La rappresentanza politica della differenza

15 Nov

Paola Zaretti

Se ho pensato di proporre nel blog di Paestum il testo di Lia Cigarini del 1987 sulla rappresentanza politica femminile facendolo precedere da alcuni interrogativi, è per via dell’attualità e della centralità che il tema della rappresentanza assume oggi – come ieri – nell’attuale riflessione e nel dibattito femminista in corso.
Il riconoscimento dell’attualità di questo testo, sottolineata anche da Paola Melchiori in Di rappresentanza. E di rappresentazione, è per me una ragione in più, un incentivo ulteriore a procedere nella direzione della pratica politica e dell’analisi teorica  intraprese e proposte da tempo.
Mi chiedevo, nel blog, se le argomentazioni critiche sulla rappresentanza enunciate da Lia nel suo intervento (La separazione femminile), siano oggi ancora fondate, se mantengano ancora intatto, a venticinque anni di distanza, il loro smalto, una loro verità e plausibilità o se i mutamenti sociali e politici nel frattempo intercorsi ne abbiano oscurato del tutto la fondatezza.
Mi domandavo – e mi domando – se ci siano e quali siano, in quest’ultimo caso, le argomentazioni pro rappresentanza oggi ragionevolmente sostenibili in grado di intaccare alla radice le fondamenta degli argomenti critici a suo tempo espressi da Lia al riguardo.
Inutile dire che senza un’adeguata rivisitazione e un approfondimento delle ragioni del sì e del no alla rappresentanza politica della differenza – realizzabile attraverso un raffronto rigoroso, serrato, fra le attuali ragioni del sì e del no e quelle del passato – sarà assai improbabile riuscire a rispondere ai tanti quesiti sollevati da questo tema.
Rilevo, per intanto, che il fatto stesso che la questione posta da Lia venticinque anni or sono sia oggi ritornata prepotentemente alla ribalta con un’insistenza e con un accanimento tali da scatenare, in alcuni ambiti femminili di discussione come il web una violenza fra donne di qualità inaudita, dà certamente da pensare.
Sarebbe inopportuno, credo, sottovalutare ciò che accade in questi luoghi in cui le pulsioni più “selvagge” trovano modo di uscire allo scoperto senza briglie, senza filtri, amplificate e non mitigate da quella censura operata, in altri contesti, dalla presenza inarnata dei corpi.
Che cosa c’è al cuore del problema della rappresentanza che può facilitare, attivare e alimentare, nelle donne che se ne fanno promotrici, vere e proprie forme di tifoseria e di violenza nei riguardi di altre donne, in nulla dissimili da quelle maschili?
Che cos’è che le genera e alimenta se non il puntuale ossessivo ritorno sulla scena del politico di un nodo irrisolto, di un Sintomo – semprevergine, sinistro, e più resistente che mai – se non il riattivarsi, nella memoria, nel simbolico, di quello scenario di violenza costantemente perpetrata da un disordine simbolico (l’esclusione-inclusione delle donne) che il tema della rappresentanza contribuisce a rendere acuto, tangibile e dolorosamente presente, e i cui effetti negativi non fanno che riflettersi, come in uno specchio, nelle relazioni fra donne?
Non è forse a questa sintomaticità, a questa malattia del simbolico che allude Bordieu  – a ricordarcelo è Paola Melchiori – quando vede nel patriarcato una struttura che sa come ristrutturarsi, che sa cambiare perché nulla cambi, per garantire il ritorno delle stesso?
Se il tema della rappresentanza si ri-presenta, se ritorna oggi puntualmente in scena attivando forme inedite di violenza fra donne, è perché a conservarsi, più viva che mai sullo sfondo di questo tema, c’è una questione irrisolta (rimossa) che va affrontata come si conviene: rifiutando scorciatoie, fughe in avanti, illusioni fondate su improbabili “superamenti” di posizioni precedenti il cui rischio consiste nel far passare per avanzamenti le retrocessioni, i regressi per progressi.
Ripartire dal testo di Lia per riconsiderare il tema della rappresentanza alla luce del presente – lungi dal significare, come qualcuna ha dichiarato in fb, una retrocessione “all’anno zero della politica e del pensiero della differenza” o una rigidità, un’inadeguatezza nel tenere nel dovuto conto il mutamento del contesto storico a favore di posizioni “cristallizzate quasi fossero principi incisi su tavole di marmo” – assume oggi ben altro significato: il significato di una verifica radicale del rapporto che unisce – o divide in un “cattivo dualismo” (Dominijanni) teoria e pratica politica femminista.
Si tratta di verificare, nello specifico, se e in che misura le tavole dei valori scritte dal pensiero e dalla pratica femminista della differenza conservino ancora, rispetto a quelle scritte dal patriarcato, solidità, validità, credibilità o se siano da rottamare, del tutto, in parte, per essere soppiantate da nuove tavole o- come un’amica ironicamente suggeriva – da “nuovi tavoli”.
Inizierei a porre, dunque, alcune domande fondamentali che rimandano alle questioni poste da Cigarini nel suo testo e riprese nel libro di Boccia:

