Gruppo n. 8 – Trascrizione

8 Nov

Lea: Sarebbe importante se riuscissimo a trovare i nessi tra le tematiche che sono emerse in assemblea. E’ questa, secondo me, oggi la  grande scommessa del femminismo che ha proceduto spesso per strade contrapposte o soltanto diverse. Molte, per esempio, si stanno occupando da anni della questione della violenza e hanno creato case per le donne maltrattate, un percorso importantissimo ma che finisce spesso per isolarsi dagli altri.

Io penso, come ha scritto lucidamente Emma Baeri,  che la violenza nelle sue forme più manifeste -stupro, omicidi, persecuzioni, ecc.- non debba essere vista separatamente  dalla “violenza sessuata “, quella che è nell’ordine delle cose, dentro la cultura in cui viviamo, dentro le istituzioni, nei linguaggi, nei saperi, nelle relazioni famigliari. I temi che andiamo affrontando sono tutti collegati gli uni con gli altri: il lavoro di cura, la responsabilità nei riguardi della famiglia, creano inevitabilmente problemi con la voglia di esserci e di contare nella vita pubblica. Allo stesso modo, il desiderio di essere nei luoghi dove si decide non è separato dal discorso sulla formazione personale, sull’autonomia di pensiero: la presenza di tante donne che nei  luoghi istituzionali si “neutralizzano”, non è un guadagno neanche per noi.  Si vorrebbe che l’emancipazione non fosse separata da  quello che abbiamo chiamato fin dagli anni ’70  un processo di liberazione, inteso come autonomia da una visione maschile del mondo che abbiamo purtroppo incorporato. Se evitiamo di contrapporre questi diversi processi di individuazione delle donne, forse riusciamo a costruire una forza collettiva. Separando l’emancipazione dalla presa di coscienza, dalla soggettività, ci facciamo danno reciprocamente. Quindi  è importante che tentiamo di connetterli. Nell’assemblea questa mattina mi sembra che ci fossero già degli interventi che strutturavano relazioni tra un tema e l’altro. Forse dobbiamo fare uno sforzo ulteriore di approfondimento in questa direzione, se ce la facciamo. Con me c’è Letizia a coordinare , ma per fortuna non siamo tenute a fare il report che si fa di solito nei congressi,  -una noia mortale- e domani riprenderemo la discussione in assemblea semplicemente arricchite dalla discussione di oggi.

(si cerca un microfono)

Letizia: intanto c’è qualcuna che stamattina voleva parlare e non è c’è riuscita, già quello romperebbe il ghiaccio…

Michela Zucca: Io volevo dire una cosa questa mattina. Sono venuta qui perché speravo e spero ancora di poter costruire assieme a voi tutte dei percorsi di lotta: non di conflitto, ma di lotta contro, contro tutto ciò che in questi ultimi anni è andato cambiando. Ormai sono 20 anni che stiamo tornando indietro. Oltretutto c’è poi una critica che voglio fare: qui noi stiamo facendo un discorso molto di nicchia.  Chi vive a contatto con donne comuni, donne che vanno a lavorare tutti i  giorni, fanno un lavoro alienato, tornano a casa, hanno una famiglia e gli tocca fare il lavoro di cura, discorsi come quelli che noi abbiamo fatto tutta questa mattina, e soprattutto il linguaggio che abbiamo usato, sa che risulterebbero  assolutamente incomprensibili. Se noi vogliamo fare un discorso di lotta, un discorso aggregante, bisogna secondo me partire dalle esigenze del lavoro di tutti i giorni, dalle donne che fanno un lavoro che non hanno scelto, e alle quali tocca subire il lavoro di cura – secondo me il lavoro di cura è la cosa più importante, è forse il livello di repressione e di sottomissione più forte, assieme al precariato e oltre tutto spesso si sommano le due cose, lavoro di cura obbligato e precariato per forza. Su questi problemi  noi dovremmo cercare di portare avanti rivendicazioni e lotte con un linguaggio assolutamente comprensibile alle persone che non sono come noi.

Gianna: io sono Gianna, vengo da Bologna. Anch’ io volevo dire qualcosa stamattina perché mi aveva molto colpito l’intervento della ragazza di Padova, quando parlava del fatto che le precarie si sono riunite per discutere della loro situazione. Mi ha colpito per due ragioni: una, perché io ero qui quando avevo 22 anni, ero studentessa e pensavo che non sarei riuscita ad entrare nel mondo del lavoro. In realtà poi ho fatto i miei 7 anni di precariato anch’ io – anche se c’erano allora discorsi diversi rispetto alla necessità di trovare dei punti in comune tra donne più grandi e donne più piccole, e non c’era questa attenzione alle generazioni. Mi ha però evocato anche una esperienza che  faccio come donna comune che lavora con un gruppo di tirocinanti – io lavoro nell’istituzione sanitaria che è un’istituzione perché ha come obiettivo la cura (l’istituzione è un luogo in cui le persone si riuniscono per un obiettivo ). Sono donne vanno dai 25 ai 40 anni. Ci troviamo in una situazione molto critica, molto difficile, perché ci contrapponiamo: le cosiddette ‘strutturate’ – si chiamano ‘strutturate’ quelle che hanno un lavoro – con le precarie che sono lì che spingono. Allora quale è stata – è da quest’anno che ho cominciato questo lavoro, che ha a che fare con la professionalità ma non solo-  la mia, anzi la nostra intenzione?  E’ stata di aprire – e qui farei anche un discorso sulla differenza  tra conflitto e alleanze – dei momenti di alleanza in cui, pur avendo posizioni diverse (mi riferisco anche alle posizioni rispetto al mondo del lavoro), si cerca un’area comune perché siamo sulla stessa barca, precarie e non precarie. Anche se occupiamo delle cabine diverse della nave, la tempesta ci può travolgere tutte. L’alleanza dobbiamo trovarla su ciò che ci accomuna: per esempio la rabbia. C’era la ragazza che diceva ‘io sono incazzata’. Anch’io sono incazzata. Ho più di 30 anni di lavoro, vorrei andare via, lasciare il posto a loro che sono brave e preparate e con grande voglia – molta più di me, perché sono un po’ stanca. Allora credo che sarebbe il caso di narrarci queste piccole pratiche e quelle grandi pratiche che ci sono state in questi 40 anni, perché altrimenti discorsi come quelli che ho ascoltato oggi non sarebbero possibili. Più che dei conflitti parlare delle alleanze a partire da posizioni diverse, perché sicuramente abbiamo delle posizioni diverse e anche necessità di alleanze.

Ilaria Buriano, da Roma: non capisco la necessità di porre una distanza tra un “noi” e un “loro”, cioè tra un noi che siamo qui e un loro indefinito di donne che non partecipano a momenti come questi o ad altri di confronto. Io penso  -anche perché io sono una donna comune come tante altre- che non è necessario abbassare il livello del linguaggio. Le donne sono colte, il problema è che si pensa che la collettività abbia bisogno di un linguaggio più povero, invece no, dobbiamo arricchire il linguaggio, perché soltanto riconquistando il linguaggio che abbiamo perso forse acquistiamo di nuovo potere. Quindi era solo un appunto rispetto a questa presa di distanza che rischia di allontanarci dall’obiettivo che vogliamo raggiungere.

Elena, Bologna: mi ricollego per l’appunto a questo discorso, per dire che secondo me ciò che ci differenzia tra chi è qui e chi non è qui, forse è soprattutto il tempo che effettivamente possiamo dedicare alla riflessione, un tempo che altre persone non hanno perché sono prese dalla quotidianità di una vita dove il tempo è una risorsa sempre più scarsa. Abbiamo parlato nella lettera di invito della cura come una funzione che le donne hanno sempre svolto e che i tagli che sempre più ci vengono imposti rischiano di aggravare. Quindi volevo soltanto dire che è importante secondo me in questo momento  -ed è quello su cui vorrei riflettere con voi-  cercare di identificare un fronte materialista: proposte che noi vogliamo vedere realizzate. Accanto allo sfogo legalista, moralista, moralizzante, coi tagli agli enti regionali, giustissimi, che si stanno facendo,  nel frattempo in realtà si coglie la palla al balzo per dire ‘visto che gli enti locali rubano, allora tagliamo’. E così saremo ancora di più impoverite. Dobbiamo pensare perciò  a quale è la nuova relazione che  vogliamo avere come donne, come società, nei confronti dello Stato, per avere delle condizioni socioeconomiche che possono essere chiamate ‘reddito di cittadinanza’ oppure possono semplicemente essere dei servizi essenziali che ci consentano di avere un’autonomia reale come individue, come soggetti anche economici, per poter ripartire.

Antonella, Roma: Io probabilmente rappresento solo me stessa, nel senso che quando ci siamo lasciate 36 anni fa ci siamo dette – almeno questo io mi ricordo- ‘è finito il momento collettivo, dobbiamo cercare di cambiare ciò che sta intorno a noi’: cioè ognuno si ritira nella propria vita, più o meno. Per me è stato esattamente così: sono scappata in campagna, ho cambiato il mio ‘intorno’. Nel paesino, dove oramai sono residente, tutte le figlie femmine di questi agricoltori maremmani si sono laureate. Io sono una donna sola che è andata ad abitare in un posto dove le donne o sono mogli o sono puttane e non sono una che si dà da fare con gli uomini. Per i genitori è stato più facile mandare le figlie a lavorare a studiare a Siena, a Pisa, affittargli la casa. Solo regalando un libricino sugli animali a una ragazzina è diventata veterinaria. Sono piccole cose che praticamente modificano il contesto in cui vivo. Se nonché poi in Italia c’è stata la catastrofe cosmica, e anche il linguaggio ha cominciato a modificarsi. Finché c’è stata la Democrazie Cristiana, la vecchia politica, c’era il pudore del linguaggio politico, adesso sono caduti i veli: e ‘ce l’ho duro di qua’, e ‘ce l’ho duro di là’, e poi quelli che hanno trasformato l’Italia in un casino dove le donne … insomma voi lo sapete meglio di me. E’ per questo che, piano piano,  da questa singolarità, da questo operare singolo, mi è rinata la voglia di tornare ad avere una forza collettiva, anche perché io ho fatto anche politica nella mia vita, e amo il mio paese, scusate, da femminista, ma amo il mio paese! Il fatto che sia ridotto nella merda in cui è mi ha procurato un infarto.  Per me è stata una sofferenza fisica anche il degrado della politica. Negli anni 70 facevamo un casino, scrivevamo a tutti i giornali, mandavamo telegrammi. Eravamo presenti. Sai cosa vuol dire attirare l’attenzione dei media e della gente in un paese dove fanno a cazzotti per poter condizionare gli italiani? Come facciamo oggi a diventare una forza?  Come facciamo a ricominciare a comunicare con i giornali, con le varie organizzazioni politiche? Non mi parlate dei partiti, io  vorrei capire come questa disgraziata di operaia che sperava che la Finocchiaro facesse qualcosa per lei, la Finocchiaro che sta in un partito smerdato fino al midollo, un partito che ha accettato, che se ne è fregato di un referendum sui finanziamenti e si è beccato i soldi, cioè ha fregato il popolo, la gente che un giorno era la sua forza. Io non saprei oggi chi votare. Basta io ho finito. Poi se c’è qualche altra cosa la dico domani mattina. Per me il problema è come rientriamo in gioco anche per condizionare ‘le altre’. Ecco, scusa un’ultima cosa, guardate: quello che mi ha salvato in questi 20 anni è proprio il patrimonio culturale degli anni ‘70. Io mi sono salvata per il rapporto con mia madre, che è stato l’elemento emotivo e culturale che mi ha consentito di vedere lucidamente quello che stava succedendo. Quindi io credo che anche il rapporto con la madre sia una cosa da ritirare fuori perché le donne che non hanno un rapporto con la loro madre sono fragili e sottoposte alle prepotenze del patriarcato.

Annalisa Elias, Cagliari: Secondo la descrizione che abbiamo fatto stamattina io invece sono una che è stata nel femminismo fin dagli inizi. Mi interessava portare tre problemi. Si tratta innanzi tutto di intenderci su cosa intendiamo per cura, e poi la questione di contare, di esserci. Stamattina la maggior parte degli interventi ha fatto riferimento al problema annoso del 50 e 50 si, 50 e 50 no. Anche di questo vorrei parlare  a partire dalla mia esperienza nelle istituzioni. Primo: è  inutile parlare se siamo d’accordo sul 50 e 50, con questa legge elettorale! La democrazia in Italia è stata cancellata da questa schifezza di legge elettorale: il problema è che c’è sceglie chi, e noi cosa facciamo, cittadini e cittadine? andiamo lì a mettere la croce su un nome … Vi sembra questa democrazia? Ma questa legge non la vuol cambiare nessuno, a quel che risulta. Io non ho niente in contrario sulle donne che ambiscono e entrare nei parlamenti – qualcuno diceva ‘perché dobbiamo impedire che una realizzi il suo desiderio’ –, anche io ho realizzato un mio desiderio a suo tempo. Il problema è che, benissimo, vadano, ma io non  penso che siano mie rappresentanti, anche perché io non chiedo a una donna di rappresentare una donna – una donna va al parlamento e rappresenta il popolo italiano, secondo me. Come lo fa? Interpretando il mondo con gli occhi di una donna e nel caso mio e di pochissime altre devo dire in quella stagione, tenendo relazioni con le donne con cui ha avuto relazioni sempre. Allora ricordiamoci una cosa: per quanto mi riguarda io ho fatto quell’esperienza nell’anno in cui venne scritto quel meraviglioso libretto “Dalle donne alle donne”,  sbandierato come un libretto di Mao in tutte le sezioni, in tutti gli incontri, e quindi si pensava che tutte le donne che andavano in Parlamento quella volta fossero convinte che la loro forza venisse dalla relazione con le donne. Io non ne ho viste di relazioni in quel Parlamento, ho avuto relazioni con un’unica donna, Grazia Zuffa che era senatrice: basta. Tra quelle che  eravamo lì, ce n’era un’altra che poverina è morta, la Locascio, ma, finito. E allora? Il numero non fa certamente differenza, perché sarebbero delle gregarie che sicuramente non mi rappresentano. Su questo discorso forse è il caso di ritornare.

Antonia, Roma: ho lavorato fino a un anno e mezzo fa in un gruppo sul salario minimo garantito, richiesto spesso dalle giovani generazioni anche per il loro precariato, non solo come un fatto di denaro ma proprio come valore della loro vita. Anche nei gruppi femministi che abbiamo fatto a Roma nella Casa delle donne, una ragazza molto brava ha parlato di questo. Di informazione non ce n’è molta neppure tra di noi: che cosa è il lavoro e che cosa vuol dire oggi la richiesta del salario minimo garantito, anche perché c’è molta ignoranza, ognuna ha la propria competenza e non sa i soldi dove si prendono e da chi. Se la maggior parte degli italiani non pagano le tasse, il sociale chi lo paga?  Il partito di Rifondazione per anni ha cercato di risolvere questo problema sul salario minimo garantito, che cosa è uscito fuori? il pacchetto Treu, che la sinistra ha appoggiato , e  che cosa si è inventata, i cocoricò, a cui si sono aggiunti  i cocoprò. Questo discorso è forse più noioso di tanti altri, però il lavoro in questo paese è una cosa importante. Perché non ci chiediamo, e non spieghiamo ai politici, che cosa vuol dire una pensione minima, una pensione sociale e chi la paga. La pago io con la mia pensione e tutta la  gente che prende la pensione sociale come diritto. Questo non si risolverà mai se ognuno di noi non sa da dove arrivano i soldi e si butta sempre addosso merda sul lavoro garantito, su quelli che pagano veramente le tasse. Allora come lo risolviamo questo?

Vicky Zocca, Cosenza:  Io sono Vicky Zocca di Cosenza, del centro antiviolenza di Cosenza. Ma qui non parlerò del problema delle donne che subiscono violenza, e della loro condizione di donne che soprattutto al Sud hanno difficoltà a trovare lavoro, ricostruirsi una vita. Voglio allacciarmi invece al discorso del salario minimo garantito, che secondo me è l’unica realtà, perché il livello di disoccupazione delle giovani non solo donne, ma dei giovani in generale, è talmente alto che se non ci accorgiamo di questo non troviamo una soluzione, l’Italia va a scatafascio, e non perché la scatafasciano i potenti del momento dal punto di vista economico, ma perché una generazione, anzi due generazioni,  sono senza lavoro o con un lavoro precario, che adesso non hanno nemmeno più. Io sono d’accordo anche con quello che diceva lei: non per forza il salario minimo deve essere quantificato in soldi, ma in servizi almeno sì, tutta una serie di cose devono essere garantite.  Non mi interessano i politici, dobbiamo essere noi che imponiamo determinate cose. Tu dici: dove si pigliano? Ma io perché devo pagare il Fiorito che si fa i fatti suoi con i miei soldi, con le mie tasse? Senza lavoro non è più una generazione, non sono più solo i 20enni, i 30enni, ma i 40enni e i 50enni,  siamo in una situazione veramente drammatica e secondo me su questo dobbiamo discutere e trovare una soluzione, far sì che il movimento delle donne se è forte inizi a portare avanti queste lotte.  Io ho nipoti,  donne, maschi, femmine,uomini, laureati master contro master eccetera che sono disoccupati, avevano prima un piccolo lavoro precario che adesso non hanno nemmeno più.

Paola Bottoni, Bologna: io volevo parlare di un problema che  sento molto urgente, a cui ci richiamava Lea aprendo il nostro incontro di questo pomeriggio, e cioè quello di sforzarci di trovare delle interconnessioni necessarie per costruire quella che io chiamo una visione che tenga insieme la ricchezza che siamo, e che potrebbe espandersi e che uscendo da qui vorremmo amplificare. Io non ho delle soluzioni, delle risposte, ma alcune domande che vorrei provare a fare, solamente per verificare tra di noi se possono esser utili. Faccio un ragionamento molto semplice. Primum vivere: chi, che cosa, e come viene rilanciata la nostra vita oggi, qui e ora, noi cinquantenni, ultra 60 enni,18enni, etc ?  C’è una prima opzione, per esempio, che io chiamo così in maniera anche un po’ ridicola: oggi, o la borsa o la vita. Oggi o la rendita o il lavoro. Il nemico non è questa crisi, se un nemico c’è e ha delle responsabilità,  quello che è il neoliberismo, una teoria economica -una teoria politica?-, sta di fatto che si è cambiata la Costituzione scegliendo questa teoria economica. Un’uscita keynesiana dalla crisi avrebbe inibito il cambio della Costituzione perché un bilancio dello Stato può andare a debito per costruire ricchezza pubblica. Si è scelto di non percorrere quella strada. Ci interessa? Secondo me ci interessa moltissimo perché così viene minacciata la nostra vita. Io vorrei che si andasse avanti in questa riflessione. Sta di fatto che questa crisi è iniziata, e forse anche si concluderà, quando il valore del lavoro ha ceduto il passo rovinosamente al valore della rendita ed è stato uno slittamento scarsamente contrastato e probabilmente potrà avere una chiusura quando il valore del lavoro, della creazione di lavoro, di buon lavoro, sarà rimessa al centro. Se noi proponiamo il problema del lavoro, del buon lavoro – se come veniva detto stamattina il lavoro femminile è diventato servile-  dobbiamo fare riferimento a questo contesto. Il lavoro delle donne, degli uomini, dei ragazzi,  è il valore del lavoro inteso come capacità creativa umana applicata ad uno scopo. Dentro questo ragionamento, lo scopo del lavoro applicato al benessere delle persone è un lavoro straordinariamente importante, porta con sé un valore più alto e impegnativo che non la costruzione delle merci, e tuttavia è proprio il lavoro femminile applicato alla cura delle persone che è massimamente meno pagato e meno qualificato. Se vogliamo porre il problema del reddito minimo garantito e un ragionamento sul valore del lavoro per noi, dal punto di vista del nostro io, penso che questa potrebbe essere  una pista che porta anche ad alleanze. Faccio un secondo esempio poi taccio. Stamattina ho sentito molte interpretazioni della rappresentanza al 50 e 50, e ho molta confusione in testa. C’è chi lo traduce come 50% esemplificativo di una corale necessità di esserci e di contare ma c’è anche chi lo ha proposto come 50% dispositivo di legge elettorale per essere in Parlamento, nei consigli comunali, provinciali. Io ho molta confusione perché non saprei optare, però il mio cuore mi porta a fare una riflessione molto radicale. Se parliamo della politica, lo chiedo, è realistico proporsi il 50%? Parliamo della necessità di diritto di giustizia che le donne siano presenti ovunque, con quale potere? Stiamo parlando di una cosa diversa dal 50% che è 50% delle posizioni elettive. Sarà realistico proporsi il 50% con un sistema politico ridotto così? Un sistema elettorale messo in questa maniera? E arrivo a dirla anche più grossa se me la consentite. Adesso, stando ai sondaggi,circa il 50% della gente in Italia  non andrà a votare. Non so quante donne e quanti uomini. Quindi chi andrà a votare sarà il 48-50% degli aventi diritto. Bene, probabilmente chi vincerà le elezioni vincerà, non lo so, con il 27%, con il 25%? Sarà il 25 del 50%. Più piccole diventano, grazie a questa crisi della politica e del sistema democratico della rappresentanza, le quote di reale legittimazione del voto popolare, più sarà agibile una cooptazione. Io mi chiedo se la nostra riflessione non debba affrontare la visione di una vera e propria crisi del sistema della rappresentanza e del sistema democratico. Perché i luoghi della decisione lo sappiamo tutti non stanno né più in Parlamento né nei consigli regionali, comunali, stanno altrove nell’economia, nella finanza. Questo vuol dire che noi dobbiamo andare a caccia del 50% dei luoghi che contano? No, io per esempio direi che un serio e radicale ragionamento sulle fonti della legittimità democratica sarebbe un nostro approccio per mettere in campo una visione autonoma di genere, dentro cui le donne che desiderano andarci e quelle che non lo desiderano siano accomunate da una visione importante, fondativa della democrazia.

Letizia Paolozzi, Roma: Una donna ha parlato di sostituire alla parola conflitto la parola lotta. Ma non va dimenticata la rabbia. Conflitto, lotta e rabbia sono pratiche, non stati d’animo. Dobbiamo trovare delle pratiche su cui siamo d’accordo perché sennò perdiamo forza, perdiamo energia e  abbiamo già degli esempi di forza scivolata nella violenza: la pratica della violenza non ci ha portato poi a una pratica efficace degli obiettivi. Per questo, mi ricollego alla questione e alla pratica della cura. Io sono una di quelle che non pensa che la cura vada tradotta inevitabilmente in miseria femminile. Ma dobbiamo abbandonare dei confini che ci sono, che abbiamo avuto e ci siamo dati noi stesse molti anni fa. I confini sono cambiati: noi li dobbiamo ri-dislocare, perché quello che c’è, che ci pesa in questo paese è appunto il suo immobilismo. Lo scarso interesse al cambiamento, la poca voglia di trasformazione, la difesa dell’esistente. Dobbiamo abituarci a pensare diversamente. Pensare diversamente anche la cura. Se pure con diffidenza. Non credo che il lavoro si possa ancora dividere tra lavoro di produzione e lavoro di riproduzione. I due campi non sono più separati o almeno noi non li vogliamo più separati, perché la nostra vita guarda ad ambedue i momenti. Si è parlato del precariato, ma il precariato ha a che fare con la riproduzione. E tutto questo non è soltanto peso, perché sennò le donne oggi avrebbero abbandonato la cura. Che va intesa – anche – come avere cura dell’ambiente, delle relazioni, di sé, del modo in cui facciamo valore di legame. Guardate, l’esempio è questo luogo, Paestum, dove noi siamo, e siamo insieme. Se a tenerci insieme, a farci incontrare non ci fosse questo valore di legame, non ci saremmo trovate. Ci sono altri luoghi dove questo valore circola: nel lavoro, nell’affettività, nella politica, nella creatività. Anche se bisogna indicare le pratiche, metterle in circolo, coinvolgere altre donne: quelle che non sono qui perché hanno 70mila altre cose in questo momento che urgono, che gli pesano addosso. Sul reddito di cittadinanza, non guardiamolo separando produzione e riproduzione sennò, come donne o ci rinchiudono nella fabbrica o ci costringono alla dedizione oblativa contrabbandandola per scelta. Non è così. La nostra soggettività sfugge a questa sorta di ricatto. Muoviamoci, dunque, per un riconoscimento della cura per quanto riguarda la fiscalità, le pensioni. Se lo stato vuole che ci occupiamo dei nostri cari, delle persone che amiamo, che abbiamo amato, di chi ha bisogno – veramente lo facciamo anche a prescindere dallo stato – , questo ci va riconosciuto. Troviamo il modo! Non deve essere solo la monetizzazione – anche se non mi fa schifo naturalmente – ma troviamo il modo perché il riconoscimento diventi discorso comune.

[anche la maternità! Anche la maternità dovrebbe essere retribuita….]

Marina Piazza: io ho una cosa brevissima da dire. Sono molto d’accordo con Letizia: perché questo mettere  insieme lavoro e cura è una base teorica? Perché allora usciamo da una concezione della libertà tipicamente anche maschile e entriamo nella concezione dell’interdipendenza, del fatto per così dire che siamo tutti – uomini donne bambini –  dipendenti l’uno dall’altro, che questa è la base della convivenza civile, che questo deve essere riconosciuto. Quindi sono d’accordissimo che questa  deve essere la base di una nuova idea di cittadinanza.  E’questo che ci proponiamo. Io poi mi chiedo  -e mi ci arrovello da anni- su cosa voglia poi dire portare questa convinzione dentro  un discorso politico, politico non nel senso del Parlamento, ma nel senso di rientrare nelle decisioni della polis. E’come se ci fosse una specie di iato tra un discorso teorico fondante e poi quello che a me viene in mente ‘va beh, allora, accidenti, che vuol dire?’ – cioè il fatto che non riusciamo a scalfire l’organizzazione del lavoro. Noi sappiamo che l’organizzazione del lavoro oggi è vecchia, obsoleta, fordista, basata sulla presenza, ritagliata sul maschio adulto, ma non riusciamo a portare cambiamenti perché c’è l’ostilità delle aziende, ai sindacati non passa neanche per la testa di fare questo discorso, e quindi siamo fermi, sugli asili nidi, su tutto quello che potrebbe essere, dei pezzi  di discorso. Giorni fa,  a un convegno della  Commissione europea sulla povertà, c’era una donna che diceva :‘Guardate, quando loro ci dicono: ‘non ci sono soldi’ – e questo ci dicono sempre anche per il discorso della conciliazione-  non è vero, sono messi solo sulla formazione e non su altre cose”.  Penso che dobbiamo costruirci anche delle competenze più specifiche, per entrare nel discorso politico con proposte che entrino in questo quadro concettuale.

