Che bella cosa la tecnologia

13 Nov

Simonetta Patanè

Se fossimo state nel 1976 avrei dovuto incontrare fisicamente le donne che hanno partecipato all’incontro di Paestum per saper come era andata. Oggi, che come allora non ci sono andata, mi è bastato navigare un paio d’ore su internet. Leggendo resoconti, commenti e soprattutto ascoltando le mini-interviste nei QIK video, mi sono fatta l’idea che deve essere andata proprio bene: grande partecipazione al di là delle aspettative, intensità degli scambi, conflitti forti e proficui, tanta stanchezza e tanta soddisfazione. Ma, sopratutto tante giovani donne molto preparate, molto determinate e … molto femministe.

Dunque, il femminismo è vivo e vegeto pieno di energie e di passione per affrontare le sfide del presente e del futuro. Ma allora perché tutto questo spazio dato alla rappresentanza, considerato in alcuni commenti eccessivo fino a togliere spazio ad altri temi, come la sessualità, che pure erano presenti nella lettera di convocazione? C’è qualcosa che non torna.
Può darsi che, come da più di una voce viene sottolineato, esista un desiderio femminile di contare nelle istituzioni della politica rappresentativa, però poi, mi pare di capire che la discussione si è concentrata più sull’opportunità o necessità di “entrare” nelle istituzioni del potere, come se si trattasse di un obiettivo strategico, che sul desiderio.

Alla base di questa discussione vi è l’idea più o meno esplicitata che l’estraneità, come categoria e pratica del femminismo, si possa ormai archiviare come qualcosa passato di moda. Scrive, infatti, Ida Dominijanni il giorno dopo la chiusura del’incontro di Paestum: “se all’origine il taglio femminista significò il desiderio delle donne di collocarsi altrove e altrimenti rispetto alla politica data, oggi l’altrimenti resta ma l’altrove cade: il desiderio è di mettersi al centro della trasformazione, e di guidarla” (il  manifesto 9/10) come se, cioè, le donne non volessero o, forse, non potessero o addirittura non dovessero più sentirsi estranee al sistema di potere, chiamate ad assumersi la responsabilità di governo lasciata per troppo tempo nelle mani degli uomini che nella migliore delle ipotesi si sono dimostrati incompetenti e irresponsabili, nella peggiore disonesti, corrotti e corruttori.
Ma quello che poi avviene nei fatti è che mentre le donne che nelle istituzioni già ci sono spesso si lamentano della mancanza di sostegno da parte di quelle che stanno “fuori”, le Pussy Riot dichiarano di poter reggere le pesanti conseguenze dell’espressione della loro libertà proprio perché molto sostenute da donne e uomini di tutto il mondo. Come si spiega questa sproporzione di investimento di energia e passione? Da un lato potrebbe essere che le donne nelle istituzioni non compiono gesti così eclatanti, eroici, dirompenti e rischiosi da suscitare un entusiasmo comparabile all’azione delle Pussy Riot (e tutto sommato c’è da chiedersi perché, visto che la lotta è dura e che di tanto in tanto un gesto simbolico forte, una mossa spiazzante proprio lì nella zona del potere non ci starebbe affatto male e costituirebbe sì un spinta trascinante), oppure che appaiono deboli, omologate, impotenti di fronte al potere.
A parte il fastidio che mi procura questa idea, che striscia nel fondo di questi discorsi, di andare ad aggiustare quello che altri hanno sfasciato (come sparecchiare e lavare i piatti di un pranzo a cui non si era state invitate) il problema importante, mi sembra, sta nel costatare che forse è il “centro della trasformazione” a non essere più lì e forse è la politica rappresentativa, non a caso chiamata politica seconda, a trovarsi oggi in un altrove.
Sappiamo bene che i governi degli stati nazione da alcuni anni agiscono quasi esclusivamente in base alle necessità e alle richieste delle istituzioni economiche internazionali e che la politica – la presa di decisioni, l’immaginazione degli scenari, l’indirizzo delle azioni – risiede ormai molto poco nei governi e nei parlamenti. Lo scenario è quello di un mondo globale in cui ciò che conta è ciò che ci è prossimo e si può toccare con mano nella consapevolezza che ogni gesto ha conseguenze lontane: quello che faccio io qui ha conseguenze per te laggiù, nel male ma anche nel bene. In questo scenario può forse avere un senso, può smuovere passioni e desideri, la rappresentanza locale e territoriale, ma per un’unica e ovvia ragione: le città, i paesi esistono, sono fatti di case, palazzi, negozi, strade, piazze, fabbriche e corpi che li abitano. Gli stati nazione, invece, sono un’invenzione, un’astrazione della politica moderna e in questa epoca di stanca modernità stanno mostrando ampiamente la loro irrealtà. Se, come dice Muraro nel suo Dio è violent, con la fine del patto sociale lo stato perde il monopolio legittimo della violenza non si può non tener conto che a questo monopolio è strettamente legata la legittimità di legiferare e di far valere le leggi all’interno di confini certi. Detto in altri termini: siamo sicure che gli stati nazione attraverso le loro istituzioni fondamentali, governo e parlamento, siano ancora legittimati ad esercitare l’autorità e il potere di legiferare e di decidere della vita dei popoli che li abitano?
Capisco che sarebbe enorme rispondere con un no netto e deciso, allo stesso tempo, però, so che la crisi delle istituzioni della politica rappresentativa ci mette di fronte all’anacronismo di queste forme, alla loro obsolescenza e sono sicura che non è partecipandovi in massa che le donne possano risolvere la questione che è di portata epocale. Non è pulendo e facendo ordine e nemmeno portando senso che si supera la fine di un’epoca e si passa alla successiva: qui non si tratta di aggiustare qualcosa che si è rotto e deteriorato, non tutto può essere riciclato. Qui ci vogliono immaginazione e invenzione. E coraggio.
Alla luce di queste considerazioni, mi pare che la ragione della disaffezione delle donne per il potere sia ancora l’estraneità che nella versione attuale può significare il non appassionarsi a … roba vecchia. Puntare oggi sulla rappresenta può apparire come un volare basso, proprio in un momento in cui, come dimostra l’incontro di Paestum, è vivo un desiderio di volare molto in alto, di accettare la sfida della complessità e l’incertezza che la fine di un’epoca comporta. Lo dice bene Ilaria, una donna giovane, dell’associazione Femminile/Plurale di Padova (di cui ho visto l’intervista): “Il conflitto con lo stato a me non interessa più perché credo che non ci siano più interlocutori con cui discutere e che le decisioni vere non vengano più prese a quel livello. Ai suoi tempi il femminismo è riuscito a creare delle istituzioni non statali che funzionano tuttora e che possono essere un forte esempio per bypassare il problema di uno stato che non esiste più, per creare nuove istituzioni al di là dello stato, che siano interlocutrici degli organismi internazionali, perché oramai la partita della politica si gioca a quel livello”.

