Stare nel conflitto. Senza distruzione, nella pratica di una forza comune

5 Dic

Bia Sarasini

Una pratica del conflitto costruttiva e feconda, questa mi sembra la chiave per comprendere quello che è avvenuto a Paestum, ormai più di un mese fa. Una pratica che apre strade. Per questo preziosa e da comprendere fino in fondo, essendo fin troppo conosciuta – fino a quell’inconfondibile sapore amaro che avvelena vite, relazioni, progetti – l’esperienza del disconoscimento, del rancore, insomma della distruzione.

Perché conflitti ce ne erano- ce ne sono molti. Tra generazioni, sulle forme politiche, sulle strategie e le visioni. Conflitti emersi nella prima assemblea plenaria, e più dispiegati nei gruppi di discussione. Qual è la pratica scelta? Nessuna organizzazione dell’assemblea, nessuna relazione introduttiva tematica, nessuna prenotazione degli interventi, tutti egualmente brevi – cinque minuti – alzata di mano, passaggio del microfono. Cioè nessuna tecnicalità di gestione di gruppo, ma una modalità che ha dato il senso di un corpo comune, di una presenza insieme.

Mi ha colpito subito che il primo intervento – che anche se non è stato ripreso a mio parere ha segnato profondamente il “contesto” dell’assemblea, e ha aperto la strada all’ascolto di quello che è in gioco così come è – sia stato di una architetta che ha detto l’emozione, e il disagio, di trovarsi per la prima volta insieme a tante donne. Poi l’assemblea, sorretta dalla propria pratica – ha trovato i temi e i nodi che la interessavano. Il lavoro, o meglio il non-lavoro, o il lavoro troppo poco retribuito, la precarietà, la rappresentanza e il 50e50, le generazioni.

È questa pratica che ha dato senso all’intervento di Eleonora, che ha detto «ho capito, anch’io sono una femminista storica, siamo tutte femministe storiche». Parole che aprono la strada a una diversa comprensione del conflitto tra donne di diverse generazioni, uno degli ostacoli maggiori ad azioni politiche forti, efficaci. Il che non significa che tutto sia pacifico, che tutte accolgano questa formulazione e le attribuiscano lo stesso significato. È, per l’appunto, una pratica del conflitto, non una banale cancellazione. È questa la pratica in cui si sono trovate in una insolita posizione di confronto visioni politiche opposte, tra chi sceglie di lavorare nelle istituzioni e chi preferisce movimenti, associazioni.

Una pratica che ha permesso di non “sconfessarsi”, ma di riconoscersi, riconoscere almeno il desiderio di ciascuna di mettere in campo –appassionatamente- la propria soggettività, il proprio desiderio. Su strade opposte, che hanno sempre il diviso il femminismo.

Insomma, ritrovarsi diverse, in conflitto, ma senza per questo colpirsi con reciproche maledizioni.

Ma ora, dopo Paestum, cosa avviene? Questa pratica si può diffondere, può aiutare a sciogliere nodi? A trovare le vie per spostare il conflitto, dal “tra donne” ai contesti nei quali si fa azione politica? In altri termini, si può far vivere la forza che viene da questa pratica nella costruzione di un mondo comune? Per le donne, per gli uomini?

Da Paestum è uscita una chiarezza condivisa, mi pare, che può essere utile a tutte. Che nessuna vuole essere l’aggiunta, il puntello di un mondo, una cultura, un’economia – maschile – che cade a pezzi. Che prima di correre in soccorso vogliamo pensarci bene su. Perché qui e ora, c’è da fare.

Una chiarezza che è il risultato delle pratiche messe in atto. Nell’ascoltarsi in profondità, infatti, è successo che pur nel conflitto acceso si è dissolta “la nemica”. Quella figura, quel fantasma che incombe fin troppo nelle relazioni tra donne. Non è che è successo il miracolo, che chi si batte per il 50e50 ha convinto chi lo considera una iattura. O viceversa. Quello che è successo è che è stato possibile pensare che c’è qualcosa in comune. Che sui contenuti è difficile un’intesa, ma che si possono avere pratiche in comune. E attraverso questo mettere a fuoco che quello che interessa non è rassettare il mondo, quello che interessa è trasformarlo.

Ecco, questa mi sembra la via maestra del dopo Paestum, queste sono le pratiche da condividere. Questa è la scommessa, la posta in gioco. Fondamentale è il mutamento della comunità femminista, che ne viene rimescolata, in uno scambio vitale di autorità tra diverse generazioni politiche. Lo è altrettanto il portare lo sguardo delle femministe al mondo comune di donne e uomini. La crisi del mondo fondato sul potere maschile è verticale, non risparmia nulla e nessuno. Qui ed ora non c’è solo da riparare, rimediare, resistere. Qui e ora c’è da cambiare, mutare lo sguardo, le parole, le azioni. Rivoltarsi.

Per confliggere senza distruggere, per stare nel mondo senza diventarne l’ornamento, per affrontare gli uomini che creano e distruggono ricchezze, che fanno e disfano carriere, che più sono in crisi e più pretendono di possedere la misura del giudizio, occorre forza comune.

Una forza che viene – l’ho capito a Paestum, lo si può praticare dovunque – dallo stare nel conflitto insieme, guardarsi, ascoltarsi. La forza che ne viene ha una qualità unica: non ti abbandona, si moltiplica.

Pubblicato su “Gli Altri” il 23 novembre 2012

Advertisements

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: