Paestum e ritorno. I pregiudizi scompigliati

23 Ott

Chiara Guida -Napoli

A sole due settimane dall’appuntamento di Paestum si è consumato l’ennesimo efferato omicidio di una donna per mano di un uomo. Un’altra donna è morta perché donna. La realtà ci piomba addosso in tutta la sua crudezza. E ancora una volta le donne diventano oggetto di attenzione da parte del paese e dell’opinione pubblica solo quando sono vittime. Donne uccise, vite spezzate, e tante parole che fanno spettacolo. Non posso non chiedermi cosa sarebbe cambiato se l’omicidio fosse avvenuto il giorno in cui quasi mille donne si autoconvocavano in una località del sud; quale risalto, quali riflessioni ne sarebbero scaturite.
E’ anche per questo che avverto come urgente una riflessione sul significato delle giornate di Paestum.  E non posso non ricordare che la ragione principale per la quale ho risposto alla chiamata di Paestum è stata innanzitutto l’esser donna, il  conforto che nasce dal bisogno di non sentirsi sole nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Sarà perché in Italia le donne non muoiono solo di coltellate. In Italia le donne possono anche morire un po’ alla volta. In una società dove alle donne vengono accordati  diritti a bassa intensità, tutte siamo esposte  ogni giorno, ogni ora, ogni minuto a una piccola morte. Succede sui luoghi di lavoro; succede nel privato delle nostre case; succede negli ospedali; succede ogni volta che il diritto ai diritti ci viene negato. E’ vittimismo? No, è la realtà delle nostre vite.
Forse non è un caso se l’attenzione mediatica e politica riservata a Paestum in parte è stata  come se fosse elargita a qualcosa di assimilabile a un evento nostalgico o, al limite, una manifestazione dal coté più che altro culturale animata da quasi mille donne senza grossi problemi, che, è stato il sottotesto, sono delle privilegiate che hanno potuto permettersi un weekend in una ridente città di mare del sud.

Non è vero,  io c’ero e posso dire che non è così. Io c’ero, e non posso identificarmi in quella fotografia né in virtù di un dato anagrafico,36 anni fa ancora non ero nata, né per condizione materiale (appartengo in ogni senso alla generazione della precarietà come condizione di vita permanente), né per appartenenza a  gruppi organizzati. Io c’ero. E nonostante la platea  fosse in maggioranza composta da donne dai capelli bianchi, come qualcuna di noi ha fatto notare lì a Paestum, io  ho parlato,  ho dormito insieme  -a 15 euro a notte –  e ho diviso il pranzo- una pizzetta da un euro- con  tante  donne “giovani” con i capelli colorati, le treccine, i rasta e le collane di legno, molto diverse dall’immagine delle vistose collane di materiali preziosi che  rientrano nell’iconografia della femminista storica, con un che – va detto – di connotazione spregiativa.
Io c’ero, ma al rientro ero piena di dubbi; non riuscivo a fare un bilancio politico lucido di quell’esperienza. Ho riletto tutti gli interventi che sono stati fatti sul dopo, le reazioni e i commenti che hanno prodotto le due giornate : da parte chi c’era stato e  chi no e anche da parte di chi ne  sapeva qualcosa solo per averne sentito parlare. Per ragioni diverse tutti gli interventi avevano una verità interna nella quale mi sono riconosciuta.

Però io, che ho dovuto calcolare fino all’ultimo spicciolo la possibilità di partecipare a quelle giornate, ho avvertito una sensazione di estraneità quando ho messo piede nel lussuoso Hotel Ariston. E quando mi sono trovata seduta nella sessione plenaria mi sono scoperta  più che disposta a criticare ogni intervento che non mi avesse soddisfatto e non  avessi sentito mio. Ero arrivata a Paestum  piena di aspettative ma chiusa in una severità pregiudiziale verso tutto quello che avrei visto e sentito.