La sua idea è quella di immaginare “una rete internazionale delle femministe di tutto il mondo che sia in grado – e le femministe lo sono – di avere un peso politico sulla scena internazionale”, sull’esempio delle lotte dei contadini indiani contro le multinazionali guidate e sostenute da Vandana Shiva. Quello che mi pare veramente interessante è la continuità che lei stessa intravede con la pratica dell’estraneità quando sottolinea come questa idea “abbastanza nuova” faccia leva su ciò che è stato il femminismo radicale: “la capacità di creare più che di contrastare, di aprire un conflitto creativo che permette di autodeterminarsi e di determinare la società in cui vivi senza chiedere niente a nessuno. Noi ci chiediamo le cose tra noi”.
Andare oltre le istituzioni moderne dello stato nazione e della democrazia rappresentativa per come le abbiamo conosciute è, per il femminismo contemporaneo, una sfida altissima ma proprio per questo estremamente appassionante, sicuramente più attraente che ridare vita alle agonizzanti forme della politica moderna che non funzionerebbero più anche se fossero ripulite e aggiustate da sapienti mani femminili. Si tratterebbe di estendere a livello globale la pratica della relazione, di portarla ancora un po’ più in là, di portare ancora un po’ più in là la pratica dell’estraneità, di radicalizzarla fino alle sue estreme conseguenze e immaginare nuove forme di lotta, nuovi assetti societari, più sensati e più rispondenti alle reali dinamiche di produzione e riproduzione della vita che attraversano il mondo.

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