Vivere nella complessità

26 Ott

Beatrice Pisa

Sono stata a Paestum e ho sentito circolare una intensa energia, al di là delle diversità, degli screzi e dei conflitti.  Una energia che aveva molte polarità, ma il richiamo forte è stato  al tema della precarietà (delle giovani, ma in fondo di tutte, come è stato detto) della rappresentanza, del lavoro. La crisi economico- finanziaria  aleggiava  su tutto, spingendo a riattualizzare e rivedere tutto ciò che si è detto, fatto e pensato nel movimento delle donne fin dall’inizio.
Ne è uscita la  riproposta del tema antico e nuovissimo del rapporto con le istituzioni e con l’economia , che dopo 30 anni di liberismo non poteva che significare critica  al modello di sviluppo  e quindi alle  politiche di risanamento a livello nazionale europeo e globale. E quindi necessità di un nuovo  rapporto con  i paesi in via di sviluppo e con le tante  lavoratrici extra comunitarie che sono nel nostro paese. Solo una di queste si è alzata a parlare per chiarire di essere  “una donna di colore nero” di fronte a tante “donne di colore bianco”. Ma la sua testimonianza è stata estremamente rilevante.  Come intenso e capace di offrire nuovo significato e colore alle culture delle donne è stato il richiamo di tante giovani alla propria esperienza di precariato,  al loro desiderio di porre insieme  l’essere femminista e l’essere precaria. Ne è emersa una richiesta ad intervenire in qualche modo verso una realtà che finisce per essere la cifra del modello sociale degli ultimi anni. Perché, come è stato scritto, la “precarietà porta all’imbarbarimento razzista, sessista, omofobo” . Per tutte.
Intervenire, come? Non stupisce che   il tema  della rappresentanza sia stato tanto dibattuto,  suscitando anche un certo fastidio da parte di alcune. Di quelle, appartenenti al gruppo delle più “anziane”, che partivano e partono dalla convinzione che la  pratica della relazione fra donne non  è compatibile  con  il potere   maschilista e quindi esprimono un notevole  disagio di fronte alla possibilità che le donne si pongano come scopo di entrare nelle istituzioni.  Ma, questa richiesta di  mantenere la totale  estraneità di fronte ad ogni dimensione istituzionale  (praticata negli ultimi decenni dal movimento delle donne)  non va d’accordo con la nuova richiesta di molte altre  di passare dalla elaborazione alla realizzazione.
Mi sembra che questo sia il nodo che si ripropone adesso. In sede  plenaria, a Paestum, è stata avanzata la possibilità  di superare la tradizionale “allergia” all’ipotesi che si possa essere rappresentate (e rappresentare), entrando in parlamento o nelle assemblee locali “da femministe”, ovvero mantenendo un rapporto intenso e continuo con la realtà e le pratiche delle donne.
Cosa assai difficile, che richiede l’impegno a vivere in una dimensione complessa e frantumata, ad accettare che ipotesi e battaglie possano subire  rallentamenti , realizzazioni a tappe o forse addirittura cancellazioni. Ipotesi poco soddisfacente e frustrante. Ma quale l’alternativa? In  fondo alcune realizzazioni non perfette, ma  che hanno cambiato in meglio la vita delle donne, sono state condotte in porto in questa maniera, come ad esempio la 194. E non è un caso che ora di fronte a questa ci sia una grande confusione: è stata una battaglia  (e una vittoria) del femminismo o no? (vedi Archeologia del patriarcato, di femminileplurale, 23 ottobre 2012).
Di certo non  del femminismo dell’estraneità, ma di quello che allora, pur partendo dalla depenalizzazione e  dalla richiesta di una sessualità diversa, fu poi disposto a rischiare un certo tasso di “addomesticamento”.  Accettando di vivere  nella complessità.

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Una Risposta to “Vivere nella complessità”

