Le metafore del cambiamento

21 Ott

  Francesca Fanelli, Terni                              

“Siamo tutte femministe storiche”

Ho voluto esserci a Paestum perché questo appuntamento nazionale rappresentava per me un’interessante occasione di incontro con sole donne provenienti da esperienze politiche femminili diverse nei linguaggi e nelle pratiche.Inoltre, si trattava di aderire ad un’iniziativa promossa da esponenti del femminismo storico, un movimento che ha cambiato e sta cambiando la vita, la coscienza e il vissuto di molte donne e uomini.

A Paestum ho portato anche mia figlia che con i suoi disegni e i suoi racconti ha contribuito a questa post-riflessione.

Provo a fare una sintesi premettendo che questo breve resoconto corrisponde a quello che ha più risuonato in me, ascoltando le altre. Quando, di ritorno da Paestum, mi è stato chiesto quale è stato l’intervento più interessante non ho potuto rispondere. L’incontro di Paestum è stato uno spazio, fisico e relazionale, di discussione collettiva dove le presenti potevano prendere la parola per pochi minuti così da rendere possibile a tutte di esprimersi su quanto proposto nella lettera di convocazione che ben sintetizzava i temi su cui, oggi, movimenti, gruppi, partiti politici, singoli/e cittadini/e  sono chiamati a riflettere: sessualità, lavoro, rappresentanza. I momenti di discussione sono stati tre, di cui due in assemblea plenaria riunitasi prima e dopo un confronto più articolato nei gruppi. Nelle discussioni hanno preso forma relazioni paritarie.

Nell’assemblea plenaria di sabato è emersa la questione della rappresentanza e la criticità dello strumento delle quote (50/50) essendo le candidature centrate, ad oggi, su dinamiche di “cooptazione maschile”, dove genere chiama genere. Tuttavia è stato anche detto che, se le donne desiderano candidarsi, questa è una fra altre strade percorribili nel fare politica. Risulta semmai opportuno spostare l’attenzione dallo strumento alla qualità dei processi che porteranno ad una maggiore presenza delle donne nei luoghi decisionali, anche in Italia.

Nel pomeriggio ho partecipato alla discussione del gruppo n. 3. E’ stato detto molto. Ora, a qualche giorno dall’incontro, quello che più mi colpisce è l’uso ricorrente di metafore che emerge negli scambi comunicativi. Metafore che rimandano al desiderio di pensare, insieme, come attraversare la crisi in questo momento storico:

“come ci posizioniamo noi donne che intendiamo lanciare una sfida al cuore della politica?”

“tornare alla radice dei problemi”

“noi donne non abbiamo una strada, il nostro cammino è la strada”

“l’intreccio della pratica politica con la pratica professionale”

“il lavoro con le donne come laboratorio privilegiato”

“ti rappresenta bene chi sa di cosa stai parlando”

“l’affido condiviso dove c’è civiltà va bene ma altrimenti no e questo non si è capito”

“lavorare su una indipendenza simbolica rispetto all’incanto del potere che, in tanta misura, è inganno”

“far entrare le diverse pratiche politiche delle donne nella politica con gli uomini”

“che la nostra lingua parli oltre”

“bisogna riprendersi su di sé il tema dell’auto rappresentanza: come esserci nella società così com’è?”

“non si gioca tutte la stessa partita: sentire la responsabilità della trasmissione alle giovani donne, ”

“individuare degli orientamenti, dei varchi, delle possibilità”

“la politica si fa anche brancolando nel buio ma cercando insieme una via d’uscita”

“come stare, tutte, nei luoghi dove siamo senza umiliazione e perdita di orientamento”

“il salario garantito deve essere di cittadinanza”

“chi lavora in un servizio pubblico non può negare il diritto all’interruzione di gravidanza”

“partire dai territori per andare a vedere i nodi problematici sottaciuti”

“viviamo in una società dove la dimensione individuale è trasbordante”

“far circolare la nostra narrazione, costruire anche noi un pezzo di narrazione politica”

“porci il problema del rapporto con i mezzi di comunicazione di massa”

“costruire una rete nazionale federata”

“c’è una forza delle donne che sta tenendo in piedi questo paese, una forza fatta di modi di stare al mondo”

“bisogno non tanto di conflitto ma di dare una spallata critica a quanto sta succedendo”

“il desiderio di governo di molte qua come si coniuga con il mio desiderio di rivoluzione?

