A proposito di femminismo, potere, antiautoritarismo

17 Nov

Donatella Proietti Cerquone

La risposta alla domanda contenuta nel post di Maria Paola Patuelli : “Come è possibile che l’Italia, che ha avuto il più grande Partito comunista dell’Occidente e il femminismo più forte, sia ridotta come è ridotta? E dove la condizione delle donne è la peggiore d’Europa?” è , a mio parere, molto semplice  . 
Per ottenerla, però,  sempre a mio parere,  occorrerebbe innanzitutto disgiungere i  termini della questione che posti l’uno accanto all’altro insinuano tra di loro un legame forzoso che a me personalmente genera  grande disappunto.
Non vedo come il comunismo e il femminismo possano essere assimilati ed utilizzati come chiave interpretativa   univoca per analizzare la condizione delle donne. Immagino che si stia parlando degli aspetti materiali di tale condizione, ovvero della collocazione sociale di un soggetto senza tenere conto della sua veste multiforme e che evidentemente comprende anche le appartenenti a quel “femminismo più forte” che per lo meno sul piano simbolico non può essere identificato con “la condizione peggiore d’Europa”, anzi. Ma conosciamo bene le patetiche accuse di elitarismo che alcune donne italiane formulano nei confronti delle nostre teoriche e, per quanto mi riguarda, in questa occasione, intendo tenerle fuori dal discorso essendomi già più volte espressa al riguardo anche in questo blog (post di Laura Cima).
Tra il comunismo e il femminismo, oltre alle rispettive formulazioni teoriche e alle metodologie utilizzate,  vi è un modo totalmente diverso di porsi nei confronti del potere. Infatti la riposta alla domanda in oggetto  per me sta nel fatto che la condizione delle donne italiane non dipende affatto dal femminismo ma dal potere. E dal rapporto che in modo diverso e articolato le donne intrattengono con esso.
All’inizio del suo incarico come segretario generale della CGIl, Susanna Camusso azzardò  la medesima operazione dicendo che i problemi femminili nel lavoro dipendono da un’insufficienza  del femminismo su questi temi.  A quella domanda vi fu una risposta pubblica, ferma e chiarificatrice di Giordana Masotto, che approfitto per ringraziare di averlo fatto. Sul tema del lavoro femminile , infatti, soltanto il femminismo è stato in grado di produrre un’analisi e un lavoro politico, come dimostra l’annosa esistenza di uno specifico gruppo in seno alla Libreria delle donne di Milano che ha prodotto un documento specifico, un Sottosopra,  e la realizzazione di una iniziativa di carattere permanente come l’Agorà  che si propone anche di ricongiungere le diverse anime del femminismo, iniziativa che si pone accanto all’opera, del medesimo segno, della presidente della LUD, Lea Melandri.
Il potere, dicevo. Dalla sua gestione e, prima ancora, dalla sua concezione. Non comprendo come dopo tutti gli sforzi fatti per collocare il femminismo il più lontano possibile da ogni ideologia, oggi, di fronte al manifestarsi più violento del dominio patriarcale (sulle donne, sul pianeta e su ogni vivente)si arrivi a riconfondere tutto e si accosti con tanta naturalezza ciò che insieme non può e , a mio giudizio, non deve stare.
Innanzitutto al partito comunista più grande dell’Occidente vanno attribuiti i demeriti del caso che si possono osservare con grande facilità nella deriva delle sue stesse formulazioni ideali,  per non parlare delle pratiche alle quali va con probabilità attribuita quella deriva e quel fallimento.
Lo stesso non si può dire del femminismo non avendo quest’ultimo formulato alcuna ambizione di potere e anzi essendosene tenuto lontano con tutte le sue forze: da quella teorica a quella delle pratiche. Non solo: le sue formulazioni, come dimostrato anche a Paestum dalle giovani e come scritto nel testo di Lia Cigarini riportate qui da Paola Zaretti, non sono ancora state ridiscusse per essere abbandonate. E poi l’ha detto Melandri: quale nostalgia per qualcosa di vivo? Si ha forse nostalgia del comunismo? Non so, non è un mio problema che comunista non sono riuscita ad esserlo mai. Mi sarebbe tanto piaciuto,anche per “appartenere”a qualcosa,  non ce l’ho fatta e non è questa la sede per parlarne.

La domanda, così posta e che ho visto riportata nel blog di Marina Terragni come addirittura “necessaria”, pone nemmeno tanto indirettamente un’accusa al femminismo in quanto lo ritiene responsabile della condizione femminile nel Paese.
C’è un pessimo modo di usare le parole, di prenderle in prestito in un contesto dove sono in uso piene di valore, dove – Paestum – come  “necessaria” è stata individuata nientemeno che la rivoluzione. Cosa c’è di necessario in una domanda profondamente sbagliata che mescola il femminismo alle ideologie, io non lo so, ma tant’è e poiché dentro di me spinge una reazione continuo a scrivere quel che penso. Mi rattrista questa domanda, mi avvilisce. Abbiate pazienza, partecipo anche  così, anche con i miei sentimenti  a quella che avete definito “autocoscienza collettiva”.
La domanda, dunque,  secondo me non è legittima,  al contrario è  fuorviante ma anche indicativa di un errore di metodo e non solo, come cercherò di dire.
Se l’accondiscendenza al potere in atto ci fa porre nella condizione,  interiore ed esteriore, di nessuna distanza da esso,  direi che la sola speranza che intimamente si coltiva è che incidentalmente ci venga incontro una soluzione all’interno dello stesso sistema (e che un’occupazione o un reddito, per esempio,  “capitino” secondo l’ottica del cavarsela personalmente e non di un agire collettivo e consapevole). Non ci si oppone formulando domande sbagliate, non ci si oppone con il solo mostrare gli effetti (condizioni  peggiori) di una situazione data, gridando allo scandalo allo scopo di  essere incluse nel sistema. Perché vuol dire che si sta solo protestando per un’esclusione, non perché si disapprova quel sistema che, però, si giudica capace di generare l’ingiustizia che si rileva. Vuol dire che non si è concepito nulla di diverso da quel che altri hanno concepito e messo in opera. La prima cosa da fare, e il femminismo lo ha fatto, è capire se quel sistema è come “una città costruita contro di lei” (Lispector, L’ora della stella) e allontanarsene.

Non sto invitando a lasciare il Paese come talune e taluni vanno facendo, ché lo trovo il modo peggiore di affrontare i problemi, sto dicendo che bisogna prendere le distanze da questo potere dal’interno di noi stesse, di non praticarlo, di non circuirlo, di non considerarlo valido, di disapprovarlo, di essere coerenti con il nostro giudizio, di non perdere nemmeno cinque minuti del nostro tempo a lamentarci, di agire. E di pensare. Non replicare, pensare. Non ripetere formulazioni magari ascoltate nei partiti, pensare. E nel pensare, concepire, non solo figli (Franca Carzedda, magnifica!) ché siamo capaci di molto altro. Sottrarsi. Restando al proprio posto, saldamente, e da lì, dal centro di sé, da dove si  parte, esigere rispetto, disubbidire, mostrare soggettività, farla esistere e non regalarla come un dono di poco valore all’altro soggetto che la consuma. Dignità. Altro che dignità o non dignità delle donne poco per bene, poco per male…
La domanda stessa mi suggerisce  un sospetto circa la postazione politica dalla quale proviene: è come se venisse posta da un luogo estraneo ai processi che hanno determinato l’attuale situazione e mi chiedo come si possa formulare dall’interno del femminismo. Mi appare come l’esatto contrario del partire da sé. Mi appare come mossa dalla volontà di criticare qualcosa che non si riconosce come proprio: il femminismo, ma anche il comunismo.
La vocazione antiautoritaria del femminismo italiano, di quello che Lia Cigarini (ed io con lei) ama chiamare “delle origini” è innegabile sia dal punto di vista teorico che sotto il profilo pratico, ne consegue la sua profondissima estraneità al potere patriarcale, unico vero responsabile delle condizioni materiali e simboliche delle donne in tutto il pianeta e che in Italia si è di recente manifestato con virulenza negli aspetti legati all’immaginario e alla collocazione femminile fra quello stesso immaginario e il potere politico.
La verità secondo me è ben altra e va ricercata nell’ubbidienza femminile al potere. Ubbidienza che per esperienza diretta sono in grado di osservare nel cosiddetto “femminismo di Stato”, lo stesso che oggi invoca con un clamore inaudito una presenza quantitativa maggiore di donne nelle istituzioni  e che anche così e anche non volendo alimenta pulsioni di complicità con quel potere.
La riflessione del femminismo delle origini ha avuto la capacità di avvalersi del pensiero femminile più alto come quello, per fare un solo esempio,  di Hillesum per arrivare dimostrare come la libertà sta nella capacità di sottrarsi ad ogni forma di dominio, anche il più (co)stringente. Se le donne italiane si sottraessero con tutta la decisione necessaria ad ogni manifestazione della violenza uscirebbero dalla posizione vittimaria che collude con il potere.

