Breve sintesi dell’incontro “Dopo Paestum” che si è svolto a Napoli il 26 novembre

5 Dic

Stefania Tarantino

A Napoli ci siamo incontrate sotto il segno della contemporaneità. L’età non ha fatto da inciampo, abbiamo fatto riferimento all’intensità di ogni singolo vissuto, siamo partite dalla differenza di ciascuna e dal riconoscimento di un desiderio condiviso, di un nuovo sguardo sull’altra, dalla necessità di un fare comune capace di porre in primo piano un’azione senza appartenenze.

Le appartenenze le abbiamo lasciate fuori perché sappiamo che esse sono lo specchio del nostro femminismo ed emergono in ogni caso dalle parole che diciamo. Navi diverse attraccate su un unico molo: Paestum. Da quel punto di attracco abbiamo provato a dare forma e forza al nostro desiderio nella consapevolezza che è necessario ripartire dalla relazione, dalla situazione attuale e dal luogo in cui viviamo, per trasferire la nostra energia in pratiche concrete e tangibili.
Essere e dirsi contemporanee significa ritrovarsi su un terreno che ci riguarda e ci tocca tutte da vicino: nella quotidianità delle nostre vite, nella qualità delle nostre relazioni, nel nostro bisogno di un sapere che sia anche un sentire, nel modo di affrontare i problemi che sentiamo più urgenti e indicativi della situazione attuale. Contemporaneità significa anche avere il desiderio di non mollarsi, di non lasciare che ognuna si senta isolata e senza un punto di appoggio. Tale è la soggettività politica delle donne.

Siamo tutte femministe storiche perché contemporanee: in questa frase è contenuto tutto il senso di che cosa significa la pratica del partire da sé su cui il femminismo ha lavorato e ha messo in gioco la complessità della vita, di ogni vita. Siamo contemporanee perché ciascuna di noi ha uno sguardo sul mondo, perché ha necessità di misurarsi con il tempo presente.

Ma questo sguardo non può essere fisso, già strutturato: è esposto alla discontinuità di un divenire scandito da pause e da nuove accellerazioni. Se si va continuamente con rotture e accorgimenti tattici di pacificazione non si va da nessuna parte. Restiamo prigioniere dentro le strutture date, ognuna per sé. Se ci mettiamo in relazione è perché invece sappiamo che solo dalla comprensione della molteplicità di prospettive possiamo cogliere il punto del nostro ancoraggio su cui ci siamo incontrate. In questo mare aperto nessuna di noi vuole indietreggiare.

Ci si apre all’ascolto dell’altra senza la pretesa di possedere la risposta, senza la presunzione di offrire una formulazione già chiusa e definitiva. Ecco perché dopo l’ascolto, inteso come esposizione massima di sé, ci siamo dette che bisogna trovare un modo di comunicare, un modo per portare fuori e agire il pieno che sentiamo e che vogliamo riversare nel presente. C’è bisogno davvero di trovare una metodologia che sia in grado di restituire forma alle nostre parole, che sia capace di sciogliere tutte quelle contraddizioni che sono sotto ai nostri occhi. A volte ci separiamo perché si scelgono strade che non comunicano con altre, che non sboccano in una comprensione comune. Ci siamo dette che è necessario arrivare preparate agli incontri che seguiranno. Non per proporre analisi o forgiare nuove ideologie, ma per esercitare una pratica che faccia da antidoto alle ripetizioni, a ciò che si reitera e s’impone come inesorabile.

Conflitto e precarietà

La guerra è all’opposto dal conflitto. Gli uomini conoscono poco il conflitto e molto di più le guerre. Ma le guerre sono sempre illegittime e portano solo distruzione. Cancellano lo spazio necessario alla vita, al suo crescere.
Il femminismo non ha mai significato bombe, ma conflitto. Ha posto una profonda e radicale trasformazione delle relazioni e non solo. Il conflitto continua a esprimersi nei nostri corpi: dice di un altro modo di vivere e di pensare, senza guerra e senza prevaricazione. Esso ci serve perché abbiamo chiaro che non c’è nulla da dover aggiustare. Si tratta di modificare con parole e gesti apparentemente di piccola valenza, ma realmente capaci di andare alla radice.
A Napoli ne va della qualità della vita, del nostro vivere disagiato che però non ha mai rinunciato a quel surplus di energia che conosciamo bene come desiderio gioioso di essere al mondo.
La precarietà è un male comune che riguarda tutte noi, giovani e meno giovani. Se sono precarie le figlie – è stato detto – sono precarie anche le madri e le nonne. Per le donne non è mai stato facile lavorare, scavalcare le gerarchie del potere. Se precarietà significa non avere il posto fisso, oggi siamo tutte precarie. Le donne hanno sempre conosciuto il senso della precarietà esistenziale e materiale e hanno sempre inventato gesti di sottrazione.
Questo primo incontro è servito a rendere manifesto questo desiderio di non voler ricadere nei luoghi comuni per provare a pensare ciò che ancora resta impensato, ed è servito anche a dirsi che, nonostante tutte le nostre differenze, siamo disposte a rimetterci in gioco su obiettivi condivisi per agire fino in fondo il conflitto. Sappiamo che ci sono tanti tipi di femminismo quante sono le donne, sappiamo anche però che sulle cose essenziali è necessario agire insieme, contagiarsi su obiettivi comuni. Praticare la differenza significa agirla. Questa è la responsabilità storica che riconosciamo al femminismo, chiamato oggi ad avere un ruolo di presenza e di riaggancio al presente. Se l’ordine maschile vacilla sotto i colpi di una crisi fortissima, noi siamo nelle crepe e andiamo al cuore della sua vulnerabilità.
Si è affacciata tra di noi la voglia di un dire inedito, non affatto pacificato ma capace di saldare la consapevolezza storica della libertà femminile con i problemi posti dal presente che la nascondono e la opprimono. Molte cose sono purtroppo rimaste fuori dai cambiamenti che ci hanno travolto in questi ultimi anni e molte cose, invece di procedere e di andare avanti, sono tornate indietro. La condizione materiale è imprescindibile nella pratica del pensiero della differenza perché incide sulla nostra stessa libertà. Politica significa individuare dov’è che si viene schiacciate verso il basso e trovare strategie efficaci per sottrarsi e spostarsi su altri piani. La costruzione mediatica del corpo ha ridotto la potenza femminile a un’ossessione erotica. Il nostro vissuto, le nostre rughe, hanno memoria del tempo reale che passa. Lo scorrere del tempo restituisce altra bellezza. Il lavoro delle donne, preso nel senso più largo possibile, è patrimonio, sapere comune nato dall’esperienza.

La percezione culturale si modifica e si trasforma da sé quando le donne hanno la possibilità di fare mondo e quando hanno la possibilità di essere riconosciute in quanto tali. La differenza, la nostra, deve immettersi nel mondo e deve permeare ogni angolo delle nostre città, dei quartieri, delle case. Il mondo si cambia non solo facendo un passo a lato ma mettendosi anche di traverso, creando inciampi al potere. Non nel senso delle rivoluzioni. Abbiamo lucida consapevolezza di quanto le rivoluzioni passate e presenti abbiano tradito le donne. Si è parlato giustamente di sfida: la sfida femminista nel cuore della politica. Le buone idee si presentano affinché gli altri se ne innamorino.
Una buona idea che è circolata a Paestum, forse l’anima stessa delle donne che sono venute a Paestum, è stata quella di legare la crisi ad una nuova opportunità. E qui a Napoli abbiamo molto da dire sulle opportunità date dalla priorità al primum vivere.
Ci siamo lasciate dandoci appuntamento a gennaio. Comunicheremo quanto prima la data del prossimo incontro.

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