Non voto donna in quanto donna

22 Nov

Paola Zaretti

Titola  così, in barba, com’è giusto che sia, all’anatomia, l’intervista fatta da Laura Eduati (“gli ALTRI”) alla filosofa della politica Maria Luisa Boccia.
La ripresa di alcuni passaggi chiave contenuti in questa intervista è essenziale per riflettere, una volta di più, sul vecchio tema della rappresentanza, sulle ragioni della centralità che essa va via via assumendo, al di là delle prossime scadenze elettorali, nel dibattito politico attuale, e sui nodi insoluti che, proprio perché tali, rispuntano con prepotenza a segnalare, ora come 25 anni fa – si veda, a questo proposto l’intervento di Cigarini nel Sottosopra del giugno del 1987 La separazione femminile – la ricerca di-sperata di una soluzione impossibile all’interno di un ordine/disordine simbolico in cui non è contemplabile. 
C’è una prima domanda, posta da Boccia,  in via preliminare: un interrogativo sul “senso” delle parole che si vanno moltiplicando e attocigliando, e sui contenuti delle eventuali azioni future che le donne potrebbero intraprendere all’interno delle istituzioni:

In questo svilente panorama istituzionale ha senso parlare della rappresentanza delle donne nella politica? O piuttosto dovremmo prima discutere della crisi di democrazia che investe non soltanto l’Italia ma l’intera governance mondiale? Io credo che dobbiamo chiederci cosa andranno a fare le donne in luoghi che oggi risentono anche della fortissima crisi di credibilità maschile”. (corsivo mio).

Ma ad avere un posto di prim’ordine in quest’intervista e ad essere posta con insistenza, è anche l’importante questione  riguardante il peso valoriale  – personale e politico –  che, in relazione alla doppia  “valenza” della rappresentanza, deve essere riconosciuto a quella specificità soggettiva che viene definita “soggettività sessuata”, “soggettività femminile”:

la prima (valenza) è quella che pone la questione del numero e dunque le cosiddette quote rosa. La seconda è l’autorappresentanza, ovvero donne che non rappresentano le altre donne ma fanno politica partendo dalla propria soggettività sessuata.