Eleonora, Cosenza: un’ amica parlava prima di come rientriamo in gioco, che mi sembra il perno del nostro discorso, al di là di tutto. Per rientrare in gioco, io penso che ci dobbiamo confrontare con il potere. È un confronto ineludibile non solo con il mondo maschile, o per chi è impegnata nella politica o in altri luoghi, ma è ineludibile anche per noi. Lo dobbiamo fare perché il potere comunque decide per noi, dobbiamo in qualche modo riabitare questi luoghi e vedere come possiamo farlo  a partire dalla relazione che costruiamo tra di noi, tra donne. Io vorrei affermare con forza  -perché  il nostro essere qui tutti insieme mi sembra già un punto di arrivo – che noi siamo già un soggetto politico, come era soggetto politico il movimento di 36 anni fa. Oggi lo siamo con consapevolezze diverse,  con al centro anche obiettivi diversi, per esempio rispetto al rapporto tra le generazioni ecc. Ora, il problema è come troviamo la capacità di farlo capire agli altri e soprattutto a noi stesse: come utilizzare questa capacità per incidere sul potere dominante. Io credo prima di tutto che dobbiamo distinguere tra obiettivi e strumenti, perché il discorso del 50 e 50 e alcune altre cose di cui si è parlato stamattina, non mi dilungo, sono strumenti: ci possiamo confrontare ma poi insomma ci sono tante idee in campo, sono tutte legittime l’importante poi è andare avanti, no? L’obiettivo è un altro:  è costruire un nostro pensiero condiviso che diventi un punto di partenza da spendere in tutti i luoghi del potere in cui ognuno di noi abita. Quindi sia a livello nazionale sia a livello locale. Per far questo noi dobbiamo scegliere un tema trasversale. Questa mattina ci siamo confrontate su tanti punti di vista tutti interessanti, però ne dobbiamo scegliere uno solo, per avere la possibilità di essere più forti. Uno solo che possa contenerli tutti e che secondo me  -lo pensavo mentre sentivo i discorsi – è il welfare, perché il welfare contiene il discorso del lavoro e anche del non lavoro, del precariato, del reddito di cittadinanza, ed è anche un discorso di servizi di assistenza in un momento in cui vengono tagliati stati tagliati per effetto del federalismo fiscale. Ciò sta avvenendo con il beneplacito e nel silenzio più di tutti, anche nostro perché sono leggi che passano, diciamo così, in modo silente: a livello nazionale i fondi sono stati azzerati, a livello locale non si sa come piangere perché magari si continua a fare le sagre e a spendere soldi per costi impropri, ma i servizi sono stati tagliati. Io penso che su questo tema del welfare abbiamo bisogno di costruire un pensiero comune, che naturalmente non può essere fatto in due giorni di lavoro ma che può essere  veicolato attraverso il web, un sito dedicato al confronto permanente,  perché, come qualcuna diceva stamattina, la nostra deve essere una rivoluzione permanente, un movimento permanente . Ci devono essere proposte condivise,  che poi ognuna di noi potrà spendere a livello locale, nei luoghi in cui sta ma anche a livello nazionale.

Franca Giannone, Firenze (prima sono vissuta a Bologna) Io penso, riguardo agli ultimi discorso,  che una proposta in parte noi ce lo abbiamo già, ed è quella della interdipendenza di tutti noi. Ovviamente quando si ha bisogno di cura – perché si hanno dei malati in casa oppure si invecchia – è chiaro che il discorso dell’interdipendenza te lo senti addosso molto più chiaramente. E se questo discorso lo arricchiamo lo pratichiamo dovunque è possibile, dove siamo presenti, sviluppandolo anche come battaglia politica, può diventare la base per svelare tutta una serie di situazioni in cui viviamo. Finora abbiamo fatto un discorso solo italiano, ma sappiamo che riguarda la Spagna, il Portogallo, tutta l’Europa mediterranea. Questo è l’orizzonte in cui ci muoviamo. Non è vero che non ci sono soldi, ma scherziamo?! 90 aerei da comprare a 135 milioni di euro l’uno, se non vado errata? Dove c’è questa mancanza di soldi? È che, come in famiglia, si compra il frigorifero non si comprano le scarpe al bambino, così se compri l’aereo ovviamente non ne hai per il welfare, non ne hai per l’istruzione. L a scuola viene distrutta e questo vuol dire rovinare le generazioni da qui a 20, 30 anni. I soldi ci sono. Quindi, cosa si può fare? Si può sviluppare dovunque si è questo discorso sull’interdipendenza delle persone. Nessuno di noi nasce da sola – nasciamo da madre giustappunto , e se non c’è ci sono dei gravi problemi – e tutta la vita la viviamo nella dipendenza dagli altri. Questo discorso è completamente cancellato da chi crede nella competitività, nella lotta di tutti contro tutti, nell’individualismo assoluto, nell’abbandono del campo col bicchiere in mano o la droga sotto banco o sopra il banco, perché questo è il discorso che i giornali i media ecc. continuamente stamburano. E quindi altro che questione di 50 e 50, che andrebbero comunque a continuare le politiche su cui l governo attuale ha già messo la firma. La questione è più profonda, si tratta  di cambiare pensiero, e per chi ha fatto il femminismo dai suoi inizi sa che non è una novità. Certo va sviluppato e modulato secondo i bisogni attuali delle generazioni venute dopo, che sono sotto questo il torchio di una globalizzazione che può ridurci a colonia, espropriarci della nostra cultura, dei nostri soldi, della nostra storia, del nostro territorio. Io vengo appunto da Firenze dove c’è come sapete come sindaco Matteo Renzi, il quale fa finta o si contrappone a Bersani. Ma non sono queste le cose che importano alla nostra vita. A noi importano le relazioni che riusciamo a rinnovare e a conservare, quelle che abbiamo già, senza avere paura delle differenze, senza fare di ogni differenza una questione tremenda, perché  l’interdipendenza è la nostra situazione di viventi.

Alessandra, Milano : Io sono molto d’accordo con ciò che ha detto Franca, e a proposito di proposte , mi riallaccio un po’ a vari interventi che sono stati fatti fino ad ora. Mi ha colpito molto quello di Antonella, che parlava  della sua esperienza sul territorio dove  concretamente ha portato aiuto per migliorare la vita della realtà locale. Quello che io sento molto forte – io non sono di Milano, vengo da una realtà di provincia – è lo scollamento completo tra la vita reale, concreta della gente, delle donne, e quello che è il potere. Secondo me bisogna ricominciare a dialogare con le persone, con i loro problemi materiali. Quando io torno nel mio paese – dove, mi dispiace dirlo, ma certi messaggi femministi proprio non sono arrivati – e comincio di nuovo a parlare di certi argomenti vedo che anche donne, madri, precarie come me di nuovo si interessano a questi argomenti. Io credo che da lì bisogna partire per avere delle idee su ciò che c’è da fare. Apro una piccola parentesi: secondo me il precariato così come lo vivo è una realtà che non solo mina la stima che ho di me stessa, il mio valore in quanto lavoro, il valore monetario che mi porta anche ad essere partecipativa nella vita sociale, ma mina anche la mia progettualità affettiva, la mia capacità di riproduzione, perché non posso progettare un figlio se non so il prossimo mese di che vivo. E mina la mia partecipazione politica perché, per esempio, tra tante mie amiche io sono l’unica che sono potuta venire oggi perché sono libera professionista e quindi mi organizzo il lavoro come voglio. Chi ha un contratto a progetto questo lusso – perché è diventato un lusso – non se lo può più permettere. Secondo me l’esperienza delle cura è importante, come veniva fuori dal racconto di Antonella anche nella vita sociale, oltre che familiare. Io faccio riferimento con la mia esperienza alla realtà che ho trovato a Milano nella Libera Università delle Donne, dove avuto modo di conoscere persone che mi hanno concretamente aiutata, che hanno creduto in me, che mi hanno dato delle possibilità, grazie alle quali la mia vita è migliorata in tutti i campi: è migliorata come autostima, e conseguentemente sul piano professionale, come relazioni, come impegno politico, come sapienza personale. Quindi è molto importante ritornare ad occuparsi degli altri. Io mi trovo spesso a lavorare per dei giornali che mi dicono ‘ah i giovani, il problema del precariato’ e sono gli stessi giornali che mi danno uno stipendio da fame. Ma allora dov’è la coerenza? Solo quando procuro lavoro a un altro e gli assicuro certe garanzie, migliora la vita del dipendente.

Giusi di Bari: faccio parte di un’associazione di donne che si chiama “Un desiderio in comune”, ma anche del Centro di Documentazione e Cultura delle donne di Bari che è un po’ più anziano. Le brevi riflessioni che farò partono dall’introduzione di Lea di stamattina, e cioè dalla separazione originaria tra la polis e la casa – a me piace molto dire ‘la casa’ – e quindi sulla divisione del lavoro e dei ruoli fra uomini e donne. Noi facciamo bene  sul piano teorico a partire dal dare valore alla cura, però, detto questo, io penso che  alcune cose non vanno perché anche noi corriamo il rischio – adesso, scusate la velocità ma ci tengo a dire tutto – di cadere nella divisione tra macro e micro. Che cosa voglio dire? Un imbroglio del patriarcato, del millenario patriarcato, in cui il capitalismo si è ben accomodato è stato quello di costruire nelle coscienze un’idea progressiva della storia, dello Stato interventista, che invece è un fenomeno economico ora finito. Il “neutro” oggettivo noi l’abbiamo svelato dicnedo che quello era un uno che si pensava due. Per due?  Io parto da questo  -anche se ho tanto da dire sul reddito minimo garantito, sul precariato, su tutti i temi in discussione- parto dalla non casualità della bugia sull’eterno dello Stato interventista liberal-borghese, perché non voglio stare a questa bugia, non voglio fare finta che sia eterno. Voglio arrivare alle conquiste che sul piano dell’emancipazione  prima, poi della liberazione e delle libertà, come movimento delle donne abbiamo fatto. Chiudo con due problemi su cui stiamo lavorando come donne baresi. Il primo: io sono bianca, sono nordoccidentale, le mie amiche mi vogliono bene e mi dicono che sono ‘diversamente etero’, ma ogni volta mi interrogo su quanto sono ‘eteronormata’. Quindi voglio fare un lavoro a partire dalla grande intuizione teorica e pratica con cui è nato questo convegno. La butto lì:  non diamo per scontata la cura dentro l’eteronormatività. E’ una domanda pesante che metto sul tavolo. Il mio femminismo interroga il corpo e l’interdipendenza, non possiamo non dirci che nel Nord del mondo la cura è risolta da molte  generazioni con badanti di altre etnie. Scusate, può sembrare buonismo, ma io penso che noi su questo abbiamo da lavorare, rimboccandoci le maniche perché ritorno all’inizio. Come mi sono presa la libertà di svelare la truffa del patriarcato, così mi prendo quello di dire cose impietose su di me e sulla mia storia.

Lea: Io volevo fare una riflessione sul legame che c’è tra il discorso sui luoghi del potere – la rappresentanza, il contare- e il lavoro di cura, il lavoro domestico. Un legame che c’è sicuramente ma che così come l’abbiamo ereditato rientra nella visione del mondo creata da un unico soggetto, il soggetto maschile, mentre il primum vivere –  almeno nell’intenzione di quelle di noi che hanno scritto la lettera di invito a questo incontro –  è già un ripensamento del nesso, una sua riformulazione.  A me sta bene che alcune persone vogliano essere nei luoghi dove si decide, che occupino posti di potere. Quello che invece mi crea problema è che questo desiderio non sia accompagnato da una analisi di che cos’è il potere, di come si è costruito storicamente. Prendiamo l’organizzazione del lavoro e le istituzione della vita pubblica. Non si sono forse costruite su una pseudo libertà, cioè come se  non esistesse il problema della conservazione della vita, della riproduzione sociale? Gli uomini hanno strutturato la sfera pubblica pensando che c’era qualcun altro che pensava al resto. Il “resto” era la metà della specie umana, a cui è stato assegnato il compito della sopravvivenza materiale e affettiva. La sessualità e la maternità sono state così separate, proiettate fuori dalla storia, “naturalizzate”. Quindi il nesso tra il potere, le sue istituzioni, e questo retroterra fatto di una mole enorme di lavoro gratuito passato come amore, c’è eccome. Una che su questo ha riflettuto molto fin dagli anni ’70 è la femminista economista Antonella Picchio, e mi dispiace che non sia venuta.  Antonella dice: non chiamatela solo cura, perché così si sottolineano ancora una volta solo gli aspetti etici, relazionali, affettivi etc, chiamiamolo lavoro di cura, lavoro domestico, pur sapendo che non è equiparabile al lavoro salariato.  Nonostante gli aspetti che lo rendono diverso, giustamente Antonella mette in evidenza il fatto che il lavoro che si svolge nelle case è un aggregato della grande economia e come tale è importante che sia quantitativizzato  in termini di tempo e di denaro. Non per ridurlo , come dicevo, al lavoro salariato ma per dire ‘guardate che lì, in quello che passa per amore, c’è una dose enorme di lavoro’, che come tale ha a che fare con l’economia. Oggi i confini tra una sfera e l’altra, tra privato e pubblico, tra produzione e riproduzione, sono saltati, o sono profondamente modificati. L’emancipazione, cioè la presenza delle donne nella sfera pubblica, non possiamo più leggerla solo in chiave di assimilazione al maschile, nel senso che gli si è sempre dato di “mascolinizzazione” o neutralizzazione.  Oggi c’è una richiesta che viene proprio dal versante sociale, dalla nuova economia e dal sistema in generale -la pubblicità i media, ecc.-  di  “doti femminili”, il Valore D, i talenti femminili, visti come “valore aggiunto”.  Le attitudini tradizionalmente considerate “femminili” – che sono quelle che si sono espresse nella cura:  capacità di ascolto, di mediazione, ecc-  sono diventate una risorsa necessaria per un sistema in crisi. Si può dire che l’emancipazione percorre oggi due strade, che sono a mio avviso entrambe da interrogare: una è quella che porta all’assimilazione al neutro: essere brave come gli uomini, più degli uomini però neutre, senza una visione che tenga conto del problema uomo-donna;  l’altra è quella che porta alla femminilizzazione del lavoro. Dobbiamo domandarci perciò  se consideriamo una opportunità estendere le doti della cura dal privato al pubblico – per cui oltre che curare bambini, malati, anziani e uomini in perfetta salute,  curiamo anche le aziende, la produttività e gli interessi del capitale – perché è questo che ci chiedono, no? Anche quando si parla dell’occupazione, della necessità di venire incontro con servizi e aiuti economici alle donne per alleviare il peso delle responsabilità domestiche, si dice esplicitamente che lo si fa perché possano rendere di più nel lavoro. Perciò il tema della cura oggi va affrontato in tutta la sua ambiguità: non si può più pensare che sia solo un destino femminile, che sia risolvibile nel privato. Dobbiamo dire che è una responsabilità collettiva, e che va quindi assunta da uomini e da donne. Però è ancora poco.  Il primum vivere è vero che rischia di rimanere un discorso teorico, ha ragione Marina, di cui facciamo fatica a vedere le ricadute. Che rapporto c’è , per esempio, tra il voler mettere al centro la persona e il reddito di base, o tutti i discorsi sulla rappresentanza? Le ricadute si dovrebbe cominciare a vederle nel momento in cui siamo d’accordo sulla visione generale del problema. Mettere al centro la vita non vuol dire, a mio avviso, solo mettere al centro i bisogni elementari dell’umano  – c’è tutta una corrente di economiste femministe americane che dicono ‘è finito l’uomo economico, noi dobbiamo proporre l’uomo solidale’, cioè in sostanza trasferire la cura, le attitudini relazionali, dal privato alla sfera pubblica. Si tratta di mettere al centro l’interdipendenza degli esseri umani, la fragilità, il bisogno di cure, ma anche la creatività, la possibilità di una varietà di manifestazioni di vita – cosa che le donne non hanno conosciuto molto poco. Le donne esercitano nella cura un potere di indispensabilità all’altro, un potere che toglie libertà sia a loro che all’altro, in quanto lo infantilizza. Nel primum vivere la sfida sta nel mettere al centro la persona in tutte le sue potenzialità, oltre che nei suoi bisogni, significa capovolgere il rapporto tra mezzi e fini. Non si tratta solo di rendere un po’ meno pesante l’impegno famigliare delle donne perché rendano di più nel lavoro, ma dire che il fine per uomini e per donne è quello di rendere più umana la vita e il lavoro, sviluppare la creatività. E’ una prospettiva rivoluzionaria dentro la quale  si può collocare anche il reddito di base– io non ci ho riflettuto molto quindi sono contenta di poterne discutere e parlare con voi –, e la rappresentanza che non va intesa, su questo penso siamo tutte d’accordo, come rappresentanza di un genere, le donne viste  un tutto omogeneo. Alla donna che sta nelle istituzioni io chiedo che porti lì questa analisi, questo capovolgimento di mezzi e fini. Sono disposta a sostenerla  se vedo che è  consapevole di quanto l’esistente sia segnato dal potere maschile. Questo comporta inevitabilmente conflittualità e rischi.