Ma una parte del femminismo italiano chiede di condividere il potere con gli uomini e mi pare che sia  lo stesso che si domanda come sia possibile che un altro femminismo non abbia contrastato il determinarsi delle condizioni di cui parla. Se le donne italiane continuano a subire lo sfruttamento nel lavoro come nella cura e non se ne sottraggono attivamente –non permettendo al potere di trovare più con tanta facilità soggetti sfruttabili – la domanda di libertà non può essere posta a coloro che ne hanno indicato la strada. Possiamo dire lo stesso del  comunismo che ha invece realizzato quello stesso potere contro il quale la sua ideologia si è scagliata? Possiamo ravvedere nella riflessione comunista la stessa presa di distanza dal potere che ha teorizzato e concretizzato il femminismo delle origini?
Da ultimo mi chiedo se è anche moralmente  corretto proiettare fuori di sé questo genere di interrogativi o se invece il fatto stesso di formularli e di porli agli altri, alle altre non sia segno di una mancata volontà di assumere in prima persona alcune responsabilità, prima fra tutte quella di individuare con precisione i soggetti attivi del potere patriarcale, ivi comprese “le donne degli uomini”. E di scovarli, magari, dentro di sé. In alcuni momenti, magari, non sempre…
Insomma mi viene di pensare che questa orribile/terribile domanda ha avuto la forza di farsi per un  paio di ragioni, l’una opposta all’altra.
La prima sta secondo me nella , consueta anche alle donne, illusione di onnipotenza, nel farsi carico anche di ciò di cui non si è responsabili  (il potere è maschile) e di proiettare quell’illusione sulle madri del femminismo . La seconda sta nella consapevolezza della propria complicità con chi ha commesso tutte le ingiustizie che oggi rendono una parte considerevole delle donne italiane delle vittime del potere patriarcale. Non tutte e non coloro che non si sentono tali e non si comportano secondo i dettami maschili. No io. Che sono molto contrariata per questa gestione del potere, la rifiuto, la scovo, la smaschero, la contesto, la rimando al mittente, ogni volta, se non altro con la mia libertà di pensare e parlare diversamente. Non sono sola, né la sola. Ma quella complicità, invece, dev’essere tanto profonda e radicata se genera il bisogno di proiettarla fuori di sé, magari perché la si è praticata, chissà, in un partito, in un incarico pubblico, nell’acquiescenza a un marito, a un compagno, a un ordine.

Allora la domanda giusta per me è:  come mai malgrado la mia autoconsapevolezza  e la mia formazione mi ritrovo così spesso nelle condizioni della vittima e non sono rapida, quanto servirebbe ad uscirne e a manifestare il soggetto che sono?  Lo dico  perché si tratta di una domanda, quella che serpeggiava a Paestum,  che ho sentito talvolta serpeggiare anche dentro di me, ma l’ho abbandonata.

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8 Risposte to “A proposito di femminismo, potere, antiautoritarismo”

  1. marcella 23 novembre 2012 a 22:35 #

    Che piacere e felicità poter leggere parole così “belle, appassionate e intelligenti” A tutt il mio abbraccio riconoscente

  2. Donatella Proietti Cerquoni 20 novembre 2012 a 00:23 #

    Errata corrige (anche se si dovrebbe capire dal senso complessivo del mio commento)
    Io credo che fino a quando non ridiscuteremo insieme, donne e uomini, l’idea di democrazia e le regole per governare, ivi compreso il principio della delega, non possiamo sperare di fare una politica istituzionale, modificando profondamente le istituzioni , senza votare ancora all’insignificanza la differenza.

