Un’esperienza di autocoscienza collettiva. È politica?

5 Dic

Maria Paola Patuelli

Riassumo l’esperienza di Paestum in un flash: “l’irruzione della storia” nel femminismo radicale di oggi.

Nelle due giornate di autocoscienza collettiva che hanno messo in scena una inedita dimensione del “partire da sé”, a suo tempo quasi esclusivamente limitata a piccoli gruppi, la storia e un bisogno a volte quasi “urlato” di politica sono entrati con forza. Ho sentito ripetere più di una volta  un “pesante” quesito: “Come è possibile che l’Italia, che ha avuto il più grande Partito comunista dell’Occidente e il femminismo più forte, sia ridotta come è ridotta? E dove la condizione delle donne è la peggiore d’Europa?”.  La mia impressione è che i femminismi radicali italiani abbiano dato un enorme contributo a cambiare la vita quotidiana e personale delle femministe e delle donne dei vari movimenti, ma abbiano inciso molto meno nell’immaginario collettivo. La grande fiducia riposta nella pratica dell’ autocoscienza non ha segnato a fondo la “biografia della nazione”. Siamo ancora qui a difendere la legge 194. I femminismi radicali degli anni Settanta  erano molto sospettosi nei confronti di una legge che poneva limiti alla libertà femminile. Le leggi operano quasi sempre sul “possibile in un dato tempo e luogo”, più che sul “giusto”. Ma quasi sempre operano spostamenti simbolici, nel bene o nel male. La legge 194 è ancora molto lontana da ciò che considero giusto, il tenere le leggi lontani dai corpi. Ma quale sarebbe oggi la condizione delle donne, senza la 194?

Una impressione. I femminismi italiani si sono fra di loro reciprocamente indeboliti  respirando il clima poco laico dello spirito pubblico italiano, con le intolleranze cattoliche da una parte e le divisioni con relativi anatemi delle varie sinistre. E’o non è così? E’ sicuramente più appagante avere relazioni felici con le parlanti lo stesso linguaggio e le pensanti lo stesso pensiero. Questo ha creato scuole filosofiche dove le femministe  italiane hanno lavorato prevalentemente per “il proprio mondo”, ma hanno inciso poco nel senso comunee nelle leggi in senso stretto.

E’ un caso che dell’immagine femminile si sia fatto strame in questi decenni berlusconiani? Una situazione quasi inesistente nei media degli altri paesi. Eppure, nell’Italia dove la mistica della maternità è stata (è?) al top, abbiamo visto di tutto. C’è stata distanza fra pratiche relazionali ricche e filosoficamente fondate, che hanno dato vita al rivoluzionario “partire da se”, al pensiero della “cura”  che  connette strettamente lavoro produttivo e riproduttivo, e mondo comune, di donne e di uomini, e delle Istituzioni che li rappresentano.

Ma a Paestum la storia e il mondo erano respirabili. Le giovani – erano veramente tante – hanno reso omaggio al patrimonio ricevuto dalle anziane. Questa consapevole eredità non è vissuta come  un pesante fardello che fa stare con il cappello in mano, sotto il peso di una superiore autorità, come si è visto nella interessante dinamica relazionale e conflittuale fra giovani donne e Luisa Muraro. C’era laicità, pluralità, lucida analisi dei disastri della Repubblica, con un approccio molto materialistico e non astratto, e una consapevolezza diffusa che la politica va fatta con un mix di radicalità e di realismo. Lo si è visto anche nella discussione sul tema 50e50. Il confrontarsi in modo ampio, ognuna portando la propria parola ed esperienza, è sicuramente un “fare politica” diverso dai riti consunti e  perversi rispetto  alla politica che la nostra Costituzione avrebbe voluto. La Costituzione, in questi anni, abbiamo dovuto difenderla, mentre ci sarebbe stata la urgenza di ampliarne la portata e di fare modifiche “espansive” di libertà. Soprattutto le giovani, che hanno detto “anche noi siamo femministe storiche”, perché siamo nella storia, forti della vostra storia e sotto il peso della nostra, si pongono il problema di superare lo scarto fra  “il grande femminismo italiano” e la spesso miserevole condizione delle donne italiane.

Interrogativo. C’è  materia per la rinascita del femminismo radicale, che chiama le cose con il loro nome, e cioè che l’autodeterminazione delle donne – e di ogni altro genere – è spesso carta straccia in questo paese, dove il lavoro manca, il welfare è aggredito e scaricato sulle donne, ultimo capitolo di un persistente patriarcato? E dove sessismo e razzismo si intrecciano in modo crescente? Un tema, questo ultimo, un po’ troppo defilato nelle due giornate di autocoscienza collettiva.

Direi di si. Mi pare che le giornate di Paestum possano aprire la strada a una dinamica nuova fra il femminismo delle giovani, che chiedono radicalità di contenuti, oltre che di metodi, e le pratiche politiche delle anziane, che necessitano, per rinnovarne il senso, del loro sguardo e giudizio. Sulla capacità o meno del femminismo di incidere nella storia presente le giovani hanno insistito, con l’energia a loro data dal sapere che hanno un tempo lungo da vivere. Anche la diversa percezione del tempo fra “loro e noi” va considerata. Per “loro” l’ autodeterminazione riguarda ogni sfera della esistenza, non solo la libertà sessuale, la piena padronanza sul proprio corpo e l’invenzione di un linguaggio che esprima tutto questo. Le giovani sono libere “dentro”, ma materialmente  molto meno.  Quindi, sono poco libere, come dicevano le donne socialiste di fine Ottocento. Si sentono a metà strada. Non a caso  donne impegnate nelle due giornate di Paestum – ancora forti di quella energia collettiva –  hanno interagito in modo radicalmente conflittuale con la Fornero, in un incontro pubblico a Torino di pochi giorni dopo. E’ politica una politica del quotidiano che critichi e si opponga con “autonomia di giudizio” – da coltivare con un duro lavoro che non finisce mai – ai vari poteri, civili e religiosi,  quando compiono scelte che opprimono, omologano e piegano a forme economiche distruttive o a ideologie oppressive e “ordinanti”? E’ possibile, e come, segnare le Istituzioni e le leggi di vita e di libertà?

Come procedere? E’ emersa per ora una indicazione di metodo – non una agenda – riassunta negli ultimi minuti da Lea Melandri. Non diventeremo una organizzazione. Il suggerimento è di portare il metodo dell’autocoscienza orizzontale ovunque sia possibile, fra donne e anche oltre, e di affrontare ogni nodo politico così, partendo da noi e dalle nostre vite. E di non evitare i conflitti, anzi. Con una consapevolezza nuova su cui Lia Cigarini ha insistito: questo nostro metodo orizzontale e il mettere la vita al centro ha valore universale e non vale solo per le donne. Ora può essere il tempo di un nuovo universalismo, finalmente concreto, consapevole delle differenze e della loro uguale dignità, che acceleri la costruzione di un nuovo simbolico che diventi common sense. Nella lettera di convocazione a Paestum si parlava di “rivoluzione necessaria”. Non dimentichiamo che in Italia le rivoluzioni  non ci sono mai state. Messaggio finale: “crescete e moltiplicatevi”.

 

Pubblicato su “Gli Altri” il 23 novembre 2012

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