La pretesa in più e la democrazia

1 Nov

Maria Grazia Campari

La pretesa in più che oggi possiamo autorizzarci mi sembra espressa chiaramente da molte donne del movimento, giovani e meno giovani, alcune presenti a Paestum 2012: è, in fondo, la pretesa di una buona vita.

Non si tratta di desiderio femminile di una “visibiltà…aderente alla modificazione della realtà avvenuta in questi anni” (P. Melchiori) per il semplice ma essenziale motivo che non viviamo una realtà in cui il problema sia semplicemente quello di renderci visibili perché ne siamo appagate o, quantomeno, parzialmente soddisfatte.

Al contrario, si tratta, di una tensione al sovvertimento di una realtà che registra ancora -principalmente in Italia- diseguaglianze strutturali che determinano per il sesso femminile l’impossibilità o la difficoltà estrema di accesso alle risorse materiali e simboliche, precludendo anche il più tenue potere di influire sui progetti di vita propri e altrui.

Una esclusione “dal potere sociale, …spesso anche dall’accesso alle risorse culturali e simboliche, incluse quelle che consentono l’elaborazione di forme di (auto)rappresentanza autonoma” (C. Saraceno).

Situazione che determina, come ripetutamente notato (anche da me in anni passati), persino un diritto affievolito all’habeas corpus (acquisizione quasi millenaria all’origine delle moderne democrazie) per il soggetto femminile poiché non gli è dato di autorappresentarsi nel civile consesso del quale resta inevitabilmente solo sulla soglia.

Quindi, il punto non è semplicemente quello di rendersi visibili nella sfera pubblica, ovvero di parteciparvi in posizione subordinata al maschile, ma piuttosto quello di frantumarne la struttura intessuta di privilegio immotivato a sesso unico -il privilegio del sesso maschile- che, in assenza di una contrapposizione critica attiva, gestisce l’esistente in condizione monopolistica. Da qui la discesa agli inferi in un baratro d’inciviltà nel quale veniamo trascinate come suddite rassegnate o complici.

Quindi, donne non solo visibili, ma attrici del cambiamento più radicale in ogni campo del vivere associato, questo è il desiderio che mi sento di sostenere perché ne percepisco la qualità e l’urgenza. E’ l’urgenza di un atto di verità che renda manifesta e legittima l’esistenza di una società attraversata da diverse linee di differenziazione, di genere, di classe, di razza.

Una questione non solo di rappresentanza, piuttosto l’esigenza di lasciare a ciascuna la responsabilità del proprio desiderio e di fornire, possibilmente, strumenti adeguati a progetti di cambiamento radicale ad ampio spettro, che non dovrebbero essere contrastati da una conventio ad escludendum sessista e ingiusta.

Si è sostenuto che, in tal modo, sarebbe fatale cadere nelle “trappole dell’eguaglianza” rischiando, come in Norvegia, di registrare una conseguente disaffezione delle donne per la “politica” cui corrisponde un’ansia di ritornare a operare nei “luoghi del sociale”.

Personalmente, diffido dai parallelismi costruiti fra situazioni tanto diverse per storia, cultura, risorse e struttura statale.

Se mi soffermo sulla composizione delle istituzioni che decidono i nostri destini di europei, (Commissione, BCE, lo stesso Parlamento ecc) mi risulta chiaro- bastano le fotografie di gruppo- che la “trappola paritaria” non è affatto in funzione e considero che forse è meglio farla vivere davvero là dove conta prima di passare, per la via breve, alla demolizione critica.

Questa è, però, una considerazione di superficie sulla quale non m’interessa soffermarmi perché mi interessa, invece, tratteggiare la scommessa che propongo qui e ora.

E’ una scommessa che reputo all’altezza dei guadagni acquisiti con la pratica politica del femminismo italiano, da sempre assai distante dalla logica omologante/escludente dei partiti.

Si tratta di una elaborazione in autonomia, capace di ripensare concetti quali genere, democrazia partecipata, lavoro, welfare e, in particolare, capace di esercitare una critica trasformativa sull’idea di un soggetto politico omogeneo nella rappresentanza, nell’economia, nella cultura. Capace, quindi, di tenere in considerazione e di far agire la pluralità dei soggetti che esistono, anche se vengono occultati dalla storia dei potenti.

Sono convinta che pensiero critico che deriva dalla pratica politica dell’autocoscienza e del partire da sé, sia l’unico strumento veramente idoneo a produrre la trasformazione radicale dell’esistente.

Uno strumento che richiede, però, di essere messo alla prova nell’impatto con tutti i luoghi del potere decisionale che plasma le nostre vite.

Ci confrontiamo con la realtà della sfera pubblica in cui siamo marginalmente presenti, quando lo siamo, come soggetti neutralizzati da una inclusione avvenuta nel segno del potere maschile che ha costruito l’ordine sociale attuale, impresentabile e tuttavia esistente.

Come ho già detto, considero prima e fondamentale questione quella di individuare il percorso, costruendo le modalità relazionali che lo connotano: come e con chi si arriva là dove si vuole arrivare, come e con quali relazioni ci si resta.

Non sono dati su cui noi si possa vantare una precedente esperienza: il pensiero/pratica politica del femminismo costituiscono, secondo me, un sostegno forte, tuttavia innegabilmente giocato su altri piani.

Per tentare di consumare l’esistente frantumandone le logiche occorre, poi, volgere lo sguardo critico anche alle esperienze di donne, talvolta femministe, che nel passato sono state cooptate da apparati maschili in luoghi apparentemente di potere, per loro luoghi di frustrazione a causa dell’evidente impossibilità di qualsivoglia modificazione minimamente significativa.

Erano strette nelle regole del gioco, che non hanno saputo o potuto contrastare, per motivi vari. Di conseguenza, costi pagati e vantaggi eventualmente goduti si collocano proprio nella sfera di quel potere che richiede di essere sovvertito.

Nessuna ipotesi di pratica radicale può, a mio parere, conseguire dal confronto che si colloca sul piano dell’esistente o del già vissuto, rebus sic stantibus.

Ci troviamo in presenza del monolite del potere maschile escludente/includente: la mia proposta è di tentare di sgretolarlo attivando una rete di relazioni orizzontali fra donne consapevoli del pensiero e della pratica femminista, che si costituiscano quale riferimento politico.

Una rete intelligente che renda parlanti desideri e bisogni di soggetti femminili in carne e ossa (tutto il contrario del paventato“sorvolare”), che sappia interrogare e mettere a valore pratiche differenti, che trovi le mediazioni opportune per elaborare proposte e progetti condivisi su ogni aspetto significativo per una buona vita.

Una rete che, in prospettiva, dovrebbe esercitare anche occhiuta sorveglianza e costituire sistema di pressione quale agente antitrust, diretto a contrastare il monopolio maschile (una quota spesso prossima al cento per cento) che consente ai soli uomini, in ragione del sesso, l’accesso alle posizioni del potere decisionale attraverso meccanismi di cooptazione che spesso prescindono da e mortificano il merito. Comportamenti che risultano in perdita per l’intera società, che necessita ora di essere governata da regole diverse, tali che ci sia dato di potervisi riconoscere almeno in parte.

Consideriamo, allora, l’ipotesi di una democrazia differente.

Non si può dimenticare che le regole del vivere associato sono preposte alla qualità della democrazia, un sistema imperfetto, persino impresentabile nella sua forma attuale, soggetta ai poteri forti e occulti, non cestinabile però con noncuranza insieme alla forma parlamentare che gli è, ad avviso di molti, connaturata.

Entra in gioco il sistema delle regole e l’obiettivo della sua modificazione radicale che non prescinde dai “poteri forti”, ma ne tiene conto. Questi poteri non sono forti perché preesistenti in natura, quindi dotati di naturale inestinguibile vigore; tali sono perché coltivati e rafforzati da regole mirate, di esplicito o tacito sostegno, che sono, appunto, fra quelle da rivedere e/o rimuovere dagli ordinamenti giuridici italiano e europeo.

Regole diverse, leggi apposite, possono attanagliare il poteri extra ordinem rispetto alla democrazia rappresentativa e partecipata.

Nell’estrema arretratezza italiana, bisognerà impegnare energia e sapere e non pare uno sforzo inutile costruire una rete che sia luogo di valutazione, confronto, conflitto, condivisione, che faciliti il percorso di un movimento trasformativo, che sappia interrogare e mettere a valore esperienze e conoscenze differenti acquisite da molte donne in questi lunghi decenni.

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