“delle cose tra noi tendono a dividere in maniera brutale: chi lavora, lavora di più e viene odiato da chi non lavora”

“non ci sono scorciatoie salvifiche: parlare della rappresentanza esorcizza la rabbia”

“esigenza di sentire maggiore rabbia verso le cose che riguardano le donne e le donne e gli uomini”

“la radicalità sta nel prendere la vita completa e portarla dentro i luoghi dove si decide”

“troviamo i canali per raggiungere tutti gli strati della società”

“il territorio può essere quel luogo dove occupare e combattere per ottenere qualcosa di concreto”

“riusciamo ad innescare un elemento di messa in sicurezza di questo territorio?”

“la relazione fra le generazioni non dipende dalle età anagrafiche, siamo tutte femministe storiche”

“trovare i nessi tra la sessualità delle donne, la sessualità di anziane e la sessualità delle più giovani”

“essere qui non serve a ribadire quello che siamo o siamo state, serve a trovare una strada di punti, di radicalità”

“riscoprirsi donne è il terreno che ci permette di stare insieme, il terreno del conflitto con il mondo maschile”

“non siamo più quelle che eravamo un tempo ma da questo possiamo costruire qualcosa di più”

“la voglia di essere rappresentate e il rifiuto della rappresentazione”

“come permettiamo alle donne di essere nella vita politica e di essere rappresentate?”

“è stucchevole stare a discutere sul meccanismo del 50/50: la rappresentanza oggi non è in crisi è vicina alla morte”

“il lavoro delle giovani donne: in che modo la condizione di precarietà si lega alla soggettività e la determina?”

“noi siamo cresciute in un’epoca in cui determinate cose si davano per assodate, ora si stanno sciogliendo”

“desiderio di sbattere le cose sul muso di chi sta rovinando tutto”

“domanda non di indignazione o speranza ma di scelta politica”

“non è che le femministe storiche sono quelle vecchie è il femminismo che è storico”

“il ribaltamento del rapporto fra i sessi: dal dominio maschile alla libertà femminile”

“la questione della seduzione per rappresentarsi nella forma del potere”

“questa cosa non ci è piaciuta: raggiungere il potere attraverso la manifestazione fisica, letterale, della propria sessualità”

“io non so quanto sono in grado di mettere in gioco nel rapporto con il potere così come mi si presenta adesso”

“non sono disposta a regalare alla corruzione del potere la rappresentazione che ho di me”

“rivoluzione significa ribaltamento dell’ordine delle cose”

“le donne vengono rappresentate attraverso l’esercizio letterale della sessualità per confermare l’ordine del potere che c’è”

“è molto sofferto il tema della forza e della violenza: cosa farne?”

“quali forme di rappresentanza trovare oggi?”

“come contrattare con le istituzioni per mantenere, simbolicamente e materialmente, una porzione di territorio di pace”

“prendersi cura del territorio: lottare per un altro modello di città possibile”

“il fatto che siamo in tante, qua, e di età diverse è un fatto storico, non è mai successo prima”

“la manutenzione del territorio è composta dal territorio fisico, dalle persone, dalle istituzioni”

“proprio adesso che ho la possibilità di entrarci dentro, le istituzioni stanno crollando”

“desidero mantenere un contatto di queste presenze che sono presenze individuali, di associazioni e altro”

“capacità di mantenere collegamenti, di progettare con le differenze che ci sono e che ci sono sempre state”

“le donne che sono “per casa”, che ti aiutano, è un’altra presenza femminile che porta la sua storia e i suoi problemi”

“la rappresentanza è un problema di genere e di classe è importante considerare chi non arriva a fine mese”

“mi sento anche io femminista storica perché mi sento nella storia”

“mettere in piedi uno spazio pubblico di qualità”

“trasformare forme di politica e forme di vita”

“raccogliamo le pratiche in cui crediamo e a cui possiamo dare fiducia e poi inventiamole altre”

“rendere forte il luogo in cui stiamo: facciamo una cosa federativa e curiamocela”

“la vita delle giovani ha a che fare con la precarietà, è il fuoco dell’attenzione. La sessualità era il nostro grande tema”

“il tema del precariato ci obbliga a ragionare su: con-chi-facciamo-cosa, non possono essere soltanto le altre donne”

“cura significa riappropriarsi delle parole e ribaltare tutto”

“sono molto contenta di essere venuta. Ho resistito con le unghie e con i denti a me stessa perché non volevo venire”

“il reddito di cittadinanza non è cosa da poco, nella crisi, per le donne e per gli uomini, in questo momento di grande paura”

“la necessità, anche delle giovani, di andare un po’ più a fondo dei problemi, di analizzare la realtà”

“federalismo dei radicalismi territoriali, dobbiamo renderli forza nazionale. Questa è una forma di politica da costruire”

 

Sono tantissimi gli stimoli che ricevo trascrivendo frammenti di questa presa di parola collettiva, su questi continuerò a riflettere. Volendo sintetizzarli, sento di poter dire che fanno da perno a tutta la conversazione lo scambio inter-generazionale su differenti pensieri e teorie, pratiche politiche, condizioni di vita e il desiderio di costruire relazioni politiche fra i diversi contesti territoriali per condividerne la cura. Di tutto quanto ascoltato, in particolare voglio ricordare l’esperienza del territorio di Vicenza all’interno del quale si vorrebbe creare uno spazio di pace, fisico, simbolico e relazionale.

 

Nell’assemblea plenaria di domenica la questione della rappresentanza ha preso meno tempo facendo emergere di più quella del lavoro. Forse non è un caso che di sessualità si sia detto poco: lavoro e rappresentanza costituiscono, attualmente,  un’emergenza sociale mentre la sessualità, la qualità della relazione fra i sessi, è il filo conduttore del cambiamento culturale in atto nella nostra società perciò è rimasto, a ragione, sullo sfondo della discussione.

 

Rispetto al fare, le parole conclusive di Lea Melandri hanno messo in risalto, secondo me, la necessità di non cedere alle aspettative e alle appartenenze lasciando che le cose accadano entropicamente. Ciò nella consapevolezza che maggiore è la condivisione e la cooperazione tra soggettività differenti che costruiscono con il loro fare quotidiano pratiche politiche, più plausibile è andare verso il cambiamento che vogliamo: “nessuno ha in mente il post-paestum, lo dobbiamo costruire insieme. Il femminismo è un movimento. A volte ci sono movimenti di grande accomunamento poi di nuovo le strade si diversificano: non deve spaventare questo. Quello che ci accomuna è questa pratica che è un ascolto in presenza, una presa di coscienza l’abbiamo chiamata. Chi va via da qui ha sicuramente scoperto qualcos’altro che ha allargato la sua visione del mondo. L’autonomia da una visione del mondo che ci portiamo dentro – incorporata- è ancora un elemento essenziale della pratica del femminismo: c’è tanta subalternità, diciamocelo, nel senso che portiamo dentro schemi cognitivi, modi di vedere il mondo che hanno secoli alle spalle. Dobbiamo lavorare per l’autonomia perché è questa che può produrre azioni efficaci, l’autonomia di pensiero”.

 

 

 

 

 

Un abbraccio a Maria Ranno per essermi venuta incontro e un saluto ai bambini e alle bambine della ludoteca il ritrovo dei monelli !

 

Grazie a tutte!

 

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