Oggi devo ammettere che le giornate di Paestum mi sono state utili e mi hanno consentito di rimettermi in discussione. Chi come me c’era, non può negare che lo scambio dialettico ci sia stato  non solo tra i vari filoni del femminismo, che per fortuna esistono, ma anche tra le diverse  generazioni di donne. In questo senso quelle giornate  mi sono state utili. Per questo la  severità del (pre)giudizio di cui mi ero armata a Paestum  la rivendico ancora, ma in questo senso: c’è una complicità di fondo delle donne con gli assetti della società patriarcale  con la quale bisogna fare i conti.

A Paestum qualcuna della mia età ha detto: oggi siamo tutte femministe storiche. Giusto. E però se c’è una lezione da trarne  io penso  che sia certamente  questa: continuare a fare tesoro della storia e delle battaglie che hanno visto le donne  protagoniste e di cui io oggi posso avvalermi in termini di principi, diritti e pensiero alto a cui non ho nessuna intenzione di rinunciare. Ma penso anche che si debba sentire l’urgenza di mettere a fuoco  quello che le donne della mia età hanno posto con forza e rabbia al centro della discussione a Paestum: la precarietà esistenziale e materiale che è di tutti, donne e uomini,  ma che coinvolge soprattutto noi donne  e ci impegna ad una nuova decostruzione della realtà. Avendo ben chiaro  però che questo non riguarda solo noi, ma anche gli uomini.
Per questo pretendo che, quando si parla di Carmela e di tutte le altre donne uccise dagli uomini, siano loro stessi a parlarne,  non limitandosi a registrare il fatto di cronaca (sempre in maniera assolutamente sbagliata). Io pretendo che a mettersi in discussione siano gli uomini, cioè coloro che hanno il coltello dalla parte del manico e lo armano e lo usano e ammazzano. Io voglio interrogarli e non essere interrogata!
Ma proprio per questo pretendo la libertà di incontrare altre donne senza sentire il peso della responsabilità, della rappresentatività e del risultato. Io pretendo il mio tempo, i miei spazi, la mia parola di donna, non in un clima di eccezionalità né di delega ma di protagonismo e di libertà come quello che  ha fatto ricavare a tante di noi  voglia e  risorse per arrivare a Paestum nelle pieghe di vite precarie. Una libertà che nessuno può  ammazzare né zittire né usare né cooptare, perché è collettiva e rivoluzionaria come è sempre stata, anche quando avviene nell’esistenza di ognuna di noi.

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Una Risposta to “Paestum e ritorno. I pregiudizi scompigliati”

  1. cartetra 25 gennaio 2014 a 15:04 #

    Lentamente, giorno per giorno, in modo scentifico, chirurgico, preciso, efficente, stanno disintegrando lo stato sociale. Il bombardamento mediatico, e incessante, sempre e solo terrorismo, cosi il popolino si divide in tantissimi greggi, ogn’ uno pensa a fuggire da solo e magari a mangiare un tozzo di pane di nascosto nel sottoscala senza che il vicino lo sappia altrimenti tentera di rubartelo con le buone o con le cattive. Il livello di violenza, poverta, miseria, fame, anarchia ecc. arrivera a livelli inconcepibili per un popolino che si era abituato a tanto ed inutile e fasullo benessere fatto di idiozia paranoica, plastica, plastica. palstica, si era arrivati all’assurdo, dipendenti che per fare le feria aprivano un mutuo in banca. Tutti potevano avere tuttto e subito, la teoria preferita dagli anglofoni.
    Stiamo arrivando dritti verso il centro di u buco nero senza ritorno dalle consegienze catastrofiche e difendiamo i,lcampanilismo corporativo di mille mivimenti, partiti, partitini, associazione di al mazssimo faranno solo un po di fresco oppure aria calda dopo qualche passeggiatava roma per protestare democraticamente davanti ai palazzi della giustizia, in punta di piedi altrimento lo zoombi ottuagenario sta facendo il sonnellino pomeridiano. Se non si riesce ad unire tutto il popolo, unico soggetto padrone della terra italica, ed a convogliarlo come un ciclone dritto verso il cuore marcio, putrefatto, carcerogeno, in metastasi cronica di questo turbocapitalismo che star distruggento tutto e tutti, per distruggerlo eliminandolo fisicamente con qualsiasi mezzo, non c’e futuro. Altro che il movimemto campanilista. Spoj kto koba.

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