepisce la nostra cultura, insomma ci sono stati tanti spunti interessanti che penso avranno una ricaduta nell’ impostazione delle lotte del movimento dei precari; il discorso è difficile, ma si deve avere anche il coraggio di incrinare la concezione fordista del lavoro.

Non posso continuare perchè devo guardare la piccola, che si è svegliata, e a proposito di cura le giovani non riescono neppure a concepirla, e le capisco, non sarà facile far capire che il lavoro di cura così come lo concepiamo noi è un ribaltamento copernicano, tutto l’opposto della donna oblativa per natura e vocazione.

Elisa Frediani


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