  3. Donatella Proietti Cerquoni 19 novembre 2012 a 22:29 #

    Grazie per i commenti , l’apprezzamento e, soprattutto, per le questioni poste.
    Preciso a Laura che la formula “donne degli uomini” non è mia ma l’ho sentita pronunciare da Ida Dominijanni per indicare, con l’efficacia che anche tu rilevi, la fedeltà femminile al potere maschile, quel potere che si inasprisce al protrarsi della crisi del maschile. Si tratta di una crisi, quella del soggetto, che ha infatti avuto inizio già alla fine dell’800 e che oggi sembra porre alle donne una domanda di condivisione, anche del potere. Questo almeno è ciò che appare al mio sguardo che cerco, e non da sola e non per prima, di puntare da un’altra angolazione. Così come restiamo spesso allibite/i di fronte al disordine nel quale sono precipitate le regole democratiche, non mi convince lo stesso attivismo femminile che sembra mostrare una fretta inedita nel definirsi soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Si fa leva sul senso di responsabilità femminile.
    Quella fretta mi sembra per molta parte determinata da un’agenda di politica maschile, non soltanto da un autonomo senso di responsabilità verso il bene comune (che si persegue non soltanto con la politica istituzionale) .
    A mio parere occorre rispondere con una riflessione ancora più profonda e radicale sul potere riprendendo la ricchissima teoria prodotta dal femminismo che non possiamo troppo facilmente considerare superata perché siamo di fronte ad una crisi ma, al contrario, cercando di capire come agisce quella riflessione proprio al momento della crisi. Fermo restando il desiderio soggettivo di governare che, però, non può presentarsi con la forza di una pretesa valevole per tutte e che contiene un giudizio negativo verso chi la pensa in modo diverso e non intende schierarsi su fronti contrapposti, su fronti anche estranei, molto spesso, alle donne, agli interessi delle donne. In realtà si fanno propri gli interessi maschili considerandoli ancora una volta neutri-universali. Ma sostenere/non sostenere una donna solo in quanto donna e in rappresentanza di altre, sembra essere uno degli argomenti più urgenti, un argomento della politica delle donne. Ho l’impressione, insomma, non solo mia, che le donne vengano attualmente incoraggiate, ma direi incitate a prendere in mano il governo della cosa pubblica in relazione al fallimento maschile del loro proprio governare. Gli uomini stanno da tempo abbandonando la politica per dirigersi verso mondi più redditizi per loro, come quello finanziario. Gli uomini stanno per essere espulsi dalla politica? Così mi pare si sia espressa Luisa Muraro a Paestum. Lo capiremo tra non molto, immagino. Quello che in questo momento a me preme è continuare a confrontarci in profondità ma con civiltà, quella che spesso si perde perdendosi nei cattivi conflitti, tra donne, soprattutto nel web. Per questo mi fa piacere riportare una posizione di Lia Cigarini che traggo dal capitolo Sul diritto de La politica del desiderio.
    “Chi si espone a sostenere che le donne sono divise, che le donne sono in conflitto, che ci sono politiche diverse, che bisogna giudicare queste politiche, si espone al risentimento, all’attacco sconsiderato. Alcune, nella recente discussione della legge sulla violenza sessuale, hanno detto, ad esempio, che le sostenitrici della querela di parte erano delle poche privilegiate. Appunto questo non è un modo di discutere, bensì di tentare di distruggere l’avversaria e di non produrre nulla.”
    Io credo che fino a quando non ridiscuteremo insieme, donne e uomini, l’idea di democrazia e le regole per governare, ivi compreso il principio della delega, non possiamo sperare, come movimento e come donne che intendono rappresentare tutte le altre, di entrare nella politica maschile senza votare ancora all’insignificanza la differenza.
    E credo che sia arrivato il momento di discutere serratamente al nostro interno su “quali pratiche , quali paradigmi modificare, quale democrazia e dissenso incarnare” (dalle domande di Maria Luisa Boccia alle donne che intendono candidarsi).
    Un’altra riflessione che ritengo fondamentale viene dall’ultimo saggio di Paola Zaretti pubblicato anche in questo blog con il titolo “Di antiche tavole e nuove: Le Ragioni del no, Le Ragioni del sì”. Ne riporto un passaggio per me cruciale.
    “Che cosa c’è al cuore del problema della rappresentanza che può facilitare, attivare e alimentare, nelle donne che se ne fanno promotrici, vere e proprie forme di tifoseria e di violenza nei riguardi di altre donne, in nulla dissimili da quelle maschili? “
    Ho selezionato questo brano a causa di alcune reazioni che ho dovuto registrare nei miei riguardi subito dopo apparso questo mio intervento nel blog per aver toccato il nodo del potere. Al di là del dispiacere personale che quelle reazioni mi hanno procurato ritengo che la riflessione e lo scambio debbano insistere sui nodi e quindi credo valga la pena chiedersi, ancora con Paola Zaretti:
    “ Che cos’è che le genera e alimenta se non il puntuale ossessivo ritorno sulla scena del politico di un nodo irrisolto, di un Sintomo – semprevergine, sinistro, e più resistente che mai – se non il riattivarsi, nella memoria, nel simbolico, di quello scenario di violenza costantemente perpetrata da un disordine simbolico (l’esclusione-inclusione delle donne) che il tema della rappresentanza contribuisce a rendere acuto, tangibile e dolorosamente presente, e i cui effetti negativi non fanno che riflettersi, come in uno specchio, nelle relazioni fra donne?”