  1. pina mandolfo 28 ottobre 2012 a 19:51 #

    Indifferibile rappresentanza

    Pina Mandolfo Palermo

    Condivido pienamente le conclusioni di Beatrice di Pisa (26 ott.).
    Penso a Paestum come ad un bell’amarcord, forse voleva essere questo. Oppure un emozionato ritrovarsi e un compiaciuto rispecchiarsi su quante siamo, siamo proprio tante.
    Al di là delle problematiche del lavoro, che per noi trentasei anni fa non erano così pressanti, avrei voluto che i molti ragionamenti, tra i quali ha brillato per assenza la violenza maschile sulle donne, volgessero più ai programmi e alle strategie da mettere in atto per venir fuori dal pantano culturale, simbolico e materiale in cui quel potere che ha inventato la vergine, la zitella, la prostituta per poi passare alla velina contrabbandando per libertà femminile un perverso e volutamente equivoco concetto di emancipazione, cerca in tutti i modi di annegarci. Ho avuto la sensazione di un parlare antico e ripetitivo.
    Sono ormai troppi decenni nei quali, attraverso riflessioni individuali e di gruppo, manifestazioni e girotondi di piazza, abbiamo messo in discussione codici insani, saperi costituiti ponendo la differenza sessuale come valore indiscusso contro la neutralità maschile che ci ha relegato e ancor oggi ci relega al silenzio e alla mancata cittadinanza. Ce lo siamo dette e lo abbimo scritto in tutti i modi. Ma abbiamo erroneamente immaginato che il resto sarebbe venuto da sé. E invece la “rivoluzione” si è arrestata a metà. Causa prima il diktat vano di molte di noi contro il contaminarsi con il potere maschile. Ignare che nulla gli uomini che “possono” faranno per noi, se non, con malcelato paternalismo, ammiccamenti, strizzatina di occhi e qualche sbadiglio aprire bocca sulla “questione femminile”. Chi potrà ribattere, in quel momento, che la vera questione sono loro? Che per noi il loro genere, simbolicamente e materialmente preso, è un problema grave e insolubile?
    E mentre si continua a ragionare su potere sì potere no, fin dagli anni ’80, l’ordine patriarcale, padrone dei poteri mediatici, è corso ai ripari sferrando alle nostre consapevolezze portate alla luce, un contrattacco subdolo ed efficace. Oggi in un’epoca di grande restaurazione chi si occuperà dell’inarrestabile oltraggio simbolico che colpisce il genere femminile? del fatto che i nostri figli non portano il nostro cognome? del mancato riconoscimento che il corpo femminile appartiene alle donna? che il lavoro di cura non è un obbligo di natura? che la lingua e i linguaggi negano l’esistenza delle donne? che i canoni culturali e didattici legittimano la creatività maschile? che il corpo femminile è inviolabile? che i nomi delle strade valorizzano solo gli uomini? che i corpi delle donne come il mondo intero sono uno scenario di guerra perché luogo di scambio e di possesso maschile? delle oscenità che la pubblicità riesce ad immaginare usando i corpi delle donne? chi imporrà la pace in quella guerra tra i sessi che ha luogo nelle case, in seno alle famiglie, nelle relazioni sentimentali, in quei luoghi nei quali da millenni le donne immaginano di essere al sicuro?
    Io credo che solo quando noi, le nostre figlie e i nostri figli, la nostra vicina di casa e suo marito, il nostro caporedattore e la sua segretaria, la donna che fa la spesa al supermercato o che si occupa dei nostri anziani genitori, la bambina che viene indottrinata dalla sua maestra, e tutti gli uomini autoimposti là dove si “comanda”, si troveranno di fronte ad una rappresentanza equa dell’autorità, anzi del potere – che nomino senza rischiare di sporcarmi la lingua – quando vedremo scorrere le immagini di tante donne sui banchi della politica, un numero di donne pari se non oltre alla guida delle istituzioni, delle multinazionali, della finanza, dei partiti, solo allora avremo la coscienza che possiamo prendere in mano il mondo e dirigerlo verso molti dei nostri bisogni, della nostra visione del mondo.
    Di certo, non tutte quelle donne alle quali affideremo il nostro mandato, magari mediante una legge o qualche altra diavoleria che riusciremo ad immaginare, e che occuperanno molte delle “poltrone” dove oggi sono incollati i nostri padri, compagni, mariti, non tutte saranno donne che parlano la nostra lingua, non tutte donne di nostro “gusto”. Ma quando saranno lì cominceremo il nostro discorso con loro. Sarà possibile. E loro, non più solitarie e sparute di numero, impareranno a parlarsi in una catena trasversale, unica forza possibile per i cambiamenti, per imporre leggi e azioni che oggi vengono volutamente disattesi da chi ha in mano la cosa pubblica. Quel che è certo è che saranno i soggetti di una rivoluzione simbolica epocale. Ma questa rivoluzione necessita ragionamenti nuovi e rapidi che mettano in moto strategie con lo scopo di imporre quell’equilibrio di rappresentanza necessario per modificare il senso comune. Solo da quella modificazione simbolica potrà venir fuori la rivoluzione materiale. Sarà forse una scorciatoia, ma il percorso inverso è impossibile, ne conosciamo già gli esiti. Tra un passo avanti e tanti indietro, ci lavoriamo da ben otto lustri e non credo si debba ricominciare sempre daccapo per non giungere mai a qualche sperato traguardo.
    Capisco le giovani donne, ma molte della mia generazione, chissà, forse sognano cambiamenti possibili in tempi più rapidi!!!

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