Il movimento delle donne tra accomunamento e frammentazione

31 Ott

Paola Zaretti (Oikos-bios Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere)

Intervento presentato alla Libera Università delle donne di Milano il 20 ottobre 2010

Mi sembra che dopo Paestum la necessità di affrontare un tema che mi sta molto a cuore – il rapporto fra Unità e frammentazione all’interno del movimento delle donne, a partire dalla nota domanda di Olimpe de Gouges:“Le donne saranno sempre divise le une dalle altre? Non formeranno mai un corpo unico?” – sia più viva e urgente che mai. Cercherò di dimostrare che la soluzione a questo problema non può essere, per le donne, l’alternativa fra corpo unico e divisione trattandosi di un’alternativa, che è la riproposizione, in forma rovesciata, del vecchio dualismo fra Uno e diverso tanto caro al patriarcato e alla cultura occidentale.
Sono due gli articoli in cui ho cercato di affrontare da un doppio versante – filosofico e psicanalitico – il problema del rapporto fra Unità e Differenza in termini non dicotomici, non oppositivi, prospettando, alla fine del percorso, una possibile soluzione non dialettica: Quando la differenza indossa l’Uni-forme e Conversione al femminile. Proverò a raccogliere, in sintesi, alcuni  punti che spero siano utili alla discussione.
Il mio interesse per questo tema – la cui trattazione potrebbe sembrare “astratta” – è nato a “partire da me”, sia da un’esperienza personale ormai datata e vissuta nei gruppi femministi degli anni ’70, sia da un’esperienza più recente vissuta a Padova in questi ultimi anni, assieme alle donne che fanno parte di Oikos-bios, il Centro filosofico di psicanalisi di genere da me fondato, con altri gruppi femministi di vecchia e nuova generazione esistenti in città.
Da un’attenta analisi degli ostacoli incontrati nel tentativo di avviare delle relazioni di collaborazione con alcuni gruppi di donne – finalizzate alla ricostruzione di un movimento frammentato e politicamente inesistente – e dalla piega successiva presa dagli avvenimenti, sono nate le considerazioni e gli interrogativi che sintetizzo in alcuni punti:

1.Esiste da sempre una difficoltà del femminismo a declinare insieme Unità e Differenza, Uno e Diverso, e tale difficoltà si riflette pesantemente sulla reale capacità di incidenza sociale e politica delle donne.
L’approccio dualistico al problema, a favore del primato di uno dei due poli dell’opposizione con esclusione dell’altro, non è tuttavia – come si tende a credere – una prerogativa esclusivamente maschile e comporta che quale che sia la scelta (l’Uno per l’uomo, la Differenza per la donna), tale scelta non garantisce alcuna uscita dalla logica binaria oppositiva ed escludente della cultura patriarcale. Infatti, se sul versante maschile l’eliminazione della Differenza a favore dell’Unità provoca omologazione e annichilimento della singolarità, sul versante femminile l’insistenza sul primato della Differenza a scapito dell’Unità, comporta la proliferazione di un infinito numero di gruppi spesso solo apparentemente differenti e la rinuncia a costituire, come donne, un Insieme, coltivando l’illusione che la frammentazione dei gruppi in tanti corpi divisi e separati sia indice di una differenza intesa come conquista di soggettivazione, di autonomia, di libertà femminile e, soprattutto, di non appartenenza a quell’Uno tanto caro al pensiero patriarcale quanto inviso alle donne.
A segnalare, come meglio non si potrebbe, il rischio femminista di una assoluta e indiscriminata criminalizzazione dell’Uno a favore di un’altrettanto assoluta e indiscriminata esaltazione della Differenza, voglio ricordare un passaggio di Adriana Cavarero tratto da Tu che mi guardi tu che mi racconti:

…Data la nostra vicenda metafisica dell’Uno nel fallogocentrismo filosofico, è soprattutto l’unità a essere demonizzata nell’orizzonte postmoderno e poststrutturalista che queste femministe abbracciano: col curioso risultato, come direbbe Christine Battersby, di confermare la tradizionale accezione patriarcale che vuole la “donna come un sè frammentato, incoerente e resistente ad ogni sintesi. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, corsivo mio).

Si tratta dunque di capire se la costante ricerca di differenziazione che caratterizza, soprattutto in questi ultimi anni, molti gruppi femminili dando luogo alla nascita di sempre nuove formazioni gruppali per iniziativa di qualcuna, sia il segno maturo della nascita di quel Soggetto femminile di cui parla Lonzi  o  di quell’”identità femminile” finalmente conquistata di cui ci parla Irigaray – identità “senza la quale l’amministrazione del mondo in quanto donne risulterebbe  impossibile” – o se sia invece indicativo, di un culto narcisistico delle piccole differenze, di una “prevaricazione che le donne esercitano l’una sull’altra per mancanza di soggettività propria” (Irigaray), per:

mancanza di affermazione di sé e di una proibita o impossibile definizione di sé come soggetti e come oggetti da parte di se stesse e per se stesse. (Irigary, Sesso e genealogie, corsivo mio).