  4. Laura Cima 18 novembre 2012 a 08:19 #

    Cara Donatella, il mio invito a leggerti è stato recepito come commento. Nel laboratorio politico produciamo idee di torino lo considereremo come elemento prioritario del nostro dibattito. Molto efficace la definizione “le donne degli uomini”. E se ti trovi, come in queste primarie di fonte a uomini e a una donna che tenta di staccarsi, ma per il fatto stesso che milita in un partito di uomini, ex-comunista e ora liberale (a detta di alcuni suoi esponenti illustri), porterà i suoi voti al segretario di quel partito che fai? Troppe che si definiscono femministe sostengono direttamente segretari di partito, con una complicità che sa di ricerca di briciole di guadagno, tante sostengono il diritto di non voto. Io voglio invece votare ma su un progetto politico che condividiamo. In questo ci sento tutte troppo lente. Grazie comunque delle tue riflessioni e un abbraccio

  5. laura cima 18 novembre 2012 a 06:05 #

    Carissime amiche, ringraziandovi tutte per la vostra partecipazione al seminario di Politiche In-differenti, e in attesa che Paola Costa lo faccia ufficialmente inviandovi anche tutta la documentazione relativa che ci arrivata,mi permetto di suggerirvi di iscrivervi al sito di Paestum che ogni giorno ospita interventi molto interessanti, come questo dell’amica Donatella (che fa parte anche del gruppo femministe su FB). E’ utile che chi di voi lo desidera, anche sulla base della ricca discussione del seminario, mandi un intervento. Un abbraccio a tutte e buona domenica. Laura Cima

    Il giorno 17 novembre 2012 15:41, Primum vivere anche nella crisi: la

  6. Luciano Anelli 18 novembre 2012 a 01:18 #

    io che sono un uomo, con tutti i limiti e le prerogative di appartenere a questo genere, che quindi non può parlare di femminismo d’origine, non partecipato direttamente ma al massimo osservato indirettamente, che ha vissuto le fasi post 68 da una visione, allora la mia, ancora con la convinzione di vivere e condividere una realtà e società neutra, che invece era solo maschile, che da ormai oltre 12 anni cerca di capire, imparare e condividere una visione diversa che parte da principi ed obiettivi diversi, cerco di formulare un mio pensiero che, parte sempre e comunque da una genetica diversa, ma con qualche convinzione nuova e valorizzante, spero.
    Condivido l’asserzione che il femminismo non ha nulla a vedere col potere da cui si è sempre tenuto (tenuta…la donna) lontano e che la situazione attuale è stata determinata dall’uso del potere e dall’asservimento ad esso di alcune donne (vendendo o il proprio corpo con consapevolezza, o peggio la propria mente omologando il proprio io ai servigi del branco di potere maschilista, snaturandosi ed allontanandosi dall’essere donna, pur mantenendone l’involucro e rendendolo appetibile sempre più al branco . però, mi differenzio dal pensare che non si possa modificare il potere , anche concettualmente, facendovi partecipare un numero poderoso di donne. Mi spiego meglio, e mi sono sempre domandato se si possa concepire un modo diverso di “decidere per la collettività” , pur chiamandolo utilizzo del “potere” snaturando ed allontanandosi da quel concetto di “potere” attualmente in uso. Poiché il vivere sociale ha bisogno di parametri di vita in comune che difficilmente si possono delegare al singolo, per la visione diversa che ogni singolo ha , qualcuno deve esserne delegato con forme e metodi tutti da delineare in un paradigma sicuramente altro dall’attuale. In questa ottica un numero sufficiente o paritario di donne non asservite ed omologate potrebbero determinare un cambiamento che nel tempo si avvicinerebbe sempre più al paradigma suddetto. Ecco, perché spero in un numero sempre maggiore di donne, non asservite, nei luoghi di decisione (potere ?) per la collettività, per sgretolare dall’interno un sistema di “potere” dal quale allontanarsi creando sistemi diversi di interessamento al bene comune.
    Se non sono stato chiaro o il mio ragionamento è ancora troppo con visione di genere, mi piacerebbe imparare ancora e sapere dove non combaci con la visione rispetto al femminismo d’origine e a quello attuale. grazie

  7. Donatella Proietti Cerquoni 17 novembre 2012 a 20:42 #

    Grazie a te, Paola, il tuo apprezzamento è per me di immenso valore. A presto, in rete e…in amicizia! E grazie anche di venire qui, del lavoro che fai in rete, dei tuoi scritti, dei tuoi pensieri, del tuo pensiero al quale devo, dobbiamo moltissimo.

  8. Paola Zaretti 17 novembre 2012 a 16:38 #

    Bello, appassionato, profondo,intelligente Che altro dire? Grazie.

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