Un esercizio a partire da me. Prima, durante e dopo Paestum. Stare nel mondo più di prima

15 Nov

Maria Paola Patuelli

 Parto da me. Considero l’esperienza vissuta a Paestum forte e importante. Lo penso e lo sento ancora, a distanza di un mese. Anzi, la distanza mi consente di focalizzare meglio e di trovare snodi o nodi persistenti.

Lo snodo che riassumo in un flash è “l’irruzione della storia” nel femminismo radicale di oggi.

A Paestum. Finalmente.

Sono una femminista tardiva. Sessantottina – ancora oggi non pentita – ho vissuto gli anni dell’ “azione collettiva” conciliando faticosamente il “mio” Sessantotto – vissuto con un bisogno esistenziale antiautoritario – con la militanza comunista, nella quale ho avuto fiducia fino agli anni di Berlinguer. I vari estremismi dei tanti movimenti post Sessantotto, e il femminismo di allora, con il suo intransigente separatismo, non erano nelle mie corde.  Ma non è un caso se ho scoperto il femminismo, prima indirettamente, poi da vicino, alla fine degli anni Ottanta. Due letture – in  ambiti molto diversi – sono state decisive, Come nasce il sogno d’amore ( 1988) di Lea Melandri e Essere presso di sé: noi che non fummo ad Itaca (1987) di Adriana Cavarero.

Fu per me uno sconquasso. Ho ripensato e rivissuto tutto in modo radicale, amore e  politica, che non mi è più stato possibile “fare” come prima. Un percorso lento ma irreversibile. Una estemporanea illuminazione sulla via di Damasco? Direi di no. C’era di mezzo la storia. Erano gli anni in cui il sogno comunista era ormai evidentemente consumato, e “andare in cerca” fu per molte un imperativo etico, politico, storico. Negli stessi anni Livia Turco introdusse nel PCI parole nuove con Dalle donne la forza delle donne, una politica inedita, con la quale si usciva dal prevalente ambito materno-infantile, dal quale mi ero sempre tenuta lontana, e che prendeva invece parola su tutto, ambiente, economia e coscienza del limite, in un partito dove il limite, da ogni punto di vista, era considerato negativo. Seppi poi da Alessandra Bocchetti che la svolta nella politica delle donne del PCI era il frutto di un incontro, per qualche tempo fruttuoso, fra Livia Turco e una parte del femminismo romano. Sto quindi entrando nella questione che la mia soggettività avverte da tempo con una certa forza, il rapporto fra i femminismi e la storia generale nella quale hanno inizio e si sviluppano. Un rapporto che è stato studiato, con esiti a mio avviso eccellenti, da storiche a cui dobbiamo molto, come Franca Pieroni Bortolotti, Annarita Buttafuoco, Anna Rossi-Doria, Elda Guerra. Cito solo le storiche che conosco meglio, ma nella “Società italiana delle storiche” c’è da decenni ormai una straordinaria ricchezza.  Siamo, però, nell’ambito degli studi, della conoscenza, con riflessi indiretti sulla politica.

Nella bella esperienza di Paestum – due giornate di autocoscienza collettiva che hanno messo in scena una inedita dimensione del “partire da sé”, a suo tempo quasi esclusivamente autolimitata a piccoli gruppi, anche se molto numerosi fino a metà degli anni Settanta – la storia, anche se quasi in modo scontato e indiretto, è entrata con forza. Un quesito ho sentito ripetere più di una volta a Paestum, un quesito storico di grandi proporzioni: “Come è possibile che l’Italia, che ha avuto il più grande Partito comunista dell’Occidente e il femminismo più forte, sia ridotta come è ridotta? E dove la condizione delle donne è la peggiore d’Europa?”.

E’ una domanda a mio avviso cruciale, alla quale dovremmo, credo, dedicare uno spazio di riflessione per trovare chiavi di lettura e  riuscire così a darci più forza.  Sul primato dei femminismi italiani in termini di forza, ho qualche dubbio e sospendo il giudizio, e in ogni caso dovremmo guardare a noi italiane anche attraverso lo sguardo degli altri femminismi, europei e non solo. Infatti il mio secondo step in termini di rinnovata coscienza di me e del mondo mi è venuto, oltre che da quella nomade esistenziale che è stata Virginia Woolf,  dall’incontro con Il Soggetto nomade di Rosi Braidotti –  la soggettività muta nel tempo e nello spazio, e in noi – e con il lavoro, filosofico e politico, di bell hooks, che chiese, negli anni Novanta,  un ritorno alla pratica dell’autocoscienza, che parta non solo dal sesso, ma anche dal colore della pelle e dalla classe. Una boccata di ossigeno che mi ha portato a rifiutare non tanto la doppia militanza, che amiche del femminismo della differenza mi rimproveravano alla fine degli anni Ottanta, ma il concetto stesso di militanza, dell’essere tutta e soltanto su un fronte. Il rifiuto della militanza fu allora così forte che, ora,  non milito più da nessuna parte. Per non dire della scoperta, che debbo in buona misura al femminismo, dell’importanza del linguaggio. La parola “militanza” – così bellicosa – l’ho cancellata dal mio dire, mentre conservo, con convinzione, la parola, e la pratica, dell’ “attivismo”.