Il distinguo qui operato illumina una differenza decisiva fra due diversi “posizionamenti” che le donne, per le più svariate motivazioni personali, possono, di fatto, occupare in ambito politico: la prima, la rappresentanza numerica, non fornirebbe, secondo Boccia, alcuna garanzia: donne come Marcecaglia, Camusso, Fornero non sarebbero in grado, infatti, di esprimere, in quanto tali, “una soggettività sessuata”.
Cercheremo di capire meglio da dove abbia origine l’impossibilità delle donne di esprimere, all’interno dei Luoghi istituzionali del maschile, una “soggettività sessuata” e quali possano essere le conseguenze di tale impossibilità sul piano di un’azione politica efficace e trasformativa di un assetto istituzionale androcentrico e  monosessuato.
Basterà rilevare, per ora, che una soggettività neutra non sessuata è precisamente ciò che caratterizza e definisce il Soggetto(neutro)-maschile-universale.
Ma non è tutto: ci sono donne in parlamento – rileva Boccia – che pur non smentendo l’anatomia, non sono affatto interessate e desiderose di aprire ”conflitti sulla questione di genere” limitandosi a intervenire, piuttosto, su questioni secondarie, mentre “la volontà di rompere la gerarchia maschile”, dovrebbe essere, per una donna che decide di far parte delle istituzioni, “l’aspetto più importante”.
Sic stantibus rebus, si tratta allora di chiedersi se sia ragionevolmente possibile pensare che chi ha accettato, per libera scelta, – donna o uomo che sia – di far parte di istituzioni funzionanti sul primato assoluto di una gerarchia maschile, possa essere davvero interessato/a rompere radicalmente quell’ordine simbolico che sul primato di detta gerarchia ha fondato e costruito se stesso.
Se poi  si indugia, con la dovuta attenzione, sulla giusta insistenza posta da Maria Luisa Boccia su termini come “soggettività femminile” e “soggettività sessuata” – utilizzati in diversi passaggi dell’intervista  –  a colpirci è un dato che solleva il seguente quesito: per quale ragione nel caso della rappresentanza la nozione di “soggettività” risulta priva di ogni specificazione di genere (né di Marcecaglia, né di Camusso, né di Fornero che vengono indicate come donne della rappresentanza e che  pure appartengono al sesso femminile, si può dire infatti, secondo Boccia, che esprimono una “soggettività sessuata”, una soggettività femminile”) mentre nel caso dell’autorappresentanza tale specificazione sessuata assume un peso e un valore decisivi?
La risposta è semplice e riguarda l’ordine simbolico e il suo dis-funzionamento: mentre il Soggetto della rappresentanza previsto e contemplato in un ordine  fallocentrico è sempre, uomo o donna che sia, un Soggetto neutro-maschile (ed è solo in quanto Soggettività neutra-maschile, senz’altra specificazione, che la donna può avere accesso a tale ordine), il Soggetto-donna dell’autorappresentanza, collocandosi all’esterno di tale ordine e risultando ad esso estraneo può, proprio in virtù di questa estraneità, specificarsi come “soggetto femminile”, come “soggetto sessuato”.
Sarebbe dunque in forza di tale estraneità che la “soggettività femminile” potrebbe avere, in un contesto istituzionale, la chance di fare qualcosa d’altro, qualcosa di diverso dall’esprimere semplicemente il parere del partito d’appartenenza, dal promuovere leggi come le quote rosa o dall’organizzare seminari sulla condizione femminile. (Cfr.Boccia).
Spetterebbe dunque  a questo “Soggetto femminile” dell’autorappresentazione – e non a dei Soggetti neutro-maschili della rappresentanza – l’arduo compito di “aprire conflitti sulla questione di genere” e di “rompere la gerarchia maschile” invece che conformare la propria azione politica alla programmazione di progetti puramente emendativi.
Dovrebbe essere questa – così almeno pare in linea teorica – la sfera d’azione Etica e Politica delle donne che si ispirano al pensiero della Differenza,  l’orizzonte d’azione di quei “Soggetti-femminili” che operano attraverso la propria autorappresentazione mentre le donne della rappresentanza si collocano, di fatto, consapevolmente o no, come soggetti neutri inclusi nell’Uno patriarcale cui restano omologate attraverso un inevitabile processo di addomesticamento.
Ebbene, ciò che possiamo ricavare dall’analisi  e dalla presa di coscienza di questi due diversi “posizionamenti” delle donne in relazione al simbolico, è che la guerra fra i sessi, indotta dalla contrapposizione duale del sistema patriarcale riguarda e inquina pesantemente non solo la relazione uomo-donna ma anche la relazione donna-donna nella misura in cui la contrapposizione attivata ad opera del Simbolico in seno allo stesso genere, non è altro, a ben vedere, che la riedizione – in chiave femminile solo anatomicamente parlando – della contrapposizione originaria uomo-donna. Si tratta dunque non già di una doppia contrapposizione ma della medesima contrapposizione che opera e incide a due diversi livelli: uomo-donna, donna-donna.
In altre parole, la contrapposizione che di fatto si produce fra donne della rappresentanza e donne dell’autorappresentazione e la difficoltà delle donne, in generale, a formare un Insieme Differenziato, è l’esito prevedibile di una grande Beffa: è la Beffa perpetrata dal simbolico a danno delle donne e della loro reale possibilità di crescita e di impiego delle loro energie nel diventare una Forza in grado di contare e di incidere politicamente.
Considerare le cose da questo punto di vista, può essere utile per capire se fra le donne della rappresentanza – impossibilitate a rompere, per le ragioni già dette, con la gerarchia maschile – e le donne dell’autorappresentanza – che invece intendono farlo – sia ragionevolmente possibile stabilire un patto politico in grado di cambiare i rapporti di forza e di “portare la Differenza” all’interno di luoghi creati da uomini per uomini e per quelle donne figlie – come Athena – “di solo Padre”.
Se è un errore pensare, secondo Boccia, “che soltanto un maggior numero di esponenti femminili garantisca una politica migliore”, si tratta di vedere se non sia un errore, se non sia fuorviante e soggettivamente e politicamente dispendioso, pensare che le donne animate dal desiderio di autorappresentanza siano davvero in grado, in qualità di “soggetti femminili” – della cui formazione soggettiva sarebbe quantomeno  opportuno  tornare a parlare – “rompere con la gerarchia maschile”.

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7 Risposte to “Non voto donna in quanto donna”

  1. daniela frenquellucci 24 novembre 2012 a 18:24 #

    Sono una donna di 53 anni, sono medico, al mio tempo frequentavo un collettivo femminista. Da sempre mi sono sentita persona, senza limitazione di genere, pensavo di poter contare in quanto capace di fare. Poi col tempo mi sono imbattuta in tante barriere: non posso essere Primario perchè sono una donna, tolgo il lavoro agli uomini,invece di stare a casa e ciò mi determina stress e quindi patologia. Tutto questo mi viene detto ogni giorno e non riesco più a fare il mio lavoro. Se protesto sono uterina, isterica, quindi donna, cioè inadatta a lavorare. Mi pare che ultimamente ci sia stato un inasprimento della misoginia, probabilmente dovuto alla crisi, ma temo che lo spazio per le donne sia sempre più ridotto e credo che debba essere data una risposta. Chiedo che altre donne nelle mie condizioni rendano noto il loro vissuto. Condividerlo sarà sicuramente vincente.
    Daniela

    • Paola Zaretti 27 novembre 2012 a 16:13 #

      Grazie, Daniela, per la tua testimonianza. Credo che ciascuna di noi, in un modo o nell’altro, in ambiti diversi, abbia fatto esperienza diretta di questo vissuto. Eppure questo sapere che le donne con-dividono viene spesso impiegato nella divisione invece che nella con-divisione. Il discorso sarebbe lungo e delicato ma avremo altre occasioni per incontrarci.Grazie ancora.