Anna, Mantova: a proposito della cura e della interdipendenza, io ultimamente, posso portare un esempio personale di quello che mi è successo, che è qualcosa di concreto.  E’successo un mese e mezzo fa che, per rispondere ad una telefonata noiosa perché mi abbonassi a Vodafone rinunciando a Telepiù  -ricattandomi, dicendo che sennò mi toglievano il telefono-  corro da una stanza all’altra, scivolo su una pedana e mi fratturo l’omero e il braccio, l’avambraccio. Non riuscivo ad alzarmi, non riuscivo a far niente, per fortuna mia figlia che abita a 15 km da me – perché vivo da sola – a cui ho telefonato, è arrivata con mio marito, mi ha portato al pronto soccorso: uno schifo enorme. Poi vado personalmente da un amico che cura queste cose qui e va tutto a posto. Sono ancora in riabilitazione. In questo caso, a proposito delle interdipendenza e della cura, io che cosa potevo fare? I dottori mi dicono: lei non può vivere da sola, non può fare niente, se ne stia a letto tutto il giorno. Io sono stata da sola in poltrona, mi sono fatta da mangiare, ho pulito la casa  usando solo la destra. Ma cosa potevo fare? Andare da mia figlia che insegna, ha una famiglia, etc? No di certo. Dalla Teresa che ha i suoi problemi, che lavora, che ha i nipoti ecc? No, non potevo. Allora ho fatto tutto io. Per me l’interdipendenza era un lusso che non potevo permettermi. Avevo i soldi per pagare una badante? Ne ho pochi e mi scocciava spenderli per pagare un’altra persona, anche perché sono abituata  e mi piace vivere da sola, per cui mi sono arrangiata per un mese.Va bene fare un discorso generale, ma purtroppo, quando capita a te, sei costretta a fare quello che puoi fare.

[Ci sono le amiche oltre la famiglia … Amiche, io non vado a disturbare l’amica….]

Clelia, provincia di Rovigo: io volevo fare un intervento leggero tra virgolette, senza niente togliere alla grande importanza di questo incontro, a tutto quanto ho ascoltato e anche alla gravità della situazione. Prima Lea ha detto che dobbiamo metter al centro la creatività. Io ho pensato a questo, più che al discorso di scoprire il trucco del patriarcato, che penso tutte qui abbiano scoperto: mettere la creatività nelle forme dell’agire, credo che sia questo il punto cruciale. Mi è venuto in mente un film che ho visto di recente e che molte di voi forse hanno visto. Si intitola “E ora dove andiamo?”. E’ il film di una regista libanese, si svolge in un villaggio del Libano dove vivono cattolici e musulmani e dove accade un fatto che rischia di mettere gli uomini gli uni contro gli altri. Le donne, che se ne accorgono, si riuniscono e fanno delle polpette di hashish , le danno ai loro uomini. Partecipano sia cristiane sia musulmane – tra l’altro con uno scambio e un rivoltamento bellissimo anche di rituali religiosi -, nascondono la cassa delle armi e gli uomini non possono più farsi la guerra. [ma due canne però sì!] Ecco, due canne salutari, diciamo. Allora ho pensato che forse è lì che dovremmo inventare. Ci siano delle pratiche che sono della singola, o del gruppo cui apparteniamo, che possono spostare e scardinare il senso di quello che c’è, a cui possono far seguito anche pratiche collettive di grandi assemblee come questa.  Più che nell’ordine delle rivendicazioni, io credo al capovolgimento del senso dell’esistente.

Ilaria,  Roma: Penso che questo riportare attenzione alle pratiche ci permetta di capire anche quanto non sia così teorica l’analisi che si sta facendo, perché in realtà le pratiche che sviluppiamo per affrontare il precariato sono un punto di partenza fondamentale. Abbiamo sviluppato e stiamo rafforzando dei legami e delle forme di solidarietà che ci permettono di non essere soggetti distrutti psicologicamente. E’ capitato ieri che una mia amica era al nono trasloco in 2 anni. Considerando che il trasloco è uno tra i traumi più forti, al nono trasloco in 2 anni è evidente che la sua forza le deriva dai rapporti che riesce a mantenere, dalla rete che comunque crea e che parte proprio dall’ interdipendenza. E’ questa esperienza quotidiana che ci permette di tornare al reale, a quello che viviamo tutte quante. Parlare con le altre ci permette di individuare gli strumenti per concretizzare l’obiettivo che ci siamo proposte.

Gemma, Lucca : è molto bello il discorso sulla creatività, però non vorrei che ancora una volta ci si richiudesse in isole, perché secondo me il problema è veramente politico. Abbiamo voglia di trovare degli stratagemmi!  Non sono una donna privilegiata – come penso tutte quante quelle donne che sono qui-  ma le donne comuni non sono qui [brusio…ma dai!…]  – mi viene da piangere, ci sono donne che non sono venute qui perché non avevano soldi per venire, ci sono donne che non hanno gli strumenti culturali per essere qui, e di quelle che ne facciamo?  Questa mattina c’era quella ragazza che faceva l’operaia  -io faccio l’insegnante di scuola primaria, non è che sono una donna privilegiata- , ha detto che erano andate dalla ministra Fornero, e dalla Finocchiaro, un’ esponente del partito progressista italiano che dovrebbe rappresentare l’interesse delle persone. Certo, si possono trovare dei gruppi che ti aiutano ad andare avanti e a risolvere delle difficoltà, ma il problema è politico perché le leggi ricadono tutte quante sulle nostre spalle, come quella sull’occupazione e le pensioni. Io faccio parte di quella fascia di persone che andranno in pensione a un’età incredibile, che avranno più di 40 anni di sevizio, e che devono accudire i vecchi finché non muoiono – e ricordiamoci che chiunque ha dei vecchi comunque è fortunato perché sostiene economicamente dei nuclei familiari. Quando non ci saranno più neanche questi vecchi per tantissime realtà familiari sarà un problema reale di sopravvivenza. Sono venuta qui con la speranza che ci fosse veramente  qualche prospettiva  -e già lo avevo sperato in quell’esperienza incredibile che è stato il famoso movimento del Se Non Ora Quando , un’esperienza che secondo me è stata bruciata, perché aveva portato in piazza gente comune, gente che aveva voglia di uscir fuori ed essere coinvolta, invece per qualche motivo è stata come riassorbita, credo per la volontà dei partiti politici. Non si può aspettare 2500 anni che qualcosa si muova ancora, bisognerebbe muoversi subito e pretendere delle cose, perché ci saranno le elezioni politiche prossimamente. Uno dei motivi per cui sono venuta qui oggi, è per sapere quale è la nostra opinione rispetto a chi ci deve governare? Io vorrei che da questa riunione qualcosa venisse fuori, un sentire comune, chi appoggiamo? Chi è che ci rappresenterà? Io me lo chiedo, sinceramente.

Anna, Milano: io sento che ci sono sempre due livelli: quello personale nel quale ti puoi impegnare e fare delle cose – che è anche un modo per vivere, per trasformare  la realtà in cui sei – e quello del pensiero altro. Se ci mettiamo a pensare solo intermini del ‘che cosa fare’, c’è il senso di impotenza, no? Non si può. Può diventare invece un pensiero che procede in parallelo: tu hai una realtà in cui vivi e in cui fai delle cose ed è importante riconoscersele e farle; contemporaneamente è indispensabile che ci sia un livello in cui c’è un progettualità che non è immediatamente risolvibile, perché altrimenti sarebbe tutto molto semplice. Stop. Volevo solo dire questo.

Marzia, Bologna: rispetto a quello che alcune dicevano, mi è venuto in mente che il movimento potrebbe sostenere delle realtà di donne che ci sono già e che stanno già facendo molte cose. Per esempio a Bologna nel 2009 è stato sperimentato un tentativo di ‘presa del potere’ ( fra virgolette) di un gruppo di 11 donne che si sono messe  a fare campagna elettorale per un partito delle donne. Ne sa qualcosa qualcuna? [siii…]. Ecco, è successo che sono partite in 11 – è stato fatto anche un film, un documentario di quello che è successo,  io l’ho visto l’altra settimana- e hanno ottenuto 1100 voti, una cosa del genere. Hanno avuto successo ed è morta lì. Vuol dire che è possibile esperienze come queste farle crescere. Oppure un’altra riflessione che viene dal quotidiano: io lavoro con una donna eccezionale che ha un tumore e  ‘si dà da bere’, nel senso che proprio disseta ottanta pazienti psichiatrici con la cultura, perché sul piano economico questa gente vive con 400 euro. E’una donna che porta avanti un progetto in una cooperativa sociale convenzionata con l’USL – io sono dell’USL e mando i miei pazienti che stanno male in questa struttura – e lei li alimenta  – un alimento vero e proprio- , perché lì c’è un discorso al femminile di visione della malattia e del disagio come relazioni e persone che possono fare qualsiasi cosa. Questa donna  organizza dei convegni, dove va coi pazienti, organizza iniziative culturali, non le va a cercare. Come diceva Carla Lonzi, ‘il soggetto non cerca l’occasione, la crea’. In conclusione: creare più realtà di donne, più progetti, sostenuti anche da noi. Negli anni ‘80 si cercava anche di prendere posizione e di contrapporsi – adesso non è più tempo secondo me. Se un’assessora vuole, chiede appoggio, io sono disposta a darglielo.

Livia, Torino: io ho una sensazione che mi fa star male in questo momento,  perché sono stata colta da un senso di impotenza.  Di nuovo è come se io mi dicessi ‘ma guarda che brave, ci mettiamo tutta la nostra volontà’. Ma io ho 74 anni ed è tutta la vita che ci metto la mia  buona volontà! [accidenti li porti benissimo!] e insomma ragazze! Allora quello che io penso è che forse dobbiamo anche avere è uno sguardo più ampio sull’Europa, perché stiamo implodendo secondo me anche noi – come fanno i giornali e la nostra politica e gli uomini che ci governano e questo potere fatto anche di donne consenzienti o non consenzienti etc. Io mi chiedo: cosa fanno le francesi? Cosa fanno le greche? Questo non significa che dobbiamo complicare le cose, non partire dal nostro piccolo  – lo sappiamo tutte che andiamo più tranquille fuori se abbiamo pulito la nostra casa, no? Magari rifacciamo il letto e non puliamo sotto il letto, però almeno una parvenza di ordine ci fa stare più a posto . Quindi io capisco che i problemi italiani, soprattutto in questo momento per le elezioni con tutte le cose che stanno succedendo, sono importanti, però mi sembra che forse gli strabici qualche volta ci vedano più di noi. Un occhietto che ogni tanto vola da qualche altra parte ci può aiutare. Noi siamo la metà del mondo, non possiamo essere solo una piccola metà di una mela: siamo la metà di tutte le mele.

Marisa, Bari: due questioni: la prima è la cura. Vorrei fare un intervento partendo  dalla mia esperienza personale, perché temo molto che questo nostro ragionamento sulla cura alla fine possa risolversi e sia per noi una grande trappola. Io lavoro in banca e potrei raccontare di decine di ragazze – le giovani assunte con grandi competenze, e anche studi importanti alle spalle – che mettono nel lavoro appunto un di più, perché la competenza normalmente viene anche valorizzata, e che però alla fine non produce nessuna progressione di carriera. Lo dico perché loro sono anche molto orientate in questo senso. Io vorrei allora che noi un po’ riflettessimo su questo, cioè su quanto poi questi elementi, che noi considero come valori, alla fine possano essere assorbiti e usati dentro il sistema, dentro l’ organizzazione capitalistica. La seconda questione è sul  50 -50. Voglio raccontare un’ esperienza che abbiamo fatto in Puglia. Sulla questione della rappresentanza ho sempre avuto – come molte tra noi – tantissimi dubbi,  mai  una grande passione politica. Ho capito ad un certo punto che intanto ciò non era vero per tante di noi, e che bisognava in qualche modo fare i conti con quello che sembra essere il desiderio di tante, soprattutto di ragazze giovani che ci rimproverano molto il nostro essere rimaste fuori dalle istituzioni, di non esserci occupate di questo tema. Dall’altro, noi possiamo dire di  aver dovuto fare i conti con l’insignificanza  simbolica delle donne sulla scena politica, che è drammatica. Vi racconto  l’ esperienza pugliese perché credo che possa rappresentare anche una maniera diversa di affrontare la questione. Noi abbiamo promosso una legge di iniziativa popolare ragionando non sulle quote ma sul 50 –  50 pena l’inammissibilità, quindi su un principio antidiscriminatorio, e su questo siamo andati nelle piazze. Abbiamo provato a togliere questo tema da un’arena di discussione solo nostra, provare a capire fuori, nella relazione con uomini e donne diciamo ‘comuni’, che cosa poteva significare – in un periodo di antipolitica-  una cosa di questo genere. Bene, abbiamo raccolto in due mesi, forse anche meno, 30.000 firme, facendo un’esperienza molto interessante sul piano della relazione politica e anche del comitato promotore di questa proposta di legge. L’abbiamo costruita in maniera assolutamente trasversale: il comitato è costituito dalle donne di alcune associazioni – dove le associazioni in campo sono associazioni femministe, o che vengono da questo pensiero; le donne di alcuni partiti; e gli organi di parità. Che dirvi? Nonostante conflitti anche durissimi,  penso di poter dire che  abbiamo fatto la scelta giusta, perché alla fine si sono modificati anche i rapporti con le donne dei partiti, tanto che oggi siamo forse nelle condizioni  di poter fare con loro anche un ragionamento su ‘che donne ci mettiamo?’, un ragionamento, come dire, sulle pratiche,  sulle relazioni da costruire. Sono certa che lascerà degli strascichi politici, perché si possa passare ad una seconda fase, che è quella di cui stiamo parlando qui: che non ci interessa la quantità.

???? Lecce : vengo da un Sud profondo dove la tematica del rapporto tra donne e potere si pone, forse più che in altre aree del Paese che sono molto più (tra virgolette) ‘impegnate’, o comunque attraversate da correnti democratiche. Io sono davvero entusiasta dell’intervento di Lea Melandri, perché corrisponde ad una serie di sollecitazioni che io personalmente sento in modo profondo e che spesso non mi vengono corrisposte  dalla dialettica ideale che vivo stando in mezzo alle donne. Io lavoro a Lecce e collaboro con la Casa delle donne di Lecce, dove si stanno creando le condizioni per un discorso che sia al tempo stesso mirato a costruire un punto di vista delle donne sul mondo, ma al tempo stesso in una cornice di forte pluralismo – che per me è fondamentale, perché fa i conti coi tema della laicità, e noi abbiamo anche bisogno di uscire fuori dalle secche di un concezione settaria che non ci ha fatto storicamente bene. Ora, tornando all’entusiasmo: io penso che il tema della cura, come diceva Lea – adesso evito di entrare nel merito perché teoricamente è un tema importantissimo nel quale convergono una serie di linee interpretative di critica teorica –  sostenuto anche da alcuni giuristi, è in realtà l’idea di una società diversa. E’ l’idea di una società in cui la dialettica tra pubblico e privato non è più lacerata come è stato finora, in cui la destinazione, il destino sacrificale ed oblativo della donna finalmente non interessa più, mentre emerge  quello della capacità di assumere, anche sul versante pubblico, una capacità egemonica, si diceva un tempo con un concetto gramsciano – cioè  quello di definire una relazione non soltanto interpersonale, ma  anche tra strutture, apparati, società civile. In sostanza, che non riguarda solamente la dinamica tra le persone ma il funzionamento della società come sistema, che è il punto dolens.  Noi abbiamo parlato dei processi della globalizzazione economica, di quanto ha eroso i diritti, di quanto ha trasformato i concetti cardinali su cui la democrazia moderna si è costruita. Purtroppo adesso viviamo in un momento storico in cui c’è una degenerazione estrema della democrazia, che è stata un portato di grandi idee e battaglie di libertà. Non buttiamo a mare l’acqua sporca con il bambino, perché altrimenti non andiamo da nessuna parte. Una volta si parlava del senso della comunità, adesso si parla della vulnerabilità, si allude al terreno della donazione reciproca, no? E’ un cambiamento di linguaggio, va benissimo, ma non dimentichiamo però che nel nostro patrimonio – non soltanto di donne ma anche diciamo di idee che andavano verso il superamento dello stato delle cose esistenti – questi temi erano già presenti. Quindi, riprendiamoci tutto questo, usciamo dalle secche di dicotomie, di schematismi, che a mio parere non ci fanno andare avanti: abbiamo bisogno di costruire un livello alto di interlocuzione con il mondo. Qualcuno parla di cura del mondo: questo è il livello sul quale noi ci dobbiamo misurare come donne, con una nostra autonomia di analisi e di lettura del mondo che non rimandi soltanto alle volontà oscure, ma anche a processualità che sono qui ora e che noi dobbiamo essere in grado di analizzare e dalle quali trarre spunti per un futuro che non sia utopico.

[RICREAZIONE! FINE DELLA PRIMA TRACCIA AUDIO]

[INIZIO SECONDA TRACCIA AUDIO]

Stefania, Milano: a proposito della sollecitazione a occuparci della presenza delle donne nella politica istituzionale, io voglio segnalare una distanza che mi pare esserci. Non parlo di un’ opposizione che non c’è mai stata, almeno da parte mia ma mi pare neanche da parte del movimento, al desiderio di fare politica istituzionale perché questo sarebbe veramente assurdo. Questo però è molto distante dall’appello e dal desiderio di voler portare il movimento a fare politica. Oggi una donna diceva ‘se Lia, se Luisa, se Lea’ – adesso io non so tutti i nomi – ‘fossero là’. Allora prima di tutto  non ci sono [Lea: ci ho proprio rinunciato] , se fossero là non sarebbero qua. Questa distanza va segnalata, perché non è un’ obiezione ‘a non’ ma è la libertà di dire ‘io no, io sto facendo un’altra pratica’. Sono in opposizione con te che la fai? No. D’altra parte, mi domando: quale appoggio di più si può dare a queste donne che hanno tale desiderio se non nel mantenere una radicalità che è altrove, che non si oppone, ma che è altrove. In altre parole: non serve questa ricchezza che viene da altre pratiche? Secondo me sì. Allora io ribalterei il problema. Sono le donne che hanno questo desiderio che dovrebbero in prima persona assumersi la questione delle relazione con quelle che non ce l’hanno e che rimangono fuori e ci rimarranno fino a 80 anni. Siamo cresciute così, e non cambieremo: ma perché non avvalersi di questa ricchezza che viene da un altrove, dove ci sono altre pratiche? Io voglio porre l’accento non tanto sul non volere far quella politica, ma sul voler fortemente fare queste altre pratiche, chi me lo può impedire? Qualcuno può forse dire che queste pratiche sono inefficaci? Magari può capitare che chi sceglie di fare politica istituzionale non sia poi capace, o trovi degli ostacoli – in quel caso segnaliamoci – a entrare in relazione con chi elabora ricchezze diverse, anche di pensiero. Questa è una questione che veramente mi sta a cuore, anche perché vedo che in 30 anni il problema si ripresenta sempre, in tutti i luoghi, in tutti gli spazi anche negli spazi  più radicali. La questione della cura: devo dire la verità che mi sono iscritta a questo gruppo perché per mia negligenza e per altri motivi non avevo mai sentito in diretta e bene delle persone a cui questo tema sta più a cuore. Ho perso l’appuntamento di Milano del 18 febbraio, ma devo anche dire che la mia vita è stata sovrastata dalla cura, e non per scelta purtroppo ma perché mi è successo di dovermi occuparmi della cura dei miei cari, e quindi privata. A un certo punto ho pensato che ci fosse come un’identità, e forse lo penso ancora, tra cura e relazione.  Qui però viene un altro stimolo e quindi perché non prenderlo? Se per cura si intende – come mi pare che dicesse Lea o Letizia –  mettere al centro le persone e quindi far diventare vivente le parole primum vivere, se significa ripensare la politica, ripensare il potere, incidere nella politica –  politica intendo dire coloro che si occupano dall’alto dei nostri destini –  ripensare il legame tra potere e cura, beh certo questo è molto interessante, c’è un salto teorico enorme, rispetto al lavoro di cura come l’abbiamo sempre pensato. Vorrei però che fosse vera questa mia percezione dell’enormità, perché se è così, allora rispondo  a chi prima chiedeva ‘per chi votiamo?, non capite l’abisso di importanza c’è tra il sapere tra chi votiamo e un lavoro di pratica politica che ripensa la politica istituzionale? Se, ad esempio, fate a me la domanda, non rispondo, ma non è che mi dispero, perché la mia posizione è determinata da un tale sfascio che in questo momento mi costringe a tenermi lontana. In linea di massima non mi piace entrare in ciò che sta crollando – il sistema parlamentare, la democrazia-, perché mai dovrei?  Discutiamone pure, ma questa è una questione aperta, non è che si può uscire da una riunione dicendo rispetto alla politica facciamo questo e quell’altro. Rispetto alla cura però, dove io vedo una grossa scommessa, mi viene anche un po’ di paura. Mi domando se la parola stessa  non sia così inquinata da essere difficile da usare e questo naturalmente non è che ve lo chiedo adesso, però mi stimolerà a starvi più dietro perché in questo momento a me evoca ancora – devo dire la verità, non so se è perché ne ho fatta molta- segregazione e paura da cui mi ha soltanto la relazione con le donne. Dovremmo tentare di vedere se si riesce nei nostri discorsi a uscire dagli equivoci e farla diventare effettivamente il primum vivere, e la reinvenzione della politica. Se trionfasse il pensiero della cura come  primum vivere, è chiaro che i Fiorito non potrebbero esserci, perché sarebbero falciati all’origine.

Maria Carla Baroni, Milano:  un intervento prima parlava della cura del mondo in cui ci dobbiamo impegnare. Sono d’accordissimo, però oggi mi sembra che ci siano altre priorità. Desidero dire che come gruppo donne ambiente e città della Marcia Mondiale delle Donne nel 2003 avevo fatto un documento che diceva ‘prendiamoci cura del mondo dalla casa alla città al pianeta’ e l’avevamo distribuito in 4 lingue al forum sociale europeo di Parigi del 2003. Chiudo qui l’argomento. Secondo flash: è vero che nelle istituzioni a livello nazionale e a molti livelli locali ci sono molti delinquenti, però attenzione: non facciamo di ogni erba un fascio, i partiti, gli uomini e le donne politiche non sono tutti uguali, non sprechiamo il diritto di voto, c’è gente che ci ha lasciato le penne per conquistarlo, siamo in una situazione talmente difficile,  usiamo tutti gli strumenti a nostra disposizione. Il diritto di voto è un diritto, ce ne negano tanti, questo ancora ce lo abbiamo, cerchiamo almeno questo di mantenercelo e lo manteniamo utilizzandolo, perché se poi le persone migliori non vanno a votare il voto rimane solo in mano agli altri. E poi il mio invito è di votare un partito nell’ambito del centrosinistra, questo mi sembra evidente [risate].  Volevo però anche fare una considerazione sul lavoro. Alcune hanno detto oggi che il lavoro è creatività applicata ad uno scopo. Mi va benissimo, ma io mi chiedo: nel lavoro di fabbrica  dove è la creatività? Nel lavoro di manutenzione degli impianti di riscaldamento, degli impianti idraulici, degli impianti elettrici, dov’è la creatività? Nel fare le pulizie negli ospedali, nelle scuole, nelle case, negli uffici, dov’è la creatività?  Non possiamo ragionare  solo a partire da quelle di noi che sono delle intellettuali, delle dirigenti, delle professioniste, delle artiste o anche delle insegnanti: lavori estremamente creativi. Dobbiamo cercare di interrogarci sul senso del lavoro per tutte le donne e per tutti gli uomini che fanno dei lavori ripetitivi e sempre più servili. L’accordo di Pomigliano è servito da modello per tutta l’industria italiana. Se non è lavoro servile quello! Se partiamo dalla domanda di quale è il senso del lavoro in queste attività che ho citato, che non sono attività individuali, si arriva a mettere in discussione il sistema capitalistico. E questo il problema che secondo me dovremmo affrontare prima o poi.