L’incontro con il femminismo ha significato per me un continuo “dentro e fuori”, come dicono le amiche di “Orlando”, di un  pendolarismo fra molti e diversi versanti: la Costituzione, la legalità, le nuove povertà, la pluralità dei femminismi, l’incontro con gli altri generi e le altre culture.  La mia impressione è che i femminismi italiani, e anche altri movimenti femminili, abbiano dato un enorme contributo a cambiare la vita quotidiana e personale delle femministe, e delle donne dei vari movimenti, ma abbiano inciso molto meno nell’immaginario collettivo. La grande fiducia giustamente riposta nella pratica dell’ autocoscienza non ha segnato a fondo la “biografia della nazione”, se è vero che siamo ancora qui a difendere la legge 194. La legge 194 è stata il risultato di movimenti femminili, più che femministi. Anzi, i femminismi più significativi degli anni Settanta  erano molto sospettosi nei confronti di una legge che poneva, obiettivamente, limiti alla libertà femminile, ma faceva i conti con il possibile, come  sempre fanno le leggi. Le leggi operano quasi sempre sul possibile in un dato tempo e luogo, più che sul “giusto”. Per esempio, la legge 194 è ancora molto lontana da ciò che considero giusto, e di nuovo ricordo Adriana Cavarero: “La legge stia lontana almeno dalla nascita, dall’amore, dalla morte”, terreni di conquista di tutti i poteri, civili e religiosi. Ma quale sarebbe oggi la nostra condizione, senza la 194?

E’ una difficoltà reale e non solo italiana – probabilmente – quella del tenere distinte la filosofia e la politica. Credo che ne usciremmo rafforzate se questa distinzione la praticassimo con consapevolezza. Hannah Arendt disse “Dobbiamo diffidare della filosofia. Ma come faremmo senza di lei?”. E’ un concetto che, da quando l’ho scoperto, tengo sempre presente. I femminismi italiani si sono fra di loro reciprocamente indeboliti  respirando il clima poco laico dello spirito pubblico italiano, con le intolleranza cattoliche da una parte e le divisioni con relativi anatemi interni delle varie sinistre. In Italia un debordare di verità  e certezze ha creato sospensione di confronto e rifiuto, spesso, della assunzione della fatica della pluralità, unico ambito possibile dell’agire politico. Era sicuramente più bello, appagante, avere relazioni felici con le parlanti lo stesso linguaggio e le pensanti lo stesso pensiero. Un originario desiderio – inconscio? – di fusionalità, come scrisse la compianta Angela Putino in Amiche mie isteriche. Scuole filosofiche, appunto, molto meno politiche del sincero desiderio di molte di essere prima di tutto “politiche”. E’ inoltre diffuso,  nei nostri femminismi, la sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni, nella rappresentanza, con motivazioni sicuramente molto fondate e che partono da lontano. E la grande forza del Partito comunista, in particolare nei primi decenni dopo la guerra, è parte di questo problema, perché i militanti, donne e uomini, scontenti del mondo reale, erano in attesa di un mondo futuro lontano ma sicuro, un “altro”, un “oltre”, che rendeva “programma minimo e indifferente” per esempio il divorzio, e poi l’aborto, non a caso diventati possibili dopo la grande azione collettiva antiautoritaria degli anni Sessanta, che quasi colse di sorpresa il Partito comunista.

Per non parlare della “svalutazione del mondo” di una parte consistente dell’ immaginario cattolico. Questa storia ha reso tardive le leggi che ci hanno reso un po’ più libere. Quale femminismo avremmo avuto in Italia senza il movimento antiautoritario? Quale spazio di parola avrebbe avuto Olympe de Gouges senza l’illuminismo e la rivoluzione francese, che poi la tradirono amaramente? Anche la questione del voto fu al centro, in Italia, dell’azione delle femministe democratiche/repubblicane del secondo Ottocento, ben più che delle donne socialiste – Anna Kuliscioff a parte – e delle donne cattoliche, che continuavano a mettere al centro della ragion d’essere delle donne la maternità e la famiglia. Una importante pagina, quella del voto alle donne, del lento radicarsi, in Italia, della cultura della universalità dei diritti, di quella “uguaglianza nei diritti delle varie differenze” scritta nella nostra Costituzione e ancora molto disattesa. Quindi, “dalle donne la forza delle donne” e dalla storia, quando è possibile, e quando non ci rema contro.