  2. Donatella Proietti Cerquoni 23 novembre 2012 a 23:01 #

    Propongo invece di superare la “moda” della brevità frequentemente confusa con la sintesi , nel web. Se non si ha la disponibilità di leggere contributi giudicati troppo lunghi si ha la libertà di passare oltre. Trovo che fare la proposta di limitare le parole all’interno di un contesto, il femminismo, che alla parola femminile ha sempre attribuito il giusto valore, sia quanto meno discutibile.
    Magari, poi, un “appunto generale” andava fatto con un poco di stile e di riguardo, sempre auspicabile tra donne, con un proprio post.
    Quanto alla leggibilità credo sia determinata da fattori altri rispetto alla lunghezza, magari dovuti alla disponibilità a comprendere la parola di un’altra.
    Questo blog è caratterizzato da una enorme differenza dagli altri blog anche per l’assenza di aggressività verso le simili e verso gli altri, spero si conservi così.

  3. katia ricci 23 novembre 2012 a 08:01 #

    vorrei fare un appunto generale sugli articoli pubblicati sul sito: sono troppo lunghi e quasi illegibili. Propongo di porre un limite di parole.

    • Rossana 24 novembre 2012 a 11:30 #

      cara Katia… non voglio assolutamente entrare in polemica…. ma ho diverse osservazioni da fare…
      1) questo commeto non ti fa’ onore…. se non hai tempo per leggerli…. non farlo…. e la Dea non voglia che qualcuna fra noi ponga un limite alle parole scritte.. perche’ non si deruba il tempo di qualcun altro, come avviene nei convegni che per forza di cose hanno un tempo limitato…
      2) come e’ brutto avere scritto questa cosa sotto un articolo di qualcun altra…. (articolo che personalmente ritengo bellissimo…)
      3) come sarebbe bello che quella libertà di scelte che ci siamo concesse a Paestum scorresse nel sangua di tutte noi…..

    • Paola Zaretti 27 novembre 2012 a 16:22 #

      Katia quando leggo qualcosa che non comprendo, imputo sempre a un mio limite e non ad altri/e le ragioni di tale incomprensione. E allora provo a leggere e a rileggere e posso scoprire che capisco quel che so già, ciò che già mi appartiene e che, proprio per questo e solo per questo, trova in me risonanza. Quando questo non succede – e capita spessissimo – resto completamente indifferente. Se in te non c’è stata alcuna risonanza mi dispiace ma non vedo come potrei rimediare.

  4. Severo Laleo 22 novembre 2012 a 22:31 #

    Esiste comunque una priorità per “rompere con la gerarchia maschile”.
    Ed è –mi piace immaginare e insistere su questo punto- il superamento
    della struttura monocratica del potere.
    Il monocratismo è l’esito oggettivo, inevitabile, del maschilismo.
    Ed è qui il punto da rompere per una reale democrazia di genere.
    Se la parità uomo/donna non irrompe nel livello monocratico di ogni “governo”,
    la nostra società continuerà a restare imbrigliata nelle antiche strutture di potere
    di produzione maschile.
    La semplice scalata alla parità uomo/donna attraverso le quote rosa
    non scalfisce la struttura maschilista della nostra organizzazione sociale.
    Per aprire una via possibile al cambiamento della società,
    anche nella direzione dell’estensione della democrazia e della trasparenza,
    e soprattutto della formazione di una decisione pubblica
    non più condizionata/dominata da una cultura di genere maschile,
    in tutte le “sedi/posizioni” di natura decisoria di pubblica utilità
    la presenza uomo/donna non può non essere pari, anzi, dovrà essere pari.
    In realtà, il monocratismo, il potere/dominio, cioè, di uno solo,
    pur conquistato per via democratica, è l’esito obbligato del maschilismo,
    con tutte le sue degenerazioni, dal leaderismo carismatico all’uomo della provvidenza,
    e non muta, anche se il monocrate è donna.
    Il maschilismo e la struttura maschile del potere cadono insieme al monocratismo.
    Forse solo il bicratismo perfetto potrà segnare una nuova stagione di democrazia.
    O no?
    Severo Laleo

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