-La Differenza sessuale – e il Soggetto-donna che la incarna – può essere politicamente rappresentata all’interno di istituzioni neutre – maschili?
– Come è possibile che ciò si verifichi all’interno di strutture istituzionali modellate da un ordine simbolico centrato sul primato di un unico simbolo maschile – il fallo – incaricato di rappresentare in modo indifferenziato uomini e donne?
-Che cosa significa, in concreto, “rendere presente” “la potenza della differenza sessuale” in un ordine simbolico in cui ad essere negata – prima ancora che la “potenza della differenza” – è la  stessa differenza sessuale?

La risposta di Lia a interrogativi come questi – che non possono essere ignorati sia che si parli di rappresentanza sia che si distingua, a ragion veduta, fra rappresentanza (agire a nome e per conto di) e rappresentazione (raffigurare ciò che è assente) come suggerisce Maria Luisa Boccia nel suo libro la Differenza politica e Paola Melchiori nel suo scritto – si evince chiaramente sin dalle prime righe del suo testo in cui la parola “sconforto” racconta, come meglio non si potrebbe, del suo stato d’animo  alla sola idea di affrontare, su richiesta di alcune donne, la questione della rappresentanza politica della differenza:

…Dove c’è funzione, uomini e donne sono uguali e la differenza sessuale passa per un arcaismo inutile. L’occhio si abitua presto a vedere una donna al posto di un uomo quando lei assolve le funzioni previste da un ordine sociale pensato da uomini. La significazione della differenza sessuale non può andare senza trasgressione, senza sovversione dell’esistente. Non può esser ricalcata pari pari sull’ordine simbolico ricevuto..s’intende, se c’è lotta per la libertà femminile e non semplicemente per l’uguaglianza con gli uomini.  (Cigarini, La separazione femminile, Sottosopra, giugno 1987, p. 2)

E, ancora:

A mettere fuori luogo ogni discorso di rappresentanza c’era anche il pensiero, sicuramente condiviso da molte, che il senso della differenza sessuale esige che si ragioni con la forza della sua interna necessità e non con quella di una legittimazione ottenuta da istituzioni neutre o maschili. (Ibid., corsivo mio)

Le risposte di Cigarini a chi cercava di correggere il tiro spiegando che la proposta sulla rappresentanza andava intesa come “autorizzazione delle donne alle donne” o sostenendo che la presenza di molte donne in parlamento avrebbe provocato ingombro e “trambusto”, risultano nel testo altrettanto lucide: l’autorizzazione delle donne alle donne non ha nulla a che fare con la rappresentanza politica e, quanto alla speranza di provocare trambusto:

Se affermi che è fondamentale essere in quell’istituzione per dare visibilità alla differenza, stai dicendo che dai molto valore a quel luogo, istituito da uomini (…) e mostri che non stai pensando che fra noi comincia da affermarsi una fonte femminile di autorità sociale. (Ibid., corsivo mio)

Si tratta di un rilievo importante che concerne il primato valoriale generalmente assegnato dalle donne agli uomini e dello scarso valore conseguentemente attribuito  dalle donne a un riconoscimento loro conferito da altre donne.
A occupare un posto centrale in un passaggio successivo, è il desiderio, giuocato, nel testo, sul doppio registro dell’autenticità e del nascondimento:

Sia chiaro, non penso e non parlo contro quelle donne che in parlamento vanno, apertamente, per un proprio desiderio, con una competenza e un’ambizione da far valere. La mia critica si rivolge all’idea di una possibile rappresentanza femminile e a quelle donne che la adottano nascondendo i propri desideri. (Ibid.)

Non si tratta dunque – e a ribadirlo è Paola Melchiori – “di condannare il desiderio di coloro che hanno voglia di misurarsi con una presenza istituzionale”, si tratta, piuttosto, di una

denuncia chiara e consapevole delle radici di un desiderio individuale, senza il “non sorvolare” di cui parla Cigarini (…). Insomma, al di là del fatto che va benissimo che una persona segua il suo desiderio, che va benissimo fare una battaglia simbolica, pure, un minimo di discussione su dove, a che livello, su che cosa e come investire le forze non andrebbe fatto? (P. Melchiori, Di rappresentanza. E di rappresentazione, corsivo mio)