Inutile dire che si tratta di due prospettive completamente diverse. Riguardo al secondo esito descritto, quello che più ci interessa, in cui il primato della Differenza sull’Unità porta a una proliferazione e frammentazione a scapito dell’Insieme – è importante individuarne e riconoscerne l’origine nella confusione fra due concetti che vanno invece rigorosamente distinti: Opposizione e Differenza. Infatti, mentre la Differenza, pur contemplando la dualità, non implica un’ontologia dell’esclusione, il lavoro di esclusione ad opera dell’ Opposizione la vediamo in azione in quei gruppi che pur non avendo nulla di  originale da dire rispetto ad altri già esistenti, nascono come copie destinate alla ripetizione del medesimo.
Ne consegue che la creazione di gruppi sempre nuovi e la frammentazione che ne dipende, oltre che eternizzare il dualismo patriarcale, producono un progressivo indebolimento della Forza femminile necessaria al cambiamento, con esiti finali di spreco di energie, frustrazione, impotenza, depressione.
Il grande merito di aver fatto luce per prima su questa importantissima distinzione è Carla Lonzi:

La donna non è in rapporto dialettico col mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi, ma un muoversi su un altro piano. Questo è il punto su cui più difficilmente saremo capite ma è necessario insistervi. (Lonzi, Sputiamo su Hegel, corsivo mio).

La distinzione fra Opposizione e Differenza suggerita da Lonzi, viene ripresa e ulteriormente articolata da Adriana Cavarero quando rileva che la tradizione occidentale assume la differenza sessuale come un’opposizione, come un differire da, come una mancanza e mette in evidenza come la trasformazione della Differenza in opposizione o complementarietà sia il risultato prevedibile del funzionamento della “trappola dell’economia binaria” di stampo patriarcale:

Se l’uomo e la donna sono differenti – e se non si vuole rinunciare a tale differenza – sembra infatti che non si possa fare a meno di pensarli come opposti o come complementari. A meno che si sgombri il campo dal problema stesso della differenza e li si pensi come eguali. (Cavarero Restaino, Le filosofie femministe, p.85, corsivo in parte mio)

In una direzione analoga sembra procedere anche Rosy Braidotti quando insiste nel sottolineare una “visione positiva” e non oppositiva e negativa della Differenza:

Ripensare la differenza sessuale non significa cadere in una trappola essenzialista ma aprire i campi del molteplice. (R. Braidotti, In metamorfosi)

Voglio ancora ricordare la lettura di Dominjanni che nel prendere le distanze dall’essenzialismo, dal rischio di pensare la Differenza come “un’essenza della femminilità” o come “la costruzione di un modello di femminilità”, definisce la Differenza di Irigaray come “espressione della differenza pensante”, formula che evoca il ”pensare differentemente” di Carla Lonzi che, come ci ricorda Maria Luisa Boccia, è qualcosa di diverso dal “significare la differenza”. (Cfr. M. L. Boccia, L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi))
Ciò che la proliferazione e frammentazione dei gruppi e la loro incapacità di formare un Insieme sembra dunque raccontarci, è che a restare impigliate nella trappola dell’economia binaria tesa dal patriarcato sono le stesse donne tutte le volte che confondono la necessità di differenziazione con quell’opposizione escludente il cui esito è, appunto, la frammentazione.
Eliminare questa identificazione fra Opposizione e Differenza ci permette di comprendere che la Differenza, diversamente dall’opposizione e dalla frammentazione, apre la via alla costruzione di Un Insieme differenziato. Si tratta dunque per le donne di realizzare questo Insieme differenziato e di uscire dal dualismo oppositivo su cui filosofi di epoche diverse, a cominciare da Parmenide, si sono rotti il capo senza venirne a capo.
Credo che almeno in linea teorica, ciò sia possibile riformulando diversamente il dilemma di Olympe e domandandoci non già se le donne, diversamente dagli uomini, saranno sempre divise o se invece, come gli uomini sapranno formare un corpo unico ma se le donne diversa-mente dagli uomini saranno in grado di formare un corpo unico restando differenti.
Per rendere più chiara e comprensibile l’intima connessione fra Uno e Diverso, leggerò, per concludere questo primo punto, uno straordinario passaggio di Angela Putino:

Polemizzare tra donne è far guerra. Per fare questa guerra occorre avere un profondo senso della dignità propria e dell’altra (…).La guerra per una donna è nel linguaggio: non consentire che si chiuda nei codici, spaziare, interrompere. E’ necessario far saltare i toni polemici che promuovono schermaglie linguistiche sostenendo una contesa fittiziamente esistente, una farsa, non un accadere (…). Occorre creare una vibrazione differenziale (…). La guerra si fa talvolta perché c’è una straniera. Dovremmo saper essere tra noi straniere senza distanze, senza indifferenze e vicine senza identificazioni. Spesso tra donne si vive una fusione senza separazione: una sorta di indiviso. Tutto quello che non mantiene uno stato di uguaglianza (…) viene privato di esistenza: così paradossalmente nell’indivisione si ha diritto di esistere e nel distinguersi si viene cancellate. Qui non vi è luogo per il giuoco, ci si serra per paura di perdersi. Né vi è guerra perché non vi è una parola adeguata, parola che sappia dar separazione nell’indiviso, che inviti a diversificarsi, ma anche congiunga nello spezzare e che non ceda quindi ai codici del distacco. Il “condiviso” tra donne, unica tensione necessaria che dà dignità ad una guerra tra loro. La guerra è comunicazione del condiviso. Perciò essa è mossa da ogni taglio, ogni spacco operato nei saperi, ogni cambio di tono, per far risaltare la parola e i modi in cui la relazione si dà. (A. Putino, Arte di polemizzare tra donne, corsivo mio).

2. Il secondo punto riguarda il tema della frammentazione considerato dal punto di vista psicanalitico in versione lacaniana, per la quale essa viene ritenuta un valore aggiunto, una risorsa in più per le donne. Non esiste infatti, per Lacan, l’essere donna come insieme: è la nota tesi dell’”una, più una, più una” che, come vedremo, verrà contestata da Irigary:

l’esistenza – scrive una psicanalista fedele alla teoria del maestro  –  è affidata solo a una e poi a un’altra e così via, disegnando una successione infinita che non compone mai un campo chiuso..

Nella teoria lacaniana la frammentazione che impedirebbe alle donne di fare un Insieme, si trasforma dunque in una miracolosa risorsa aggiuntiva, in un “di più” che investirebbe anche la sfera del godimento femminile cui l’uomo non avrebbe accesso:

La serie dell’una per una risponde al vuoto di essere della femminilità che Lacan trasforma dal piano della mancanza, del deficit fallico, a quello della creazione a partire dal nulla, del proprio modo di essere che non è già previsto…

E’ molto facile e fuorviante confondere il “non previsto” cui qui si fa cenno con quell”imprevisto” della storia che la donna incarna nel pensiero di Carla Lonzi e che non ha nulla a che fare con il “vuoto di essere”, “la mancanza”, e il “deficit fallico”, con questa sequenza di meno riservati alla donna magicamente convertiti, dal lacanismo, in valore aggiunto e che Irigary ha smascherato mostrando l’impasse intrinseca di “una pluralità che sfugge alla definizione di unità”, il limite di una differenziazione plurale incapace di declinare se stessa con un Insieme, che è anche il limite, come abbiamo visto, di cui soffre il femminismo:

Il fatto teorico di definire le donne come parti di un tutto (una più una, più una) è una maniera per non riconoscere il loro genere proprio. (L. Irigaray, Sessi e genealogie).

Si tratta, per Irigary, di un limite grave perché il misconoscimento di un proprio genere femminile, comporta che la donna sia “al servizio del Dio degli uomini” e che lei rinunci al suo compito. A proposito dell’”identità di genere” rispetto alla quale ci sono, come si sa, posizioni diverse, vi leggo un passo di Dominijanni che ben riassume il mio pensiero:

Nessuna politica delle donne può fare a meno del radicamento nel genere, perché è come genere oggettivato, e non come soggetti singolari pensanti e attivi, che le donne sono previste nell’ordine simbolico patriarcale: la rivoluzione femminile non può che partire da qui. (I. Dominijanni, corsivo mio)

Il “radicamento” delle donne nel genere non comporta infatti per Irigaray che il femminile sia un’entità “essenzializzata”, ma una realtà virtuale nel senso che si configura come il risultato di un progetto. Cavarero ci ricorda inoltre, a questo proposito, la non incompatibilità fra la categoria analitica della teoria della differenza e la categoria filosofica delle teorie del genere poiché entrambe:

hanno contribuito a fornire alle donne strategie argomentative utili a contrastare le forme di oppressione delle donne attraverso la promozione delle differenze femminili. (A. Cavarero)

Vorrei concludere riproponendo alla riflessione una questione cruciale sollevata da Irigaray quando si chiede se l’incapacità delle donne di dar vita a un Insieme differenziato, da cui trarre la propria forza derivi:

dalla scelta di alcune donne o dalla necessità di un mondo costruito dagli uomini, un mondo che le donne non scelgono ma subiscono. E non diventano donne, diventano uomini. E’ ciò che richiede loro l’universo maschile…(L. Irigaray, Sessi e genealogie, corsivo mio).

quando chiede loro di avere “se non il sua pene” il “sua fallo”.
Posso sbagliare ma ho l’impressione che il gesto che porta molte donne a fondare gruppi sempre nuovi e a farsi promotrici di iniziative  che in nulla si diversificano da quelle promosse da altre, abbia più a che fare con una “mancanza di soggettività propria”, con il bisogno di avere il “sua fallo”, che da un’autentica e realmente acquisita Soggettività al proprio genere che significa, per la donna, poter fare a meno de “il sua fallo”.
Ha ragione Braidotti quando scrive:

A meno che entrambe i sessi non si uniscano nel tentativo di realizzare una sessualità non fallica, di riscrivere il copione della sessualità prendendo le distanze dalla violenza del Fallo, nulla cambierà. (Braidotti, In metamorfosi)

E’ questa violenza del Fallo, è la violenza di un ordine simbolico che contempla un unico simbolo (il Fallo) per rappresentare DUE sessi,  che farà dire a Freud che nessuna analisi, nessuna cura può “guarire” uomini e donne dal rifiuto della femminilità indotto dalla struttura di un tale ordine.
Da questo rifiuto, per Irigary, la donna può “guarire” attraverso una “conversione al femminile”. Ebbene, è a questo esito che un’analisi finita dovrebbero portare le donne ma così non sarà fintanto che non nasceranno in Italia dei Luoghi di formazione e di cura fondati da psicanaliste donne.

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4 Risposte to “Il movimento delle donne tra accomunamento e frammentazione”

  1. paolam 24 agosto 2013 a 13:15 #

    “Insieme differenziato” mi sembra la definizione più efficace, che non ha a che vedere con la “compattezza di superficie”. E se potessimo incominciare a procedere su questo “altro piano”, prima o poi.

  2. Maria Cristina Migliore 1 novembre 2012 a 19:59 #

    Grazie a Paola Zaretti per aver proposto il tema della frammentazione e divisione e contrapposizione tra donne. E’ una contrapposizione che non si attua solo nel formare gruppi diversi, ma anche all’interno di uno stesso gruppo, ad esempio attraverso l’insistere troppo sulla propria individualità a scapito dell’oggetto dell’attività comune.
    Ho riscontrato spesso l’incapacità di essere selettive nel dare un contributo all’attività del gruppo: si tende ad enfatizzare tutta la propria differenza senza trattenere nulla, dicendo tutto, incuranti della necessità dell’oggetto dell’attività.
    Io a differenza di Zaretti uso però – come si può già vedere da quanto appena scritto – una prospettiva teorica diversa, culturale-storica, sviluppata da uomini (Vygotsky e Leontiev), che individuano nell’oggetto dell’attività (in particolare Leontiev) ciò che può motivare e dare unità a contributi diversi, ma in relazione rispetto all’oggetto dell’attività.

    Siccome esistono anche altre prospettive teoriche, anche se non rivisitate da un punto di vista femminista, ma comunque caratterizzate dal tentativo di superare il dualismo (tra mente e corpo, tra individuo e contesto, tra teoria e pratica), anch’io vorrei qualcosa come “scuole di formazione” per potenziare il processo di disintossicazione dal dominio dell’ordine simbolico maschile, ma vorrei che ci fosse spazio anche per altre fonti interpretative, non solo quella della psicoanalisi.

  3. Donatella Proietti Cerquoni 31 ottobre 2012 a 14:54 #

    Con questo saggio scopriamo sempre meglio come la produzione teorica femminista contemporanea sia un insieme articolato, vasto, puntuale che merita di essere costantemente approfondito in relazione agli aspetti problematici che si vanno presentando nel dibattito attuale.
    Contemporanemente, nell’opera di indicarne la coerenza, torna a mostrarsi il senso della politica delle donne che non è, come a un certo punto si è rischiato di credere, o di far credere, o di voler credere, quello di rinnegarne i principi in favore di una compattezza di superficie utile a ricoprire incarichi nell’ordinamento simbolico-istituzionale maschile bensì quello di ricercare la coniugazione di quegli stessi principi in una pratica che acquisti e sedimenti la sua forza nella consapevolezza di poter essere, o diventare un corpo unico carico di differenze. E che la Differenza non può essere cancellata nemmeno in nome del desiderio di “portarla” là dove essa non è prevista, pena, ancora, l’insignificanza femminile.
    In caso contrario temo che correremmo il rischio di ridurre l’ambizione femminile per accontentarci di forme apparenti di libertà che altro non sono che ulteriore nutrimento al simbolico maschile e alla materialità del suo dispiegarsi.

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