Le femministe  italiane hanno agito molto in ambito teorico, ma hanno assorbito – penso – dalla storia italiana la distanza “dal mondo comune”, lavorando prevalentemente per un sé individuale e di gruppo, che ha inciso poco nel senso comune, nella common law e nelle leggi in senso stretto.

E’ un caso che dell’immagine femminile si sia fatto strame in questi decenni berlusconiani? Una situazione quasi inesistente nei media degli altri paesi. Eppure, nell’Italia dove la mistica della maternità è stata (è?) al top, abbiamo visto di tutto.

Quella che a mio avviso è stato un limite del femminismo italiano, la eccessiva distanza, da una parte, fra pratiche relazionali ricche e filosoficamente fondate, che hanno dato vita al “partire da se”, al pensiero della “cura” come metodo politico che  connette strettamente lavoro produttivo e riproduttivo, e, dall’altra, mondo comune, di donne e di uomini, e delle Istituzioni che li rappresentano, l’ho sentito in buona misura superato nelle giornate di Paestum.

A Paestum la storia era respirabile, palpabile. Le giovani – erano veramente tante – hanno reso omaggio al pensiero e alle azioni delle anziane. Ma questa consapevole eredità non mi pare sia vissuta come  un pesante fardello che fa stare con il cappello in mano, sotto il peso di una superiore autorità, come si è visto nella interessante dinamica relazionale e conflittuale fra giovani donne e Luisa Muraro. Ho respirato laicità, pluralità consapevole, lucida analisi dei disastri della Repubblica, con un approccio molto materialistico e non astratto, e una consapevolezza diffusa che la politica va fatta con un mix di radicalità e di realismo. Forse la consapevolezza del come tutto questo sia difficilissimo è minore, ma il desiderio di non mollare è diffuso e forte. E questa è una delle prime virtù di chi si impegna in politica.

Soprattutto le giovani, che simpaticamente hanno detto “anche noi siamo femministe storiche”, perché siamo nella storia, forti della vostra storia e della nostra storia, quella che stiamo vivendo, si pongono appunto il problema di superare lo scarto fra  “il grande femminismo italiano” e la spesso miserevole condizione delle donne italiane, fatta di drammatiche condizioni di vita, di lavoro e di non lavoro, e della legge 194 svilita con la scomparsa dei consultori o con la loro colonizzazione da parte dei vari movimenti per la vita e dei medici obiettori, nella indifferenza o complicità – spesso – di chi opera nelle Istituzioni, donne comprese. E qui c’è il tema molto femminista dei vari sistemi di potere che vogliono il pieno ritorno del controllo sul corpo e sul ventre delle donne. Anche la violenza sulle donne è una grande questione, forse non abbastanza presente nelle giornate di Paestum. Così come è stato poco presente, nonostante i ripetuti richiami di Mercedes Frias, il crescente intreccio fra sessismo e razzismo, e l’esistenza nello spazio pubblico dei movimenti politici dei generi nella loro pluralità. Siamo ancora molto bianche,  occidentali e binarie. E, su questo punto, ancora un po’ fuori dalla storia.

Domanda. C’è materia per un rinnovato movimento del femminismo radicale, che chiama le cose con il loro nome, e cioè che l’autodeterminazione delle donne – e di ogni altro genere – è spesso carta straccia in questo paese, dove il lavoro manca, il welfare è aggredito e scaricato sulle spalle delle donne, ultimo capitolo di un patriarcalismo persistente? Mi pare che le giornate di Paestum dicano di si. E su questo il lavoro va continuato e approfondito.

Perché siamo molto forti sul piano teorico e molto meno nella capacità di incidere nella storia presente?

Un altro aspetto mi ha colpito. Si è parlato molto di 50 e 50 e dei rapporti con SNOQ. Qualcuna dice troppo. Se se ne è parlato molto vuole dire che il problema c’è. Ma direi che è stato affrontato laicamente. Può un movimento che si riassume nel motto “Primum vivere”, con la sua radicalità, limitarsi a questa richiesta che non è femminista ma di giustizia? Certamente no. Ma le donne che si impegnano nelle istituzioni vanno sostenute. Tutte? Va fatta una distinzione: nessuna va ostacolata, ma vanno sostenute le donne che si impegnano in una relazione politica con movimenti di donne, in primo luogo e preferibilmente se ne fanno parte, e, in seguito, vanno sostenute durante e dopo il loro impegno istituzionale. Una posizione molto chiara e corretta, direi, e generalmente condivisa dalla vasta assemblea, pur con diverse sottolineature. Quindi, dal basso all’alto, con “andata e ritorno” e con metodo relazionale continuo, che porti questo farsi della politica anche nelle Istituzioni e ovunque sia possibile.

