Pratiche Politiche

5 Dic

Donatella Proietti Cerquone
Come femministe  ci stiamo invitando a discutere di nuovi modi per fare politica  che attualizzino le riflessioni prodotte in passato. Teorie che danno luogo a pratiche, come indica questo brano tratto dal capitolo  Sul diritto ne La politica del desiderio di Lia Cigarini.
(…) nei gruppi di donne, almeno è la mia esperienza, in questi venti anni non si è mai votato. La libreria esiste da quattordici anni e le scelte non sono mai state decise con il voto. Non si è usato il principio maggioranza e minoranza. La forma politica che le donne si sono date è  quella di una democrazia del desiderio. Ciò significa che le donne si dividono e confrontano i loro progetti in base, appunto, al desiderio: non sono d’accordo con questa pratica politica, me ne vado e faccio un’altra cosa”. 
Un esempio di questa pratica è la storica separazione del Virginia Woolf di Roma in gruppo A e gruppo B.
Allo stesso periodo risale la mia esperienza in una cooperativa culturale di cinquanta donne, costituita per necessità e non per libertà,  che ho avuto la disgrazia e l’opportunità di contribuire ad amministrare,  dove l’impossibilità di assumere decisioni collettive ha presentato risvolti drammatici ma interessanti sotto il profilo della stessa impossibilità.
Da un lato la difficoltà ad identificarsi con le tracce che si lasciavano di sé attraverso un voto, quasi in perfetto stile isterico, dall’altro la volontà di discostarsi dall’angustia di quelle stesse tracce per cercare  identificazioni più rispondenti al proprio essere differenti,  fino alla paura di scomparire dentro scelte avvertite come forzate e non capaci di dire la propria singolare posizione. Ci sentivamo ogni volta  ridotte da (a) un voto e contemporaneamente pativamo il blocco deliberativo in una condizione non scelta, non scelta due volte: all’atto della costituzione di una cooperativa costrette da una pubblica amministrazione incapace di dar seguito agli esiti di un concorso pubblico e condannate alla precarietà per poter lavorare; non scelta per la costrizione a dover partecipare alla vita di una organizzazione non progettata da noi. Mi sembrava, in quei momenti, che  l’isteria assumesse quel tratto  politico descritto nel lavoro di Luisa Muraro (La posizione isterica e la necessità della mediazione)

.
Sulla opportunità di assumere decisioni con metodi diversi dal voto, qualcosa della cultura politica femminista deve esser passato. Qualcosa, infatti,   è stato abbozzato in seguito e in seno alle nostre riforme costituzionali quando nella gestione della pubblica amministrazione sono state introdotte metodologie di decisione diverse da quelle contenute nella logica ripartitoria quantitativa (maggioranza-minoranza). Tali metodologie si presentano accanto al permanere di  scelte parlamentari – che restano preponderanti –  in cui gli interessi dei cittadini sarebbero rappresentati dai partiti.
Mi riferisco alle cosiddette Conferenze di servizio che consistono nella convocazione di soggetti istituzionali coinvolti di volta in volta a seconda delle tematiche  sulle quali assumere decisione di tipo amministrativo con conseguenze di tipo pratico sulla vita degli amministrati.  Facciamo l’esempio della costruzione di un ponte. In questo caso vengono invitate a presentare il proprio parere le organizzazioni pubbliche le cui competenze riguardano tanto gli aspetti tecnici ( geologici, per esempio) nella realizzazione dell’opera ,  quanto quelle che si occupano della sostenibilità delle scelte medesime (per esempio di impatto ambientale). A l riguardo e per inciso ricordo l’importanza di esperienze nate in ambito femminista  come  quella delle Città vicine che interpretano a mio parere molto profondamente la nuova concezione di pubblica amministrazione laddove per  sua componente legittimata alla partecipazione  e alla composizione delle scelte, si intende qualsiasi soggetto, pubblico o privato che esprima un interesse collettivo. E, sempre al riguardo, vale la pena al momento solo citare le formulazioni sulla democrazia deliberativa come ben illustrate dalla professoressa Marianella Sclavi anche in una video-intervista realizzata dal Centro donne di Bologna, alla quale rimando.
Per tornare al tema. Le decisioni prese nella Conferenza di servizio hanno la possibilità di essere assunte non soltanto secondo l’ottica maggioranza-minoranza ma in base al principio dell’”interesse prevalente”.
Naturalmente la discussione su cosa sia prevalente fra gli interessi rappresentati è molto complicata né sono al momento in grado di testimoniare il grado di praticabilità di questo principio in seno alla metodologia di cui sto parlando e che conosco soltanto indirettamente. Però mi viene in mente che così come l’importanza della sostenibilità ambientale risulta agli occhi di chiunque di vitale importanza, dunque “prevalente”, seppure drammaticamente trascurata, allo stesso modo  lo potrebbe/dovrebbe  diventare in questa fase storico-sociale l’introduzione di una pubblica discussione su quello che si presenta con ogni evidenza,  come interesse prevalente e cioè quello maschile su quello femminile. In questo senso anche il bilancio di genere può essere uno strumento interessante  per la buona amministrazione e forse anche per una politica più qualificata in quanto di occupa di valutare l’allocazione delle risorse che sono frutto dei tributi versati anche da quella popolazione maggioritaria (per numero) che sono le donne e che non vedono soddisfatti, spesso nemmeno presi in considerazione i diritti, in termini di servizi, che ne dovrebbero conseguire. Ma si sa: le donne lavorano gratuitamente, le donne si vedono sottrarre tributi dai loro redditi, le donne possono andare in pensione alla stessa età degli uomini, al lavoro femminile non pagato non viene neppure riconosciuto un corrispettivo in termini di contribuzione valevole per la previdenza.
Tutto questo non trova rappresentazione nei diversi  parlamenti, nazionale e locali, perché la differenza  non è rappresentabile nelle istituzioni maschili nate allo scopo di escludere un intero sesso e che continuano a vivere dell’assolutizzarsi di questa esclusione, tanto che le donne favorevoli alla rappresentanza chiedono di essere “ammesse” alla politica maschile.
Ovvio che a determinare le nostre sorti di cittadini  sono, come ho già detto,  per lo più le scelte parlamentari  effettuate  dalla politica tradizionale, dai partiti,  i quali sono portatori di interessi di ben altra prevalenza che non hanno nemmeno bisogno di essere esplicitati nel pubblico dibattito: penso all’influenza morale e culturale delle istituzioni cattoliche che non si condensano con chiarezza in un partito ma che attraversano molte forze politiche contribuendo in modo determinante a mantenere moltissime donne nella subordinazione al  dominio patriarcale. Per questo la pratica del coinvolgimento di soggetti istituzionali portatori di “interessi prevalenti” è a mio parere ancora un abbozzo di una pratica di governo e di gestione amministrativa del bene pubblico che, tuttavia,  contiene un principio interessante che ci permette di uscire dall’arrogante e insufficiente  modalità di presa di decisione ancora in atto nei sistemi democratici. Quando si prova a mettere in questione la democrazia si incorre automaticamente nell’accusa di autoritarismo ma si tratta di una manifestazione del bisogno di autoconservazione del sistema  maschile e come tale va considerato superando il timore di essere tacciate di antidemocraticità.
Il testo di Cigarini mi fa pensare alla  molteplicità dei mondi che sarebbe possibile configurare se si guadagnasse la libertà di spostarsi altrove ogni volta che il proprio  interesse non può essere considerato “prevalente” in seno alla comunità ma alla quale il confronto civile potrebbe divenire  in grado di assegnare legittimità e diritto a esistere senza assumere la connotazione di minoritario o maggioritario. Le quantità sono in ogni caso anguste come categorie di classificazione degli interessi e sono anche insufficienti a rappresentare la realtà così com’è. La realtà così com’è vede le donne nella società presenti  in quantità maggiore rispetto agli uomini (patrimonio formidabile di forze da sfruttare,  il più significativo dal lato quantitativo!) ma non considera i loro interessi come prevalenti,   tanto da riconoscerli come diritti, come nel caso della retribuzione del lavoro di cura, (anche questo ho già detto), al contrario li occulta  gravemente fino al punto di giocare  contro di noi  come nella riforma previdenziale che cancella, letteralmente, e per mano femminile, il lavoro del nostro sesso.

Annunci

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: