Contro la tirannia della sfera pubblica

5 Dic

Lea Melandri

La separazione dalla vita è inscritta nell’atto di nascita della politica come governo del mondo, che l’uomo ha assegnato a se stesso riservando alla donna la cura dei figli e della famiglia. Eppure, neanche lo sfacelo di istituzioni create dalla modernità sotto la spinta di forze democratiche e movimenti partecipativi dal basso, sembra aver incrinato la maschera ferrea della “neutralità” che ha tenuto finora il potere maschile al riparo dell’assunzione di consapevolezza e sguardo critico rispetto alla propria storia. Così può accadere che un fenomeno come il Movimento5 stelle venga letto come un pericolo di caduta per la democrazia e, al medesimo tempo, come  un suo possibile allargamento a strati di popolazione finora indifferenti.

Che si voglia semplicemente dare una spallata definitiva alle vecchie burocrazie dei partiti, sostituendo un ceto politico con un altro, o aprire invece una strada nuova per uscire dal meccanismo inceppato della delega, le logiche dentro le quali si va a collocare sia la contesa che il cambiamento restano quelle del sesso che ha avuto finora in mano le sorti del mondo. Nessuno si chiede come mai ogni rivoluzione che intenda avvicinare i cittadini allo Stato, liberarsi di regole e procedure a vantaggio di relazioni più libere, più vicine alla quotidianità, veda sorgere prima o poi al suo fianco l’ombra minacciosa della tirannia.

La “voglia di andare oltre una democrazia rappresentativa”, pur essendo una sfida promettente, si scontra  -come ha scritto Angela Azzaro (Gli Altri, 2.11.12)- “con il carisma e il potere di un capo”, Beppe Grillo. Un caso, si potrebbe dire opposto, è quello del femminismo che, nell’incontro nazionale di Paestum del 5-6 ottobre 2012, rispondendo a un desiderio analogo da parte di molte donne, ha prodotto la critica più radicale a ogni forma di autoritarismo, di delega, di personalizzazione della politica.

Se la sala congressi dell’Hotel Ariston che ha ospitato in quell’occasione mille donne di età, percorsi, appartenenze a gruppi, associazioni diverse di tante città italiane, non fosse stata ripresa solo di sfuggita dal Tg3, si sarebbe visto subito che si trattava di una modalità insolita di stare insieme “a convegno”: un grande, imponente palco bianco vuoto, nessuna relazione introduttiva e nessuna lista di prescritte a parlare, due microfoni che giravano per la sala seguendo una mano alzata. Confrontato con i congressi di partito, coi dibattiti televisivi, ma anche che le riunioni e le assemblee dei movimenti, dove la presa di parola e la decisionalità sono sempre di pochi, si può dire che il femminismo Paestum ha dato corpo a quello che per la politica maschile è ancora il sogno (impossibile) della democrazia diretta.

“A Paestum protagoniste non erano solo le parole ma i comportamenti: soggettività in azione. Sono stata felice per la caparbietà dimostrata da tutte -donne dei movimenti e donne delle istituzioni, dei partiti- nel voler ascoltare le ragioni dell’altra, malgrado le forti differenze; felice per la fortissima passione politica mostrata; felice per la grande tenuta di democrazia interna, per l’assenza di leaderismo, di prevaricazione; felice per il desiderio soprattutto di venirsi incontro, tracciando d’ora in poi sentieri di cammino condiviso. Felice perché, giovani e meno giovani, ci siamo scoperte tutte “femministe storiche”. (Gisella Modica, Paestum2012.worpress.com)

Se le istituzioni elettive della politica oggi sono depotenziate o addirittura esautorate forse non è solo perché le decisioni che contano vengono dall’economia e dalla finanza. Ci sono altri poteri, meno visibili ma nel tempo lungo più corrosivi, che vengono da tutto ciò che è stato lasciato in ombra dalla civiltà, e che può tornare a farvi irruzione come un corpo estraneo, sconvolgendo equilibri apparenti. Le dittature, le guerre, le persecuzioni, i conflitti sociali, parlano di quel sedimento di passioni umane che la storia ha confinato nella natura o negli interni delle case, a partire dalla relazione tra uomini e donne  e dal corredo di pulsioni, sentimenti, fantasie, bisogni e desideri che abitano l’individuo nella sua interezza. Finché non si da loro parola e ascolto, restano sul fondo come il “mare ribollente, infido, ribelle, delle cose che non siamo stati capaci fino a questo punto di dire” (Asor Rosa).

Insieme al sesso femminile, la sorte di essere inclusa attraverso un’esclusione dalle istituzioni, dai saperi e linguaggi della sfera pubblica è toccata alla soggettività: esaltata immaginativamente da poeti,artisti, filosofi, e, come la donna, destinata all’insignificanza storica.

Perché si possa riportare il “vivere” nel giusto ordine di fini e mezzi  -messa al centro della buona vita, attenzione ai bisogni primari, alla dipendenza e fragilità dell’umano, ma anche creatività, buon lavoro, ecc.-, è necessario un altro scandaloso capovolgimento: abbandonare la priorità  -di valore, di conoscenza- che si è sempre data all’oggettivazione, nella ricerca scientifica, nell’analisi politica e nel senso comune, come se il “vissuto”, l’esperienza del singolo, fosse solo un residuo o un’appendice della realtà sociale .

“Che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con altre/i, fino a trovare la propria singolarità, è la condizione necessaria per ripensare la democrazia”.

“Perché una persona possa orientarsi deve avere una immagine di sé, di quello ch desidera e di quello che le capita. La strada che abbiamo aperto nella ricerca di libertà femminile, con le sue pratiche, può diventare generale: nelle scuole, nelle periferie, nel lavoro, nei luoghi dove si decide”.

(Lettera Primum vivere anche nella crisi. La rivoluzione necessaria. Paestum2012.wordpress.com)

Si tratta dunque di “partire da sé: un Io che sa di essere corpo e di dover fare i conti con i segni lasciati dalle identità e dalle funzioni che il dominio maschile ha assegnato all’uno e all’altro sesso. E’ da lì che, attraverso il racconto e la riflessione fatti in presenza di altre e altri, si possono cercare i passaggi necessari per modificare l’ordine esistente. E’ questa la lezione che viene dalla “ripresa” che il femminismo a Paestum ha fatto del suo patrimonio teorico e pratico, come risposta alla crisi e agli effetti distruttivi a cui può portarci una politica che rinuncia ancora una volta ad andare alla radice dei problemi.

 

Pubblicato su “Gli Altri” il 23 novembre 2012

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