Relazione su Paestum

22 Nov

Licia Roselli

Circa 800 partecipanti, oltre ogni aspettativa.

Niente relazioni, solo liberi interventi non preconfezionati.

Sabato, prima Mattinata in forma plenaria, pomeriggio suddivise in 9 gruppi che hanno lavorato liberamente, scegliendo i temi di riflessione: “Una scelta di metodo che è già politica”. Domenica mattina di nuovo in plenaria.

Organizzazione all’essenziale, niente di “frontale”, tavolo di presidenza vuoto, il microfono che girava liberamente in platea, solo alcune che hanno coordinato tecnicamente i gruppi, tutto è filato liscio, un orologio perfetto che non si è mai inceppato (si è anche riuscite a raccogliere la notevolissima somma che serviva a spostarsi nell’auditorium più grande, data l’affluenza ben superiore al previsto).

Un metodo che è già politica e insegna molto sulla capacità delle donne di autogovernarsi – e quindi di governare – riducendo a zero le sovrastrutture. La cosa andrebbe considerata con la massima attenzione.

Forma del dibattito improntata sull’ascolto e non sul giudizio.

Nei primi interventi prevale l’emozione. Alcune si rivedono dopo molti anni, per altre è una prima volta!

Introduzione di Lea Melandri: “Condividiamo un patrimonio enorme di saperi e pratiche che oggi hanno molto da dire di fronte a una crisi che è iscritta nell’atto fondativo di questa civiltà, nata separando e dividendo: corpo e polis, donne e uomini, riproduzione e produzione, e molto altro. Oggi l’insostenibilità di questo modello è diventata chiara. Noi siamo nate da questa consapevolezza e abbiamo risposte da dare. Il “primum vivere” era già nelle intuizioni del femminismo originario”.

Lia Cigarini, Milano: In Libreria, nel gruppo lavoro e nell’Agorà di Milano, abbiamo parlato e discusso molto della crisi e abbiamo concluso che il cambiamento del lavoro e del mondo, parte, se parte, da dentro la vita di ciascuna/o più che dalla scienza economica. Perciò si è proceduto per tutt’altra strada partendo dalla nostra esperienza di vita e lavoro trovando subito alla nostra riflessione un titolo: primum vivere.

Il PIL, i parametri di Maastricht, che sono una gabbia che produce povertà e infelicità, le stime di crescita economica e come ottenerla non danno risposte utili per correggere i guasti del passato e per progettare il futuro, anzi mai come oggi i cosiddetti saperi degli esperti hanno svelato la loro parzialità e la loro impotenza. Questo lo dicono anche molti economisti critici del sistema capitalistico. Voci che però rimangono inascoltate e prive di efficacia politica perché anch’essi non mettono in gioco la soggettività di chi lavora. Le donne mettono in primo piano il loro rapporto con il lavoro, con la politica ecc. e il senso che danno a quello che stanno facendo, cioè la soggettività. Fino ad ora il lavoro era solo quello comprato e venduto nel mercato, una merce. Lavorando invece dentro la vita si può pretendere da parte delle donne che cambi il concetto di lavoro e di tempo di lavoro. La mia proposta, dunque, è di dire pubblicamente quello che sappiamo su come vogliamo vivere, e sul lavoro necessario per vivere, a partire dalla critica, della evidente unilateralità dell’economia maschile sia di quella dominante che di quella di opposizione, con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce ha un valore universale non è solo delle donne.

La presenza delle donne nello spazio pubblico, donne che la presa di coscienza rende protagoniste, è dunque l’elemento dirompente nel mercato e apre nuovi conflitti sul piano politico e simbolico, quello in cui, più della rappresentanza conta la auto-rappresentazione di ciò che si vive e che si vuole. Le donne vogliono esserci e contare nel mondo anche nei luoghi dove si decide, e possibilmente trovare una misura femminile dell’esserci. Le crisi portano miseria per molti ma possono essere produttive di nuove idee.

Maria Grazia Campari Contesto e conflitto. La capacità esiste, la possibilità concreta non ci è offerta in dono, dovrà essere conquistata attraverso conflitti ad ampio spettro, di sesso e di classe, attingendo energie da esperienze e narrazioni, evitando di accontentarsi del classico piatto di lenticchie rappresentato da esiti di cooptazione subalterna al neutro/maschile. L’attualità mostra il contesto miserrimo della società monosessuata, però mostra anche chiari segni di una capacità femminile di autorappresentare e rendere operanti i propri desideri e progetti, là dove le donne decidono di impegnarsi, ad esempio (non sempre ma spesso) nel mondo del lavoro. E’ una capacità guadagnata con l’autocoscienza e la relazione fra donne, che si può rendere operante nello spazio pubblico più ampio, ovunque si assumano decisioni che influiscono sulle nostre vite. Ho proposto l’avvio di una rete di relazioni orizzontali per dare forza e indirizzo a progetti di modificazione radicale dell’esistente, che richiede di essere destrutturato e ristrutturato

secondo regole diverse, frutto di una pratica politica condivisa, sì che ci sia dato di potervisi riconoscere, almeno in parte. Sul 50/50 ognuna avrà le sue opinioni, ciò che conta è sostenere quelle che desiderano entrare nelle istituzioni con una rete politica di relazioni tra donne, che decida quali siano le priorità per un lavoro di civilizzazione. Non si deve censurare un desiderio che esiste

1 Da note di Marina Terragni, giornalista

Concepisco la rete come luogo di confronto, conflitto, condivisione, movimento trasformativo. Una rete di ricerca e di progetto che renda parlanti diversi punti di vista, che sappia interrogare e mettere a valore esperienze e saperi differenti.

Il bilancio di una generazione imprevista 17 ottobre Angela Ammirati (giovane precaria). A Paestum la differenza tra i femminismi ha assunto anche la dimensione di un conflitto generazionale che si è misurato non solo nella diversità delle pratiche, ma anche nella presa di distanza da dinamiche “dominanti” che pretendono di indicare una ”ortodossia” femminista velata dal culto delle “genealogie materne”. Paestum è stata la rappresentazione plastica di tutto questo ma anche, e spero, il segno di uno spostamento portato dalle nuove generazioni. Certamente il “soggetto imprevisto” (Carla Lonzi) del femminismo che rompe la continuità con la storia è emerso nel racconto di chi ha declinato il primum vivere a partire dalle condizioni materiali e di esistenza di noi precarie; nella storia di chi ha messo al centro il peso di una crisi che nella sua narrazione, nella sua costruzione ideologica ci costringe ad un immaginario luttuoso imprigionato nell’idea di rassegnazione. Il presente per noi esercita un potere performativo che decide non solo delle nostre possibilità economiche, ma anche dei nostri desideri, delle nostre aspettative e percezioni attorno al

futuro, nel quale proiettiamo la nostra voglia di “esserci e contare”. Del precariato sappiamo che non è un ciclo della vita o meglio, per essere più chiare ed evitare declinazioni vittimistiche, una condizione esclusiva delle nuove generazioni. Ne siamo fin troppo invischiate dentro per non vedere che è un dramma che fagocita tutte le età. Ma è una trappola anche circoscriverlo indistintamente a tutti, farne una grande narrazione senza nominare le differenze e le dinamiche che in esso si determinano. Rischia di trasformarsi in un puro artifizio linguistico, se non teniamo in considerazione che noi, che abbiamo trent’anni e un lavoro stabile non l’abbiamo mai avuto, ne portiamo il segno e una testimonianza “differente” anche sul piano culturale. La precarietà non è la nostra condizione ma lo sguardo verso cui guardiamo al mondo, è la nostra Weltanschauung. La crisi, che leggiamo, come crisi della soggettività maschile, non crea per noi solo un vuoto, un lutto da elaborare, ma un’occasione per ripensarsi. “Del tempo indeterminato – ha detto qualche compagna– ne abbiamo solo sentito parlare. Non l’abbiamo avuto e forse nemmeno lo vogliamo”.

Un’affermazione condivisa da molte di noi presenti a Paestum che manifesta il desidero di liberare le nostre identità dall’ opposizione lavoro e non lavoro. Le caratteristiche molli del lavoro contemporaneo ci offrono l’opportunità di poter cogliere la pienezza della nostra esistenza e di sviluppare le nostre capacità individuali. Ai tempi del postpatriarcato, da femministe siamo state a breve lasso di tempo insegnanti, giornaliste, operatrici sociali, ricercatrici, e non vorremmo rinunciare a questa possibilità di un “soggetto in divenire”. Nel reddito di cittadinanza, istanza più volte riecheggiata a Paestum, abbiamo individuato l’alternativa a quel ricatto di fare di noi stesse una risorsa umana. Al doppio sì (sì alla famiglia, sì al lavoro) – sostenuto da un parte del femminismo italiano – noi vogliamo poter dire anche no, scegliere se e quando il momento di compiere una scelta lavorativa. E che sia soprattutto quella che ci piace. Il reddito rappresenta l’opportunità di scardinare e destrutturare il sistema produttivo attuale e di ridisegnare un nuovo immaginario collettivo in cui le nostre esistenze non siano subordinate al lavoro. Di poter elaborare da protagoniste un progetto di vita. Non poniamo nel reddito, la condicio sine qua non di ogni possibilità di autodeterminazione femminile, come è stato scritto in questi giorni. Non consegniamo la nostra libertà alla speranza di un nuovo diritto. La nostra interezza, non si gioca tutta qui, ma anche nella ricchezza della “relazione”, la cui pratica e forza, come il femminismo ci ha insegnato, modificano l’esistente. Ed è questo il significato più profondo che ci

portiamo da Paestum.

Maria Luisa Boccia, risponde ad Ammirati Delle molte e diverse parole dette a Paestum, e scritte prima e dopo, da femministe sulle differenze, tra generazioni (di vita , di pensiero, di pratica), sui conflitti e sugli spostamenti che producono, vorrei scegliere alcune da questo intervento di Angela Ammirati, come punto di partenza per riflettere insieme e trovare punti di convergenza. Le riassumo brevemente, ognuna può facilmente risalire all’ originale: la precarietà segna tutte le età, ma è una trappola farne un indistinto; l’imprevisto della soggettività, nelle più giovani, è che non hanno dovuto decostruire, essendo questa la condizione che le definisce; la sfida è liberare le nostre identità dall’opposizione lavoro-non lavoro. La precarietà, in particolare le nuove modalità di lavoro, i caratteri “molli”, costituiscono un’opportunità, e non solo un condizionamento: rendono le soggettività più mobili, “in divenire”; questo può renderle più docili e adattive, ma anche più “piene” e consapevoli delle loro molteplici capacità ed esigenze. Il reddito di cittadinanza offre un’alternativa di esistenza non subordinata: non è una condicio sine qua non dell’autodeterminazione, non è affidare la libertà ad un nuovo diritto ( e questo è tutto da vedere, dipende dalle pratiche e non dall’obiettivo, se la pratica è (solo) lottare per una legge, sia pure di iniziativa popolare, può risultare proprio quello che non si vuole);

Alcune impressioni generali su Paestum di Annamaria Rigoni (Milano)

La “forma” del convegno:

Sono rimasta colpita dalla modalità organizzativa del convegno: il discorso introduttivo fatto dalle

organizzatrici metteva in luce i desideri delle donne che avevano pensato e realizzato l’evento e apriva al dialogo e al confronto. Uniche regole: il tempo massimo di ciascun intervento (prima 5 poi 4 minuti), e l’educazione nel rispettare l’ordine degli interventi per alzata di mano. Successivamente si è trovata la modalità operativa dello sventolio delle mani come manifestazione di gradimento per evitare la confusione e la perdita di tempo dato dall’applauso. Non c’erano relatrici sul palco e non c’era un programma scandito e definito. Il primo giorno era dedicato alla discussione dei temi generali (prima in plenaria, poi in sottogruppi) mentre la mattina della domenica venivano ripresi i temi del giorno precedente e venivano fatte delle sintesi, in base alla sensibilità e interessi delle donne che intervenivano. (es. la sintesi di Alessandra Bocchetti era diversa da quella di Lia Cigarini, che era diversa da…..).

Elementi positivi di questa forma convegno:

– molte donne hanno espresso liberamente i propri pensieri, il timore di una valutazione distruttiva (i buuuh!!!!) era basso – si sono incontrate donne con pensieri, storie, età differenti, unite dal desiderio di mettere al centro la differenza femminile e di generare nuovo pensiero e azione politica (politica intesa sia come politica “prima”, vale a dire agire per migliorare la società in cui ci si trova che come politica seconda vale a dire partiti e istituzioni)

– ognuna ha avuto la possibilità di apprendere e di formare un proprio pensiero nuovo nell’incontro con le altre, anche se una buona parte delle donne (soprattutto quelle organizzate, penso alla Libreria delle Donne, la Libera Università delle Donne, Città Vicine, le giovani precarie organizzate, ecc.) in realtà era poco interessata ad ascoltare ed apprendere, voleva soprattutto far conoscere alle altre il proprio pensiero.

Elementi critici

– poiché non c’erano argomenti “obbligatori” da approfondire e il numero delle partecipanti era elevatissimo (anche i sottogruppi erano grandi gruppi di 40-50 persone) il livello degli interventi è rimasto a livello superficiale, ognuna diceva qualcosa in base ad una urgenza interna, c’era poco dialogo tra un intervento e l’altro, anche perché dal momento in cui si chiedeva la parola e il momento in cui la parola veniva data passava del tempo

– non era prevista una relazione di sintesi conclusiva fatta dall’autorità che si assumeva la responsabilità di dire all’esterno in modo univoco ciò che era emerso. Questo richiedeva da parte di ognuna la capacità di tollerare l’incertezza, il dubbio. E’ molto più rassicurante se qualcuno tira le fila assumendosi il ruolo di “dare la versione ufficiale” del dibattito, anche quando non si è d’accordo, almeno c’è un oggetto chiaro della propria insoddisfazione e aggressività (difesa di tipo paranoide) . Quando la responsabilità di dare un senso è attribuita ad ognuna il senso di inadeguatezza e l’incertezza possono attivare difese di tipo depressivo e confusivo.

– ognuna ha potuto dire che nell’incontro di Paestum era accaduto ciò che le stava a cuore. La versione di Bruna Miorelli metteva a fuoco la contrapposizione generazionale, la versione di Marina Terragni focalizzava il dibattito 50/50 (dicendo che la Libreria si opponeva all’ingresso delle donne in politica, ecc.).

Ognuna di fatto proiettava sulla scena di Paestum i propri problemi e sentimenti.

– molti fili di discussione interessanti non sono stati raccolti, rinviandoli ad una discussione successiva sul blog, ma chi scrive sul blog? molte donne non lo fanno

– all’incontro c’erano prevalentemente (secondo la mia impressione) dipendenti statali (insegnanti, docenti universitarie, politiche di professione, funzionarie pubbliche, ) o aspiranti tali (tra queste metto coloro che volevano un posto di lavoro nella politica e quelle che chiedevano il “sussidio” di cittadinanza). C’erano alcune sindacaliste, qualche professionista (avvocate, architette) e parecchie giornaliste. L’impressione era che fossero assenti le imprenditrici, e poco presenti impiegate e operaie delle aziende. Questo secondo me determinava un forte legame psicologico con lo Stato, che era sempre presente negli interventi: lo Stato fa, non fa, dovrebbe fare. Anche l’azione della singola era in qualche modo legata allo Stato (entrare nelle istituzioni o non entrarci, chiedere o non chiedere aiuti allo Stato, ecc.) Meno interventi su ciò che ciascuna fa nel quotidiano per rendere più bella e più vivibile la “polis”.

Post Paestum

Le recensioni fatte dalle giornaliste nei giornali e alla radio hanno tenuto conto soprattutto degli interventi delle “big”, probabilmente perché era più facile semplificare la complessità dell’incontro.4

Oltre alle “big” sono state citate le “giovani” e lo scontro/incontro generazionale, ma in modo poco

articolato. Si è così persa la ricchezza del dettaglio, riportando sulla scena pubblica la modalità tradizionale:

ciò che vale è il pensiero di alcune mentre le altre vengono cancellate.

Su 50/50 – donne al governo dal blog, dice Lia Cigarini: “C’è una questione che vi voglio porre, un fatto che si deve registrare: le donne vogliono esserci e contare nel mondo anche nei luoghi dove si decide, e possibilmente trovare una misura femminile dell’esserci (la coscienza di questo è molto più ampia di quello che si crede: i piccoli interventi di cambiamento nel minuscolo là dove arrivano le proprie relazioni, ci sono). ….Fermo restando questa pratica io penso, che bisogna noi stesse slanciarsi in un orizzonte più grande, ad esempio io penso che siano necessarie azioni di rottura e di rivolta e mi aspetto che da questo nostro incontro alcune, molte, tutte escano

con la voglia e la capacità di farlo. (…) Spostamento linguaggio: da luoghi di potere a luoghi dove si decide.”

Il desiderio di governare il mondo (o di conquistare il potere se vogliamo usare una parola vecchia che fa paura) da parte delle donne è stato sdoganato? molto forte è stato il tema del “controllo”

– chi controlla chi?

– su cosa viene esercitato il controllo, sui contenuti o sulle modalità di relazione ?

– i contenuti devono essere “contenuti delle donne” (vedi 194, consultori, nidi, case delle donne, ecc.) o devono essere “contenuti universali” (quale utilizzo delle risorse: per lo sviluppo, per l’assistenza e la cura, per l’ambiente, ecc.)

– a che livello di dettaglio può essere esercitato il controllo, su ogni singola scelta? quanta autonomia viene concessa alle elette?

L’eccesso di pretesa delle donne non fa, forse, l’interesse degli uomini dai quali non ci aspettiamo niente e quindi li votiamo senza vincoli e limiti? mi ricorda la situazione degli uffici occupati in prevalenza da donne, nei quali le donne stesse dichiarano di preferire un capo maschio, perché lo possono disprezzare e cercare di “usare” liberamente, ma alla fine è lui che usa noi per guadagnare di più e fare bella figura.

Appunti di Licia e stralci dal BLOG.

Quel che è certo su Paestum è che dalla storia delle donne e dal loro

rapporto col mondo e poi dal pensiero che intorno a tutto questo ha prodotto il femminismo, c’è molto da

ricavare e da mettere in gioco, per cercare la strada per il futuro.

Il fatto che le partecipanti fossero più di ottocento e le giovani ci fossero, e abbiano fatto i conti col contesto, vuol dire che l’appuntamento ha avuto una grande forza di coinvolgimento. Ha colto un bisogno, un desiderio diffuso. Ma il fatto che si sia discusso molto, da una parte e dall’altra, del cinquanta e cinquanta e quasi niente del declino della rappresentanza vuol anche dire che forse il senso della sfida non è ancora ben chiaro. Prima la pratica femminista poi la rappresentanza?

Le giovani, spesso ragazze, alle prese con i cambiamenti del mondo e con una precarizzazione che invade

lavoro esistenza futuro senso delle cose, hanno portato nel dibattito (sia in plenaria che in tutti i gruppi)

la loro vita segnata da precariato e precarietà. Non a caso sono stati molto ricorrenti i richiami al reddito di cittadinanza. Elemento performativo, la precarietà, hanno detto alcune. Una tendenza che prospetta una vita lavorativa segnata dall’insicurezza per un numero crescente di persone, prigioniere della casualità, dell’incontro col lavoro, della volatilità del posto, dell’incubo dell’impiego a termine.

Non è però tanto la rappresentanza quanto il lavoro (precario) a prendersi la scena, e ben più della sessualità di cui invece si parla poco o niente. Ma qui il lavoro non è solo quello che c’è e quello che non c’è, quello garantito e quello precario, quello fisso e quello intermittente: è prima di tutto investimento di energia e di desiderio, progetto di sé e relazione con altre e altri, realizzazione o delusione, racconto d’esperienza. E’ anche il tema su cui più si affaccia, e si decostruisce, il conflitto generazionale. La condizione precaria, subìta come impedimento all’emancipazione ma anche rivendicata come occasione per uscire definitivamente dal fordismo a misura maschile (Celeste Costantino), traccia la linea dell’identificazione delle più giovani rispetto al femminismo «storico», troppo approssimativamente assegnato all’età d’oro del lavoro e dei diritti. E’ un’identificazione comprensibile, ma che non fa i conti con la precarizzazione del lavoro e delle vite che coinvolge tutte le età (Alisa Del Re). E rischia altresì di imprigionare nella condizione oggettivata del «precariato» l’articolazione soggettiva delle esperienze, delle scommesse, dei desideri che decide delle singolarità, e che può fare la differenza della pratica femminile nel movimento dei precari o nella rivendicazione del reddito di esistenza, che alcune (il gruppo delle «Diversamente occupate») pongono come condicio sine qua non di qualunque possibilità di autodeterminazione femminile oggi. Centrale la co-presenza di donne di generazioni diverse, come ci aiutiamo? La precarietà è intergenerazionale, riguarda le donne di tutte le età.

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Sempre sul tema del lavoro: non erano quasi presenti le donne della produzione (operaie e impiegate) o per lo meno non si sono palesate, c’erano libere professioniste, insegnanti (di tutto il ciclo fino all’università) e vista l’età anche molte “pensionate”. Nei gruppi e in plenaria la rappresentazione del lavoro dipendente è venuta meno, pochissimo se ne è parlato. Pochissime le sindacaliste presenti.

Significativo l’intervento dell’ operaia della Fiat è contenta che ci siano donne con meno di 50 anni; sente cose lontane dalla quotidianità della realtà della fabbrica dimenticata. I contratti di lavoro fatti da uomini che non si occupano della questione delle donne. Le donne al potere hanno il dovere di fare qualcosa, ma non ascoltano. Sentire parlare degli operai infastidisce.

Operaia della Fiat: “Vivo in un ambiente molto diverso dal vostro, non sono venuta con grandi aspettative, spesso sono stata delusa. Oggi l’accordo in Fiat nega noi donne, noi non esistiamo né per i sindacalisti né per l’azienda. Tante sono costrette a lasciare il lavoro per curare i figli o i vecchi, anche se non vogliono.

Le donne che hanno la possibilità di occuparsi di politica non solo possono, ma hanno il dovere di farlo.

Come operaie Fiat abbiamo scritto una lettera ad Anna Finocchiaro per denunciare la discriminazione che subiamo. Lei ha promesso di occuparsene, ma non ha mantenuto”. Luisa Muraro le risponde: “Dalle rappresentanti elette voi operaie non avete ottenuto niente, e allora perché spingete per la rappresentanza? Il movimento operaio ha sempre creduto nella rappresentanza, ma è stato sconfitto. La soluzione non sono le rappresentanti, ma il legame con donne in carne e ossa”.

Le donne migranti: che vogliono essere chiamate lavoratrici della cura e non badanti, chiedono riconoscimento e relazione tra donne native e migranti.

Una donna di Torino afferma che nel lavoro delle donne c’è sempre una quota di lavoro servile.

Sul lavoro e la scuola: le donne hanno prodotto un pensiero bellissimo sulla scuola, che però non è circolato a sufficienza, oggi nessuno lo conosce. La scuola come istituzione è anche peggiorata. Abbiamo portato nelle scuole il progetto della differenza, dobbiamo parlare di ciò che non si vede.

Una donna di Roma: “Sono qui con mia figlia, e questo è un fatto. Ci sono anche grazie alla grande manifestazione del 13 febbraio, che per lei ha significato molto. Mi pare invece che qui stiamo rimuovendo Se Non Ora Quando, e questo volersi ignorare reciprocamente mi dispiace. Quanto al 50/50: è senz’altro qualcosa che ha a che vedere con la giusta ambizione delle giovani donne a un futuro”.

Infine: domanda di beni e risorse nuove, inventare un nuovo modello economico. Un modello diverso della cura e dei consumi, difesa dei beni comuni. Bisogna riportare al centro dell’attenzione il tema di cosa produco e come lo produco. E’ un tema importante, che va condiviso, bisogna aprire una discussione su come/cosa produrre.

Licia, nel mio intervento al Gruppo: C’è la crisi mondiale e c’è anche la crisi della rappresentanza, anche del sindacato che fa fatica a trovare le soluzioni soprattutto di fronte alla perdita di posti di lavoro.

Altrimenti non sarebbero tanti i casi di lavoratori disperati che salgono su torri, gru ecc, che cercano soluzioni estreme, praticamente in solitudine. Il sindacato ad esempio non valorizza esperienze come quelle delle lavoratrici della OMSA che ha visto innescarsi un circolo virtuoso tra lavoratrici e consumatrici che ha fatto leva proprio sul genere. Mentre tutti abbiamo presenti situazioni come l’Alcoa, dove già si sa che non si troveranno alternative. In Lombardia i dati dicono che l’occupazione femminile ha superato il tetto di Lisbona, che le donne hanno mantenuto i livelli occupazionali pre-crisi (forse siamo più adattabili e flessibili??). Dobbiamo cominciare la narrazione delle nostre eccellenze, vedi numero di imprese al femminile che si aprono e che hanno alti tassi di successo (ad esempio aziende MOTECH).

Sulla riforma del Welfare delle pensioni e del lavoro, alle donne è stato chiesto un grande sacrificio, prima alle donne del settore pubblico (in pensione a 65 anni senza che nessuno/a dicesse nulla) poi adesso a quelle del settore privato e autonomo, con un salto immediato e non graduale dell’attuazione ( e il buco nero degli esodati). Le affermazioni governative erano che alle donne sarebbero stati restituiti i risparmi in termini di welfare, agevolazioni di ingresso al lavoro ecc ecc. Non avviene, bisogna inventare modi per rivendicare, anzi chiedere conto a chi ci governa di tenere fede alle promesse date ma soprattutto che

non si stia immobili a vedere il baratro verso cui stiamo dirigendoci in termini di coesione sociale ed inefficienza dei servizi (se le donne lavorano più a lungo non suppliscono al welfare che non c’è).

NOTE A MARGINE

QUESTO TESTO su Paestum ovviamente non esaustivo della ricchezza di interventi e argomenti che sono stati affrontati e nemmeno quanto viene postato sul blog https://primadituttolibere.wordpress.com/. Questa sintesi è frutto delle mie impressioni, di stralci di interventi che ho ritenuto significativi, della discussione che ho avuto con donne con cui sono in relazione da anni, alcune presenti a Paestum. Ma soprattutto è frutto di un fitto scambio di idee e di appunti con Annamaria Rigoni (libera professionista counsellor e formatrice).

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