Questa “andata e ritorno” avrebbe un chiaro significato: la tendenziale coincidenza – di metodo e di forme, prima ancora che dei contenuti che mettono la vita e la libertà al centro – di quella che anni fa un Sottosopra definì “politica prima”, con “la politica seconda”, dove si decide, e dove si decidono  cose non di poco conto, dove si prendono strade che sostengono o meno la vita e la libertà. Il salario di cittadinanza è un obiettivo femminista? Direi di si. Consultori che sostengono le donne, qualunque sia la loro decisione sul loro corpo, anche. Conciliazione nel “doppio si”, o superamento della divisione sessuale del lavoro? Direi che la prima è un obiettivo di giustizia, come il 50 e 50, e il secondo è un obiettivo di radicalità femminista che comincia a piacere a molti giovani compagni che con le loro compagne madri “curano” le/i piccoli e i luoghi e i tempi del vivere. E qui c’è un primo – anche se molto lento – incidere nell’immaginario diffuso, una rivoluzione con tempi lunghi, ma rivoluzione è. Altro passo sarà il superamento della divisione sessuale del lavoro nella cura di tutti i corpi, anche dei corpi vecchi e ammalati. Per non dire del lavorare meno, lavorare tutte e tutti per, appunto, “Primum vivere”.

Queste sono le nuove pagine di storia, soprattutto futura, che ho ascoltato a Paestum. Mi auguro che non sia solo l’anticipazione di un nuovo sogno “impossibile”. Comunque, non è stato sogno ma realtà che per due giorni donne di varie generazioni e da tutta Italia siano vissute fianco a fianco, ognuna con il suo linguaggio,  con Lea Melandri, Maria Luisa Boccia, Maria Rosa Cutrufelli, Luisa Muraro, Lia Cigarini, Alessandra Bocchetti, Nadia Fusini, Letizia Paolozzi, Raffella Lamberti, Maria Grazia Campari, Mercedes Frias. Vado a memoria e dimentico molte. Come procedere? E’ emersa solo una indicazione di metodo, riassunta negli ultimi minuti da Lea Melandri. Non diventeremo una organizzazione. Il suggerimento è di portare il metodo dell’autocoscienza orizzontale ovunque sia possibile, fra donne e anche oltre, e di affrontare ogni nodo politico così, partendo da noi e dalle nostre vite. E di non evitare i conflitti, anzi. Se ci sono nodi, non rimuoviamoli, ma cerchiamo di scioglierli, senza sconti, e con conflitti, quando ci vogliono. Con la consapevolezza su cui Lia Cigarini ha insistito: questo nostro metodo orizzontale e il mettere la vita al centro ha valore universale e non vale solo per le donne. Un nuovo universalismo, finalmente concreto. D’altra parte, nella lettera di convocazione a Paestum si parlava di “rivoluzione necessaria”.  E in questa Italia, in questi giorni, di rivoluzione c’è veramente bisogno. Senza dimenticare che in Italia le rivoluzioni  non ci sono mai state. Messaggio finale: “crescete e moltiplicatevi”.

 

 

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Una Risposta to “Un esercizio a partire da me. Prima, durante e dopo Paestum. Stare nel mondo più di prima”

  1. Laura Cima 17 novembre 2012 a 07:26 #

    Cara Maria Paola,
    sono molto d’accordo sulla tua lettura di Paestum, e anche della ricchezza e dei limiti del femminismo dalla fine degli anni sessanta al primo Paestum. Nel mio libro appena uscito ho sviluppato considerazioni analoghe. Ci sono due nodi politici che vorrei aggiungere a quelli che tu evidenzi e che a Torino abbiamo discusso il 13 Novembre nel seminario Politiche in-differenti: il primo è che vorremmo affrontare l’ingiustizia della nostra insufficiente presenza nei luoghi in cui si decide insieme alla ingiusta distribuzione di risorse e di lavoro: “no taxation without representation” slogan ripreso dalle donne che lottavano per il diritto di voto, e ancora attuale. Il secondo è che il terreno della formazione: tutta la formazione, di donne e di uomini, è in gran parte nelle nostre mani e crediamo che non basti affrontare il tema del lavoro e della cura, intesa nei termini politici di Paestum, se non sappiamo agire coerentemente nella formazione. Abbiamo cominciato a Torino e è emerso che le facoltà scientifiche si stanno richiudendo in un concetto che credevamo obsoleto di neutralità della scienza. L’assessorato regionale ci apre le porte ad un tavolo di confronto, se lo desideriamo: non lo abbiamo chiesto ma ci viene offerto. Abbiamo necessità di un confronto articolato su questi temi con chi ha cominciato a lavorarci prima di noi.

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