Sul desiderio, sul peso che esso assume in una decisione e nell’ambito di una azione politica e non, moltissimo si potrebbe aggiungere, ma mi limito qui a ricordare, per brevità, che al di là di ogni “consapevolezza”, esistono dei desideri inconsci e un Soggetto dell’inconscio, di cui bisognerebbe tener conto per meglio comprendere, per esempio, in che misura un desiderio di tale natura – di cui a un soggetto nulla, per definizione, è dato sapere, – può dar conto della pulsione che spinge una donna, al di là delle motivazioni razionalmente addotte, a voler entrare, a qualunque costo – anche a costo della propria alienazione – nel “corteo degli uomini”.  (Woolf)
Ma tornando alla rappresentanza, è soprattutto alla fine del suo intervento che Lia ci dà la chiave per intendere senza ombre ed esitazioni il suo pensiero e la sua posizione in merito ad essa, là dove assume problematicamente – ma direi meglio tragicamente – la difficoltà per le donne di coniugare “voglia di vincere” ed “estraneità” e là dove la sua denuncia sulla sequenza di silenzi, omissioni e  censure  messi in campo sul tema della rappresentanza, è radicale:

Si tace sul fatto che le donne che vanno ad occupare posti di potere finora non hanno potuto impedire che le regole del gioco siano quelle volute dagli uomini. Si tace sul fatto che la forza di significare la differenza femminile nasce da un progetto pensato e costruito tra donne mettendo in gioco le pretese e le ambizioni, ma anche l’estraneità femminile (…). Si sorvola sulla contraddizione estrema, per adesso ancora una possibilità, di rendere parlante la differenza femminile e fare insieme ricorso agli strumenti simbolici della politica maschile, come elezioni, partiti, parlamenti. Si censura il fatto che i gruppi che hanno iniziato a elaborare il senso della differenza femminile, sono, come noto, gruppi formati da sole donne (…). Per concludere, io sarò una che voterà la donna ambiziosa o la donna che ha un suo progetto da portare avanti o la donna che ha una sua competenza e intelligenza da far valere. Non voterò la rappresentante. (Ibid.)

“La nozione di rappresentanza dovrebbe forse ri-partire da quella di rappresentazione”, scrive Paola Melchiori, e un intero paragrafo del libro di Maria Luisa Boccia è dedicato alla distinzione fra i due concetti. Che valore ha oggi questa distinzione che vede nella prima (la rappresentanza) la prospettiva

di sanare una patente discriminazione, attraverso un riequilibrio numerico della presenza femminile nelle istituzione elettive (…) e si inserisce in una prospettiva di sostanziale redistribuzione di potere tra i sessi (…) (M. L. Boccia, La differenza politica, p.218)

e nella seconda (la rappresentazione)

…l’intento di rendere presente la differenza, di scompaginare l’ordine istituzionale, portando al suo interno la politica prodotta nei luoghi delle donne (…). Se e come possa prodursi uno spostamento netto rispetto al tipo di mediazione attuata con la rappresentanza, è evidentemente un interrogativo cruciale sul quale, non a caso, si concentrano le obiezioni e le critiche al progetto di trasporre la politica della differenza nella sfera istituzionale. (Ibid., p. 218-222, corsivo mio).

Fanno qui ritorno, in quella circolarità demoniaca che caratterizza le “trappole dell’uguaglianza”, alcune delle domande iniziali:
– E’ possibile “rendere presente la differenza” in un ordine maschile cui la donna ha accesso solo come Soggetto neutro-maschile, come uomo?
– Può davvero la politica prodotta nei luoghi delle donne scompaginare l’ordine istituzionale?
E le critiche, le obiezioni sollevate alla rappresentanza possiamo davvero considerarle “superate”?

Gli anni di sperimentazione, 40, non sono pochi – scrive Melchiori – ci dicono che quello che Cigarini scriveva è piuttosto attuale (…). Insomma, il nostro pensare diversamente i legami tra aspetti del reale apre la necessità di uno scenario mentale totalmente diverso. Se essere nello spazio pubblico non significa rendere evidente un modo di rappresentare la realtà “altro”, a cosa ci serve? (P. Melchiori, cit.)

Ecco una Domanda con la D maiuscola: A che cosa ci serve?
A quale desiderio femminile – insaputo o inconfessabile – risponde l’esigenza delle donne di contare, nei partiti, nei sindacati nei luoghi istituzionali del potere?
Risponde davvero a un desiderio di Differenza o questo desiderio di “portare la differenza” è solo una maschera, la maschera di un desiderio più profondo e irriducibile?
Perché diventa così importante mettere sangue ed energie nel disperato tentativo di entrare in un Luogo da cui si è state escluse, rifiutate se non perché ciò che brucia e si riaccende in questo rifiuto simbolico è la memoria di una ferita reale, immedicabile mai rimarginata?
Che valore avrebbe essere accolte e riconosciute da chi non ha mai attuato nei nostri riguardi alcun rifiuto?

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