Valentina, Roma: io sono Valentina e sono una specie di eccezione, nel senso che non sono precaria, lavoro in una istituzione tra quelle più disastrate che è l’università, e l’altra eccezione è che sto in un gruppo femminista intergenerazionale. Quello che volevo dire è che noi abbiamo fatto quest’anno con il nostro gruppo, Costituente, che si riunisce alla Casa delle donne a Roma, un’esperienza particolare: abbiamo deciso di andare nei mercati cittadini di varie zone a fare delle interviste alle donne che trovavamo lì– quindi sia a quelle che stavano vendendo sia alle acquirenti – sull’impatto che, a partire da loro ovviamente, la crisi aveva avuto sulle donne. Sono uscite delle cose molto diverse – abbiamo realizzato anche un video, per chi fosse interessato – , due in special modo: la prima è secondo me molto importante per discorsi che stiamo facendo. Tutte queste donne, anche quelle semianalfabete, hanno  dimostrato una consapevolezza della loro condizione nella relazione con l’altro, il vicino, molto strutturata, e questa è la differenza con il femminismo storico: lì la liberazione riguardava le relazioni vicine e quelle sociali. Adesso, stando a quello che  abbiamo visto, possiamo dire che nelle relazioni vicine, semiprivate, la consapevolezza delle donne è forte, mentre c’è un grande scollamento  a livello della rappresentazione pubblica del soggetto femminile – non sto dicendo niente di nuovo. Questa è una percezione generalizzata e veniva fuori anche dalla domanda posta qui da molte presenti, tanto che non possiamo ignorarla. Si tratta del rapporto col potere, con le istituzioni, una domanda che ci facciamo noi e che facevano tutte quelle donne lì che ci vedevano andare in giro dicendo: ‘vi prego fate qualcosa’. A proposito di questo, mentre discutevamo  con le donne del mio gruppo, una di loro mi faceva presente :‘si, ma noi parliamo tanto dell’intervento e del punto di vista femminile, però di fatto, con questa teoria delle relazioni, non siamo riuscite a scalfire nulla’. La mia opinione è  che, se davvero riuscissimo a mettere in pratica il portato teorico che c’è dietro, eccome se scalfiremmo qualcosa! Io sono anche turbata, perché nell’altro gruppo è successo un fatto molto brutto: una delle mie compagne è stata aggredita. Se noi riuscissimo a non fare queste cose ed ad essere un po’ coerenti con quello che diciamo, secondo me riusciremmo eccome a scalfire. E ora veniamo al rapporto col potere. D’accordissimo, ci sono delle donne che vogliono restare nel  movimento. Ma possibile che non riusciamo a trovare qualcuna tra noi che abbia un delirio di onnipotenza e  che pensi che  andando là non si fa inghiottire dal potere e riesce a portare lì dentro la sua pratica? È possibile che nessuna tra noi ce l’abbia questo delirio di onnipotenza?  Quando io lavoro, anche se sono oberata, se so che il mio collega o la mia collega non fa una cosa come si deve, la faccio io, perché  ho in mente il bene comune,  l’interesse generale, e non per senso di colpa. Possibile che nessuna di noi riesca a portare la sua faccia lì senza cambiarla? L’unico modo secondo me è farsi sostenere comunque da un movimento che ti ricordi quale è la tua faccia. Però qualche sconsiderata che ci vada la dobbiamo trovare, perché c’è la domanda.

Elisa, Napoli : vabbeh, sto riflettendo da un po’ su come cercare di intervenire. Io penso che la crisi attuale non sia una crisi della rappresentanza ma della disponibilità alla delega, nel senso che non c’è nessuna domanda ad altri, soprattutto per quanto riguarda i movimenti. Quando la società civile si muove non c’è ultimamente-  e parlo degli ultimi 3-4 anni – nessuna domanda a nessuno di risolvere i problemi propri. Ce lo insegna Occupy Wall Street, ce lo insegna il 14 dicembre e il 15 ottobre in Italia. I movimenti in questo momento non intendono essere rappresentati da nessuno. La parola chiave è ‘noi siamo il 99% voi non siete nessuno’. E quale è un momento migliore storico per tentare il partire da sé?  Partire da sé implica un richiamo alla responsabilità, no? vuol dire ‘tu non mi rappresenti, sono io che parlo per me e mi prendo la responsabilità del territorio in cui vivo’. Qualcuna prima diceva ‘le mie amiche non sono qui, sono precarie, stanno lavorando, non si possono permettere il lusso di fare politica’. Allora di che stiamo parlando? Di quale politica? Del fatto che il sistema economico in cui siamo non ci lascia spazio per agire la cura quando essa è conflittuale, ma la sussume molto volentieri, femminilizzandosi. Quindi credo che il passaggio logico successivo sia quello a cui qualcuna cercava di accennare prima:  essere femministe in questa fase non può non passare per un definirsi  anche anticapitaliste e antimperialiste, perché non è soltanto all’Europa che dobbiamo guardare, ma al mondo, a quello che la globalizzazione genera, ‘alle altre’. Sono spunti di riflessione perché vorrei che se ne parlasse. Mi sembra che questi temi siano ancora troppo latenti, mentre io credo che siano delle chiavi di volta importanti. Due parole sulla questione del reddito. C’è una proposta di legge di iniziativa popolare che parla di un reddito minimo garantito. Fino ad ora il movimento secondo me ha donato con troppa facilità le proprie parole d’ordine al profitto, ma io non  voglio creare una rottura troppo forte con coloro che, sia pure con propositi di cambiamento, si prendono la briga di andare nei luoghi del potere. Però posso dire, facendo una analisi storica molto superficiale perché sono giovane e non ho tutti gli strumenti necessari per farlo, che tutte le intuizioni che in qualche modo a me sembravano rivoluzionarie, mi sono venute in mente praticando la politica dal basso, e sono state troppo facilmente prese e messe al servizio non solo del potere economico, ma anche del potere politico che lavora comunque a suo vantaggio. Detto questo, la questione del reddito è molto spinosa, perché parallelamente al reddito minimo di base c’è anche un discorso che parla invece di reddito universale incondizionato. Io credo che dobbiamo pesare bene sulla bilancia queste due questioni, perché la questione del reddito troppo facilmente rischia di andare nella direzione di rafforzare quel sistema contro cui va formandosi il discorso sul reddito, e invece è necessario secondo me restare sulla radicalità della rivendicazione e pretendere che esso sia universale e incondizionato, cioè allargato anche a quelle fasce di popolazione non incluse nel concetto di cittadinanza, slegato dalle logiche del lavoro e dalle logiche della famiglia. La proposta di legge per la quale si stanno raccogliendo le firme – invito tutte a documentarsi bene su questa questione prima di prendere posizione – secondo me non mette e non leva niente al percorso che il capitalismo sta già facendo, nella sua direzione.

[di quale proposta di legge parli?]

Del BIN: Basic Income Network.

Simona Marino, Napoli: sono Simona Marino,  insegno all’Università Federico II e sono qui con un gruppo di giovanissime studentesse. Volevo dire solo due cose, ma proprio due, in maniera molto schematica. Una questione che mi sembra assolutamente rilevante è come trasformare la cura in un elemento politico. E’quello che ho detto pochi minuti fa: quando  ho cominciato a lavorare sul tema della cura mi sono resa conto che era un patrimonio di sapere incredibile nella storia delle donne, un patrimonio di affettività, di sentimenti, totalmente antieconomico, perché c’è uno spreco e una gratuità assoluta nel nostro tempo di dedizione, però non sacrificale. Ciò nonostante  capisco come la cura possa essere letta e utilizzata in maniera sussidiaria e non è questo quello di cui voglio parlare. Intendo fare riferimento alla cura intesa come una potenza di essere che c’è in tutte noi e che sviluppiamo nei nostri rapporti affettivi, nelle nostre relazioni – che sono relazioni d’amore quando riusciamo a viverle pienamente nella consapevolezza di quello che significa per ciascuna di noi – e che può costituire quello che un grande pensatore nominava come ‘funzione di lotta’. Sembra un paradosso parlare della cura come funzione di lotta, però è qui l’elemento politico. Perché funzione di lotta? Perché se noi attingiamo a questa ricchezza, che fa parte della nostra quotidianità, possiamo sviluppare elementi di contrasto che rompono i codici della politica tradizionale maschile. Quali  sono questi elementi? Innanzi tutto il mettere al centro la persona, la vita singolare di ciascuno – cosa che peraltro molti movimenti nell’Italia di oggi fanno. Stamattina parlavamo di contemporaneità delle generazioni. Se guardiamo a quello che sta succedendo in tanti territori del nostro paese, ci rendiamo conto che c’è una cura della vita, un’attenzione alle risorse, al bene comune, alla partecipazione dal basso in tanti movimenti. Si tratta di movimenti a cui le femministe partecipano ma all’interno dei quali  non hanno  ancora portato il loro bagaglio culturale, le loro posizioni di lotta. Io vorrei che da questo convegno  – che è un’esperienza bellissima – si riuscisse almeno con parole chiave a individuare qualcosa di comune, che è tutto da creare-  io non credo che esista un ‘comune’ aprioristico che possiamo dare per scontato per il semplice fatto che siamo donne. Sarebbe consegnarci ad un destino biologico che non ci interessa e sappiamo bene quanto abbiamo lottato contro questo destino biologico. Dovremmo piuttosto creare un comune che individui delle parole d’ordine,  parole di lotta, sulla base delle quali  creare  alleanze coi movimenti che in questo momento si stanno mobilitando per la cura delle risorse naturali e del bene comune che è tutto da costruire. Credo che sia questo, se ci riusciamo in una situazione del genere, l’elemento che può farci anche superare differenze che non voglio più vivere nella forma del conflitto. Francamente non mi interessa proprio reiterare relazioni conflittuali perché cerchiamo una chiarezza e un’omogeneità all’interno del movimento. Io me ne tiro fuori. L’ho fatto nel passato e continuerei a farlo anche adesso. Non mi interessa trovare un’omogeneità di intenti, mi interessa individuare delle parole comuni radicali e alternative a questo sistema, a questa crisi, e che possano crearci alleanze con altri movimenti . Quanto meno è nella mia aspettativa fare questo. Altri elementi: stamattina ho sentito le giovani – io sono molto attenta  a  questo, credo che sia la ragione  del mio stare ancora all’università. Se non ci fossero loro, lo dico sempre, me ne sarei andata già da molto tempo. Ci sto perché faccio ancora i corsi e fare per me i corsi all’università è un fatto politico. Come relazionarsi a queste giovani? Io ho la fortuna e il privilegio di lavorare soprattutto con donne, perché insegno filosofia e psicologia, dove sono il 99%. Io capisco benissimo che le loro esigenze, le loro urgenze  non sono quelle che noi potevamo intercettare come le nostre.  Le loro sono il fatto che non hanno alcuna prospettiva lavorativa, nessuna possibilità di fare un progetto di vita che riguardi anche una stabilità affettiva – anche il desiderio di maternità è assolutamente ridotto nella vita di queste ragazze, se non rinunciato a priori. Dunque, urgenze che attengono al precariato – stamattina abbiamo sentito una ragazza che ha fatto un intervento molto bello secondo me, molto forte:  il suo essere femminista è determinato dal suo essere precaria. Noi dobbiamo partire da queste parole , raccoglierle, perché sono parole importanti di giovani che si affacciano al femminismo e che vogliono mobilitarsi su questioni che riguardano le loro vite singolari. Ma c’è un altro intervento di stamattina che volevo raccogliere. Se vi ricordate ha parlato una donna di colore – siamo tutte di colore, io sono di colore bianco, lei è di colore scuro, l’importante è assumere il fatto che noi siamo di colore, perché questo cambia la prospettiva. Reclamava una relazione e un confronto: ecco, su questo il femminismo europeo penso abbia molta autocritica da fare. Una relazione di confronto significa mettersi in ascolto delle loro diversità, ma anche del loro patrimonio culturale, mescolarsi con queste esperienze, vedere come si possono creare delle forme di alleanza, delle convergenze su degli obiettivi che riguardano il diritto alla cittadinanza, il diritto alla maternità, il diritto al lavoro. Sono tante le cose su cui noi ci possiamo mobilitare.

Donatella, Bologna: Anch’ io stamattina ero stata colpita dal discorso della donna che aveva accennato alle cosiddette “badanti”. Riandando all’esperienza di cura nei confronti di mia madre, devo dire che ho avuto a che fare per circa una decina di anni con queste donne, e ho visto che il sapere relazionale che avevo accumulato attraverso il femminismo e la mia riflessione sulle donne artiste, mi è servito moltissimo nello stare vicino a mia madre -soffriva di una forte depressione, e il rapporto con lei era piuttosto difficile –  e nel gestire il rapporto tra lei e queste donne che dovevano fare da cuscinetto tra me e lei, per cui il loro era un ruolo anche molto complesso.  E’ stata un’esperienza difficile, ma mi ha fatto capire che il lavoro di cura può insegnarti molto, può portare a un ribaltamento di prospettiva – come diceva Letizia, e anche Lea stamattina, all’inizio – darti una prospettiva, un punto di vista completamente diversi sulle relazioni e sulla politica. Prima Franca parlava di rapporto di interdipendenza. Io ho visto che per avere un rapporto di umanità e di rispetto reciproco con queste donne, soprattutto donne che nel mio caso venivano dall’Europa dell’Est, era importante  fare leva sul loro bagaglio culturale – ci sono ricerche su queste donne che parlano di “bagaglio invisibile”- sul  fatto che, oltre al bisogno di sopravvivenza, portavano una potenzialità creativa: per esempio il bisogno di esprimersi poeticamente. Infatti ho utilizzato molto un libretto di pensieri poetici di donne ucraine con il testo a fronte, che era stato fatto alla Camera del Lavoro di Brescia dove si  era creato un laboratorio di scrittura. Io ne ho portati 5 alla donna ucraina che stava con mia madre, e questo è servito moltissimo per creare un rapporto con lei di un’umanità più profonda – e non solo di necessità o bisogno – e di conseguenza anche per fare stare meglio mia madre all’interno di questo rapporto.

Laura Minguzzi, Milano: Per collegarmi a quello che ha detto Donatella adesso, mi è venuto in mente una cosa, un film che ho visto e che era al festival di Venezia. Il film si chiama “Elles”. L’hanno definito un capolavoro, è un film di una regista polacca, una coproduzione francese-tedesca. La protagonista è una giornalista che riesce a creare questa interdipendenza, che secondo me se non viene sostanziata – come ha detto Donatella – da una relazione, dall’esplicitazione della relazione e dalla messa in gioco della relazione, può rimanere una parola generica, un po’ neutra, opaca. Importante è mettersi in gioco, appunto come soggettività e per il cambiamento che viene da questo mettersi in gioco. Nel film la giornalista, intervistando per un giornale – la rivista “elle” al singolare mentre il titolo del film è “Elles” al plurale – due studentesse che si prostituiscono per mantenersi agli studi a Parigi, e mette in discussione il suo lavoro proprio grazie alla relazione profonda con una delle due ragazze, polacca. La libertà femminile, attraversando tutti questi mondi – giornalismo, famiglia, ritmi di lavoro fordista del marito, educazione dei figli – li interroga e li critica. Alla giornalista la scelta della studentessa che si prostituisce non fa neanche tanto schifo: mentre le inchieste tradizionali parlano solo male della prostituzione e ne mostrano sempre i lati peggiori. Anzi finisce per considerarlo un modo nuovo di vivere questa parentesi, giacché per le studentesse si tratta di una parentesi, non di un mestiere. Comunque è molto interessante vedere il capovolgimento  attraverso la libertà femminile in azione, che modifica i contesti in cui agisce e scopre una sessualità diversa dalle inchieste e dalle statistiche, dalle percentuali che abbiamo letto in questi anni. L’altro punto su cui si è soffermata Donatella è quello del contratto sessuale. Lea ne ha parlato nel documento di presentazione di Paestum sulla sfida necessaria. Mentre il contratto sociale di Rousseau nel ‘700 era un contratto tra uomini, per regolare la società maschile e le donne non venivano citate neppure in nota, il contratto sessuale di cui parla Carole Pateman – un testo uscito qualche tempo fa – dice che noi, donne, dobbiamo riscriverlo, ma per poter riscrivere questo contratto bisogna avere un orizzonte ampio. Dal momento però che bisogna essere in due a scrivere un contratto, se gli uomini non ci sono, non si presentano, il contratto non si può riscrivere. Secondo me è necessario che si presenti anche l’altro contraente, cioè che senta la necessità per sé della libertà femminile, che la consideri un vantaggio.

Ada, Cosenza: Mi vengono in mente due cose sentendo le ultime amiche intervenute. Una è che le ragazze che hanno parlato sia stamattina sia adesso, mi sembra che abbiano le idee molto chiare, e siano capaci di  analisi concrete e realistiche. Penso che queste ragazze abbiano avuto  docenti importanti. E mamme di qualità, come è emerso stamattina dalla ragazza che è venuta con la madre. Di contro esiste una marea di giovani, sia donne sia uomini, che non hanno mai sentito parlare di storia delle donne. E allora occorre una lotta, intesa come rottura per creare qualcosa. Io che appunto appartengo più o meno alla vostra generazione di adulte, mi sento molto frustrata perché ho tanta energia e vorrei proprio lottare, non fare solamente teoria. Nonostante sia una cosa magnifica, sento l’esigenza di un passaggio del testimone, mentre abbiamo avuto il vuoto di alcuni decenni. Adesso mi sembra arrivato il momento storico giusto perché c’è una richiesta da parte delle giovani e dei giovani che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con le donne del femminismo e da parte nostra – permettetemi la parola – abbiamo il dovere di passarlo alle nuove generazioni. Per nuove generazioni intendo quelle delle scuole superiori, senza lasciare l’iniziativa nelle mani della singola insegnante. Le insegnanti illuminate in genere lo fanno, però rimane qualcosa di isolato.  Io ho voglia di rottura, una sorta di rivoluzione. E’ possibile che noi che siamo 750 donne qua non riusciamo a far passare qualcosa perché nelle scuole? Non è possibile che subiamo solamente tutto ciò che ci viene dall’alto. La nostra voglia di trasmettere questo patrimonio è sicuramente un’esigenza da parte di molti, quindi mi sembra proprio un’azione concreta. E poi voglio portare la mia esperienza a livello di badanti perché nel 2004-2005 ero ancora a Cosenza dove insegnavo scrittura creativa alle badanti straniere in una scuola d’avanguardia. Si trattava di un corso voluto da un progetto europeo, strutturato da un istituto professionale per i servizi sociali. Il risultato è stato stupendo perché le badanti – tra loro una laureata in medicina, che aveva lavorato come medico, una biologa, una ricercatrice universitaria – scrivevano esprimendo la loro gioia. Infatti, in molte delle famiglie dove andavano a lavorare, non circolava cultura, e quindi le badanti avevano l’esigenza di potersi esprimere a livello creativo. Cosa che hanno fatto con grande felicità.

Lea Melandri: se non c’è nessuna che vuol parlare, farei un secondo intervento. Io ho una preoccupazione, pensando a domani,  e soprattutto pensando a qualche riflessione che è stata fatta qui: si torna sempre sulla distinzione tra teoria e obiettivi. Io sento che domani uscirà la solita preoccupazione: che fare?  Parto dalla mia esperienza, da come è arrivato a me il femminismo, e cioè dalla “presa di coscienza”, che è diversa dal sapere, dalla conoscenza. Per me è stato quello il punto di rottura forte rispetto al mio passato. Io venivo da una famiglia contadina, donne fortissime ma che venivano picchiate. Sono uscita adulta dalla famiglia d’origine con le idee molto confuse: le donne sembravano  vitalissime e però sottomesse, oggetto di violenza. Non è che io non avessi idea di cos’era maschile e cos’era femminile-  forse ce l’ho avuta così tanto incorporata dentro di me che non ho voluto avere né marito né figli, ho voluto sempre vivere da sola, dopo che scappata dal paese. Quindi quell’esperienza ha lasciato segni, avevo registrato con dolore, con ferite profonde nel corpo qualcosa di quella relazione di potere così perversamente ambigua tra uomini e donne. Mi ci è voluto il femminismo per scoprirla. Carla Lonzi diceva, ‘questo salto di coscienza lo si deve fare ad una ad una’. Non possiamo pensare di insegnare il femminismo come una dottrina, un sapere: il femminismo è uno scarto, una discontinuità che avviene nella coscienza e ognuna lo vivrà nel momento in cui qualcosa le si muoverà dentro. Ma come avviene? A me è avvenuto così:  un giorno ho visto che c’era una riunione di donne, sono andata e mi sono seduta insieme a loro. Quello che ho sentito ha risvegliato in me una consapevolezza che non avevo prima. Il primo obiettivo per il femminismo è ancora oggi  la pratica dell’autocoscienza, il narrarsi in presenza delle altre, perché l’altra può vedere di te quello che tu non vedi e ti dirti ‘guarda che ti stai raccontando una favola’.  E’ la relazione con le altre che può aiutarci  a portare allo scoperto una visione del mondo che abbiamo forzatamente interiorizzato, incorporato. Il potere più insidioso è quello che passa inavvertito dentro di noi, in una visione del mondo che percepiamo fin da piccole nell’ambiente dove viviamo. Il rapporto uomo donna noi l’assorbiamo inconsapevolmente. Ho visto che anche famiglie che hanno educato i loro figli a non avere stereotipi di genere, dopo i primi giorni che vanno all’asilo i bambini tornano pieni di pregiudizi.  Questo vuol dire che la cultura maschile la respirano, l’assorbono inconsapevolmente. Tutto il contesto intorno a noi parla attraverso stereotipi, rapporti di potere, per cui ci vuole un lavoro enorme su di sè per prendere coscienza e per modificare una visione del mondo conforme a quel modello.  Costruire un’autonomia di pensiero, un’indipendenza simbolica, chiamatela come volete, è una pratica e questo deve essere l’obiettivo primo, altrimenti poi non lamentiamoci che le donne sono subalterne. Nella sfera pubblica oggi le donne ci sono e in tante. Come mai allora sono così poco visibili? È evidente che si uniformano. Allora dobbiamo avere il coraggio di dirci che il primo obiettivo è continuare a costruire un’autonomia nel modo di sentire e di pensare, considerare già questo un modo differente di intendere la politica. Se siamo così stanche dopo ore di discussione è anche perché le parole che passano attraverso relazioni così intense attraversano il corpo, muovono emozioni, sentimenti profondi. I convegni tradizionali ci annoiamo, ma qui avviene qualcosa di diverso, perché è una parola che ci interroga continuamente in profondità. Quindi ripeto: spero proprio che domani nessuna venga fuori a chiedere ‘ma dove sono gli obiettivi, le piattaforme?’ Usciremo da qui con dei cambiamenti che sono avvenuti, ascoltando, parlando con le altre, li porteremo in tutti i luoghi dove ci troviamo a vivere e a operare. Lì sì che è necessario avviare delle relazioni efficaci di cambiamento, sopportando di confliggere. E’ chiaro che se uno sta in un partito, e vuol parlare come ci parliamo qui, dopo un po’ lo buttano fuori. Ma deve rischiare, non si fanno le rivoluzioni senza rischiare niente! Ho l’impressione che le donne che hanno fatto un po’ di strada si stiano assestando, che non abbiano più voglia di confliggere e di rischiare niente. Io credo che un’azione comune sia  intanto quella di considerare la nostra una pratica e di portarla nei luoghi dove siamo. Siete in un giornale? Mettetevi in 3, 4 ragionate insieme su cosa si può fare lì. Siete in un Parlamento? Idem. A Milano sono entrate nella nuova giunta e nel consiglio comunale donne che venivano dai movimenti, dalle associazioni femministe. Quale è la difficoltà? Che dopo un po’ fanno fatica a parlarsi tra di loro, nonostante la comune formazione e provenienza. E’ chiaro che per portare cambiamenti nelle istituzioni ci vuole una forza collettiva, ma non serve il 50 % per un’azione efficace,  bastano tre o quattro donne determinate.

Silvana, Mantova : Ho 83 anni e ho militato con mia figlia – beh avevo meno anni di adesso, erano gli anni 70 se non sbaglio – in Lotta Continua e a un certo punto ci siamo accorte che noi stavamo solo al ciclostile a fare i volantini, e i maschi durante le riunioni decidevano la politica che si doveva fare. Anche buona come idea, però chi andava davanti alla Montedison a portare i volantini contro la nocività? Ci andava mia figlia e ci andavo io nelle ore più calde. Gli operai guardavano le gambe a mia figlia, con me si fermavano magari a parlare: ‘Mah cosa vuoi che sia questa nocività; a noi interessa lavorare”. Dopo anni, voi lo sapete quel che  è successo alla Montedison, che è quello che sta succedendo anche adesso nelle altre fabbriche, no? Naturalmente i proprietari ne sono venuti fuori puliti. Noi donne, però, a un certo punto ci siamo accorte che in Lotta Continua effettivamente tutte le decisioni venivano prese esclusivamente dai maschi. E noi via che ciclostilavamo a tutte le ore di sera, di giorno, via che andavamo davanti alle fabbriche sotto il sole cocente bla bla, e ci siamo stufate. Quindi abbiamo cominciato a mettere in discussione gli uomini, questo loro strapotere all’interno del gruppo, saremmo state in 15-20 tra ragazze e ragazzi, io ero la più vecchia e mia figlia era la giovane, ma non importa. E un po’ per volta abbiamo distrutto Lotta Continua – c’era Sofri, c’era Gad Lerner il quale ha imparato dalle donne molte cose, non so se voi lo seguite alla televisione è uno dei pochi che ha un comportamento molto genuino, molto curato nei confronti delle donne, o sbaglio? a differenza di altri personaggi  politici che conosciamo. Comunque buttiamo all’aria Lotta Continua e passiamo al femminismo. Come è nato il femminismo? Sull’autocoscienza. Ci trovavamo in piccoli gruppi e ognuno di noi parlava del rapporto che aveva col proprio compagno, col proprio marito, etc. Io ero sposata e dopo un po’ mi sono separata [risate]. Cosa scoprivi magari nel frattempo? Che c’era uno dei compagni di Lotta Continua che si era fatto un po’ tutte le ragazze.  Abbiamo cominciato a Mantova, poi ci sono state le riunioni a Roma, che hanno messo in discussione i nostri leader, e poi c’è stato Rimini, etc: tutti praticamente knock-out. Intanto il femminismo camminava, con pratiche anche importanti, pure nelle piccole città come Mantova. Un gruppo di donne c’è ancora – adesso qui non sono presenti – e continuiamo a trovarci. Quanto ai discorsi contro gli uomini sono un po’ vecchi. Ognuna ha fatto le sue scelte. Io mi sono divisa da mio marito, un’altra invece se l’è tenuto così com’era [risate]; magari litigano ancora. Continuavano forse i tradimenti, quelli sono sempre di moda, anche adesso probabilmente. Operando prima a livello strettamente locale, poi a livello nazionale – certo c’era la Lea e non solo lei, è venuta spesso a Mantova insieme ad altre – e insomma in quel modo lì ne siamo venute fuori. Le storie sono molto diverse, ma ripeto con l’autocoscienza che significa partire dal sé, dal proprio intimo, avere il coraggio di dire certe cose, tirando fuori tutto quello che si ha dentro, di positivo, di negativo, soprattutto nei rapporti con gli uomini. Benché nel gruppo ci fossero donne che non avevano il coraggio di prendere posizione nei confronti del marito, magari del compagno perché lo amavano. Per carità, che ognuna si comporti come vuole se non se la sente di contestare, o di dividersi come ho fatto io, dal marito. Poi sono saltati fuori i rapporti tra di noi all’interno del gruppo delle donne e anche lì ci sono stati un po’ di scontri perché sono esplose le contraddizioni fra donne. Comunque ci troviamo ancora, questo succedeva negli anni 70 e oggi è il 2012.

[FINE DELLA SECONDA TRACCIA]

[INIZIO DELLA TERZA TRACCIA]

Laura, Napoli: sono insegnante precaria, giusto per essere in tema, ho sentito tante sollecitazioni interessanti anche parlando della scuola.  Effettivamente la scuola è il luogo dove convergono piu presenze femminili in assoluto, sono ancora le madri quelle più attente alla formazione all’educazione dei figli, quelle che si presentano di più ai colloqui, quelle che si fanno carico anche in qualità di docenti delle problematiche relative alla gestione della propria famiglia, anziani con difficoltà etc. C’è un problema effettivamente stringente che secondo me è ancora più urgente di quello della rappresentanza, che è quello dell’educazione e della formazione, perché vi assicuro c’è un analfabetismo impressionante, cioè oltre al fatto di sentire parlare di femminismo solo in occasione di manifestazioni come Se Non Ora quando, ma in maniera cosi, assolutamente approssimativa, e poco partecipe, le ragazze non sanno che cosa è stato il movimento – sicuramente ciascuna di noi nella scuola magari si fa carico di spiegarlo, però il problema c’è e la richiesta, il malessere nelle giovani donne, anche nelle ragazzine. Quando si parla di lavoro anche i maschi, i ragazzi si sentono caricati addirittura degli stress dei genitori, delle madri – madri di 50, 60 anni che perdono il lavoro – e loro si preoccupano: “Io che farò dopo?” Il problema però è che tutto questo sapere che voi – anche nella Paestum precedente, nei movimenti – siete riuscite a mettere insieme, non è filtrato. Le ragazze non sanno nemmeno di avere un certo tipo di problema nella relazione con l’altro. La questione più  urgente secondo me è che le ragazze si rendano conto, prendano coscienza. Magari parlare di autocoscienza adesso può sembrare anacronistico, eppure anche dandogli un altro termine, bisogna far sì che queste ragazze, questi ragazzi – perché anche loro hanno delle forti inquietudini che li attraversano – sappiano dare un nome al loro malessere,  e sappiano anche dipanare il bandolo della loro vita. Il problema è che non sanno stare insieme, né tra donne né tra uomini e donne insieme. Hanno difficoltà di comunicazione, e soprattutto non traggono giovamento dall’esperienza delle mamme, delle nonne. Vengono a scuola e mi dicono “E io come devo fare? 20 anni fa 30 anni fa era diverso. Mi aiuti, perché io non so più come comunicare con mia figlia”, oppure “non mi rivedo in quello che lei è o fa”. E’ un problema anche di comunicazione intergenerazionale e io stessa mi ritrovo a dover prima di tutto fare una storia di quello che è stato il movimento e poi dire “Possibile? Noi siamo qua e ci parliamo tra di noi ma fuori? Tutte quelle ragazze che mi interrogano e che sono smarrite?” Ecco questo è un problema del quale dovremmo farci carico. Forse anche proponendo, chi ha figlie o figli, di intervenire a scuola, di parlare di questo perché le donne sono molto presenti nelle agenzie educative, nell’assistenza delle persone in difficoltà, cioè in tutti quegli ambiti di cura dei quali abbiamo parlato, e non sanno nulla di quello di cui stiamo discutendo, e sono quelle che di più ne hanno bisogno perché non sanno utilizzare le parole giuste e gli strumenti per risolvere i loro problemi.  Questo è un problema urgente, perché c’è un disagio – nelle ragazzine  ancora più forte proprio perché l’unico riferimento oltre  a quello genitoriale è chiaramente quello dei media, ovviamente quello è il modello femminile, non possiamo poi lamentarci che loro non partecipino, non aderiscano, perché non ne sanno nulla, cioè non passa niente delle cose straordinarie che sto ascoltando da stamattina. Io cercherò nel mio piccolo di portarle, di farne anche un’esperienza mia e di tanto in tanto di parlare della mia esperienza.

Renza, Firenze : Io vorrei fare un appello, sento che è il momento di farlo. Mi chiamo Renza, vengo da Firenze e faccio l’ostetrica, alle 2 sono partita venerdi con la macchina, ho finito di fare pap test di corsa, ho chiesto alla mia collega ‘dai vieni anche te’, ‘ma io non posso venire, c’ho da fare, vai te, torna e sorprendimi’ – sorprendimi viene dal film “Ratatouille”, va bene? E’ tutto l’anno che dice ‘sorprendimi’ e io la sorprenderò, mi dico ‘come fo a tornare, che gli dico di sorpresa’, allora la sorprendo perché io vi invito vi faccio un appello, se poi volete ve lo spiego vengo nella vostra città, vi faccio vedere tutto quello che dovete, comincio a parlare ora sennò non finisco più. Vi posso dire allora l’appello che vi faccio, poi vengo a spiegarlo alle vostre cugine, zie, mamme – no alle mamme no in questo momento no – figlie cugine nipoti, ridite alle donne di smettere quando sono in gravidanza di andare dai ginecologi, anche se sono donne, è uguale perché vanno a cercare la malattia nel loro utero, non le vedono nemmeno loro, ma vedono solo un utero malato. Io dico sempre ‘ma questo figlio è una minaccia’, perché la prima cosa è vedere se c’è una minaccia d’aborto, poi devono vedere con l’ecografia  se c’hanno un malformazione. Guardate io non so più dove portano il figliolo, è impressionante. Nel mio consultorio funziona benissimo, si danno 1000 libretti, se potessero noi ostetriche ci leverebbero, infatti siamo laureate – loro, io ho perso tempo, ho fatto la scuola – comunque hanno una laurea ma gli manca tutto l’altro aspetto oltre la laurea, non sono viste, è una questione di soldi e potere, soldi e potere, e l’ASL toscana gli da tutto gratis, vengono addirittura con due ginecologi. C’è  una delega, una delega da parte delle donne che fa spavento. Io non so se riesco a farmi capire. Allora io se vo su quel piano lì, io fo un discorso politico, io alle donne che vengono al gruppo, gli dico ‘questo è un discorso politico, si può cambiare il mondo?’ , poi siano maschi e femmine, facciano loro – cioè, facciano loro [risate] vi prego, poi cerchino l’ostetrica giusta, però comunque l’ostetrica gli starà davanti in un altro modo. Le donne hanno un potenziale, quando si parla di alleanza, io faccio un gruppo tutti i martedì sono 17 donne – c’è dalla benzinaia, all’architetta, io bisogna stia dietro alla libera professionista, perché quella va in cesareo, la benzinaia no. Allora quelle che vengono all’ASL, che hanno tutto gratis non ci vengono più! Ma perché dico, con quei soldi non c’andate a Venezia, te Arturo e chi tu vuoi? Perché spendete? Ma perché dopo andate nel pubblico, perché poi vanno tutte all’ospedale, ma perché prima spendi? Mi guardano, non capiscono nemmeno che gli dico, diranno ‘quella è pazza’ però al gruppo ancora vengono, guardate bisogna uscire di qui gravide [risate] perché solo in gravidanza la donna quando è in gruppo, diventano uguali – dalla benzinaia all’avvocata, c’hanno tutte la stessa attenzione, perché tanto o glielo dice l’ostetrica o non glielo dice più nessuno, però io mi invento le follie per fargli toccare dove si va a cascare. Ora perdo il filo perché mi emoziono. Perché le donne in gravidanza, io glielo dico: si parla di piacere o la gravidanza si fa delle dicotomie tra concepimento e momento del parto, non gli pare vero a loro, sennò non possono intervenire. Se io ti riporto nel piacere, il piacere è l’ossitocina, dove non c’è ossitocina si fa in travaglio, allora io le rimando sul piacere. Non si allatta senza ossitocina e non ci sono orgasmi! Io allora: piacere. Ora fo confusione, se mi seguite bene sennò no. Però [risate]guardate, noi si cambia, si continua, facciamo tutto quello che s’è detto, però non c’è discorso di soldi sulla gravidanza, perché la donna delega a chi gli garantisce perché è un medico. Io dico è spaventoso. Gli manca sì la relazione, non so più che dire. [risate e applausi] Però l’alleanza, per questo dico, torniamo gravide, perché fanno spazio, c’è un luogo in cui si fa spazio alla possibilità, lì c’è una possibilità di vita e dico ‘la volete spendere o no?’ Nella gravidanza si crea quell’alleanza dalla benzinaia all’avvocatessa, ritrovate che vi salva andare con un figliolo a ragionare o prendere il the d’inverno, perché sono sole dopo nessuno le dice, non lo so, quello che dite dei gruppi, allora si crea il gruppo delle mamme, l’ostetrica si ingegna, disfa, fa di tutto di più perché in quel momento dopo se sono sole, addio, no? Le donne dicevano alle figlie ‘guardate ti viene il pianto del latte’ lo sapete come è diventato il pianto del latte ora? Come la chiamano ora? [depressione postparto] Le mamme, le zie, le nonne sapevano che quando c’era la montata latte calano gli ormoni apposta perché la natura li deve far calare sennò non stanno lì, è una fatica allattare, e un piacere. Però oggi entra solo la fatica e il piacere non c’è più. Ossitocina, latte, allora io comincio dal piacere, dall’inizio. Se io lo disgiungo dal concepimento, addio! E certo che ci vanno tutte all’ospedale, ma si concepisce come? Spiegatelo, che ambiente era? Si sudava si mugolava, ci si moveva, dov’era la testa? Quindi che ambiente ci vuole? Ma questo anche in altre cose. Allora, gravide dicevo perché dobbiamo uscire di qui gravide? Perché nella gravidanza c’è la possibilità di uno spazio di possibilità, e va messo in gioco o andate dal ginecologo a farvelo dire. Allora il pianto del latte è diventato Baby Blues, ora si chiama depressione postparto, ma è una depressione fisiologica, sennò, capito? L’ormone scende apposta. Perché poi quando fo pap test mi informo dalle donne, allora anche io lì lo spazio me lo piglio, io c’ho 10 minuti per fare un pap test, non mi importa nulla io ci sto di più, quanto mi pare e piace e si ragiona della menopausa, e questa mi disse ‘ma lei che mi vuol dire..quando mi vennero?’ E io ‘si, ora li chiamano prodromi di travaglio’. E quella mi disse ‘ma che vuol dire, quando mi vennero i preparativi?’ mi vennero i preparativi: quello oggi si chiama il dolore, li chiamano preparativi, e già certo dopo i preparativi mi vennero le forze. Allora un corpo che ha la capacità è un corpo che ha la capacità, perché è un corpo abitato, allora se noi usciamo di qui gravide ognuna di noi farà quello che deve fare. Io mi raccomando, vi chiedo questa cosa, di mandare le donne dall’ostetrica, sennò io vengo, con tutto il mio ambaradan la musica, le immagini, le tende, e mi impegno a fare questo discorso politico perché ci si sta rivendendo il futuro dell’umanità.

Franca, Bologna: mi chiamo Franca, sono sarda, emigrata a Bologna da 20 anni e da Bologna vengo anche in questo momento. Sono un’insegnante anche io, insegno alla scuola dell’infanzia, chiamata ancora asilo e faccio – visto che è la mia vita, visto che essere femminista non lo si è in alcuni momenti della giornata, in alcune circostanze, ma in ogni momento – faccio, sono femminista anche nell’esercizio della mia professione, faccio identità di genere anche alla scuola dell’infanzia con bambini e bambine dai 3 ai 6 anni, e a volte ho modo di constatare attraverso il lavoro e con la mia collega, che arriviamo ad educare anche gli adulti attraverso i bambini e le bambine. Ma intervengo su un’altra questione. Ho seguito e ascoltato molto tutto il giorno e molto stiamo ragionando su come aggiungere impegno, strategia, nella vita, nello spazio pubblico, e nello spazio privato. Mi veniva in mente che una strategia probabilmente efficace e anche più riposante potrebbe esser quella di sottrarsi invece a tutti i contesti nei quali portiamo questo apporto essenziale, no? Sottrarsi e farlo un po’ collassare questo sistema cosi pacificato, più che pacifico, no? È un sistema pacificato e falsamente in pace perché siamo un paese dove circa 930-950 donne all’anno vengono ammazzate qua dove noi viviamo, no? Quindi una buona strategia potrebbe essere – si è parlato in vari momenti di conflitto e di rottura – quello di far collassare un sistema prima di andare a ridefinire delle cose. Già saremmo in grado di fare collassare molto tutte noi che siamo qua, perché la cura è altamente rivoluzionaria ma quando è indirizzata principalmente verso tutti gli altri e soprattutto verso maschi adulti o anche bambini ma le ultime su cui è indirizzata è noi stesse, è evidente che perde di rivoluzionarietà. Anche il bene comune quando noi siamo le ultime a beneficiarne, è evidente che non serve forse arrabattarsi tanto nel tenere in piedi un sistema, forse siamo noi che facciamo riduzione del danno, probabilmente dovremmo avere il coraggio dell’irresponsabilità su alcune cose.

Annunci

2 Risposte to “Gruppo n. 8 – Trascrizione”

  1. nicoletta salvemini 9 novembre 2012 a 05:08 #

    il nome delle donna (????) di Lecce è Graziella Pisanò

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: