Cura, lavoro, rappresentanza. Come procedere dopo Paestum. L’incontro delle donne di Romagna dello scorso novembre

2 Gen

a cura di Barbara Dominichini e Paola Patuelli

Le donne della Romagna (Faenza, Forlì, Ravenna) che hanno condiviso l’incontro di Paestum e Lea Melandri – era a Ravenna per presentare il suo Amore e Violenza in occasione della giornata contro la violenza alle donne – hanno promosso un incontro aperto per raccontare il loro vissuto a Paestum, per dare informazioni, per aprire una riflessione orizzontale, senza introduzioni, senza conclusioni.

Un metodo che a Paestum ha funzionato molto bene, e che sarebbe bello mantenere e diffondere.

Il tam tam che ha preceduto l’incontro è stato efficace. Erano presenti più di 50 donne.

Alcune ci hanno raggiunto anche da Bologna, e la cosa ci ha fatto molto piacere.

C’erano donne di varie associazioni: Femminile Maschile Plurale, Donne CGIL, Donne in Nero, 194 Donne, Liberedonne.

L’assessora alle Politiche e cultura di genere del Comune di Ravenna Giovanna Piaia ha partecipato e condiviso dall’inizio alla fine.

Lea ha portato il suo vissuto a Paestum, sottolineando le cose per lei più significative: l’ascolto in presenza, la centralità del nostro agire che ha al centro l’autonomia del pensiero. A Paestum c’è stato un riavvicinamento fra storie del femminismo da decenni non comunicanti. Un fatto politico nuovo e importante. Agire il conflitto è l’unico modo di tenersi in relazione e – così – riavvicinarsi. Ciò che ha vinto  Paestum è stata di certo l’idea di una pratica comune.

Ci sono in giro per l’Italia alcuni laboratori di produzione del pensiero importanti che sono stati un terreno fertile per l’incontro di Paestum: il Convegno del 12 febbraio scorso a Milano sul tema “Cura e Lavoro” a partire da due diverse posizioni, “Il doppio si” (Libreria delle Donne di Milano) e “L’emancipazione malata” (Libera Università delle Donne); il gruppo del mercoledì della Casa Internazionale delle Donne di Roma; l’Agorà del lavoro di Milano.

Il pensiero femminista ha prodotto tanto pensiero ma la cultura femminista non è entrata a far parte del dibattito culturale del nostro paese. Perché il pensiero femminista è così clandestino?

Anche le donne romagnole e bolognesi presenti a Paestum hanno portato il loro vissuto (Luciana, Maria, Roberta, Paola, Maria Teresa): esperienza di grande valore, si respirava libertà orizzontale, una “meravigliosa pluralità”, da ripetere con un forte radicamento nella storia presente. Le giovani a Paestum hanno chiesto radicalità non solo nei metodi, anche nei contenuti.

Dalle 9.30 alle 12 il dialogo e il confronto sono stati fitti e ininterrotti, con 16 interventi.

Questi i nodi tematici e problematici – in grande sintesi- emersi nell’incontro ravennate del 24 novembre.

Fare Rete

Che fare per avere UN luogo in cui i nostri pensieri circolino e si connettano per avere forti azioni di rete? Problema importante e aperto. I mille siti, luoghi, incontri, saperi non producono il “peso” politico necessario.

Lavoro e cura

La cura del vivere ovunque, nel lavoro, nelle istituzioni, nelle relazioni. Una nuova universalità concreta. Questa è già rivoluzione. Ma i tempi delle rivoluzioni simboliche sono lunghi.

 

 

Rappresentanza e Autorappresentazione

Dubbi, interrogativi, pareri diversi. Il 50 e 50 è un fatto di democrazia, di giustizia, non è un obiettivo specificatamente femminista. Non è opportuno prescindere dai vari diversi contesti per valutare il tema della rappresentanza. Solo se c’è una forte azione politica di Rete fra donne si può votare una donna  “che ci va bene”, altrimenti no. Il 50 e 50 non cambia niente. Il patriarcato è ormai molto sgangherato, ma la condizione delle donne ha fatto passi indietro (legge violenza, fecondazione assistita, consultori e obiettori). Quindi?

Ascolto e reciproco riconoscimento di autorevolezza. Come? A Ravenna abbiamo cercato di aprire un confronto con le donne nelle istituzioni, ma non ci siamo riuscite. Abbiamo sostenuto una donna, Giovanna Piaia, perché con lei abbiamo avuto una relazione politica continua sui nostri temi.

A quali condizioni è possibile dare forza e sostenere le donne impegnate nelle Istituzioni?

Lavoro

Sul tema del lavoro a Paestum c’è stato uno spostamento del pensiero rispetto a quanto elaborato fino a quel momento. Il lavoro non è più stato messo al centro delle nostre vite ma si sono messe le vite al centro del discorso politico sul lavoro. E’ emersa la necessità di ripensare radicalmente al senso della parola lavoro. Questa prospettiva di pensiero è interessante perché avvicina il tema del lavoro precario al tema del lavoro dipendente a tempo indeterminato. La questione principale è proprio il senso del lavoro perché anche nel lavoro dipendente a tempo indeterminato sono stati mutuati molti elementi caratterizzanti del lavoro precario. Oggi il lavoro precario e il lavoro a tempo indeterminato sono molto più simili di quanto possa sembrare, non solo nelle modalità quanto nella considerazione del senso del lavoro. Discutere sulla qualità delle nostre vite e delle nostre vite al lavoro consente di tenere insieme l’insieme differenziato di tutte le tipologie di lavoratrici e lavoratori.

Temi assenti o carenti

A Paestum non si è parlato di ripudio della guerra. Perché? Scontato? E’ un tema delegato alle Donne  in Nero?

La sessualità è stato un tema poco presente, trattato solo in alcuni gruppi. La ragione?

A Paestum è stato molto ai margini il tema delle donne “straniere”. E’ andato in scena un femminismo “bianco”. Una carenza reale, da affrontare.

Continua la tensione, lo scarto fra “uguaglianza e differenza”.

Un dilemma senza uscita?

Per concludere

Mentre nel 1976,  a Paestum,  la sessualità fu al centro, ora l’abbiamo trovata “all’ultimo punto”, nelle plenarie, anche se nel lavoro dei gruppi è stata presente.

In primo piano la precarietà del lavoro, e uno spostamento di attenzione verso la sfera pubblica, con il paradigma della cura applicato alla economia, alle istituzioni, al lavoro (CURA come responsabilità collettiva).

E’ possibile darsi anche a Ravenna uno spazio comune periodico e pubblico di donne come l’esperienza in corso a Milano, l’AGORA’ delle donne, per la valutazione condivisa di problemi, priorità e l’individuazione delle vie politiche per affrontarli, senza escludere punti di partenza conflittuali?

Uno spazio partecipativo, auto responsabilizzante e di interazione con le Istituzioni. Possibile

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Una Risposta to “Cura, lavoro, rappresentanza. Come procedere dopo Paestum. L’incontro delle donne di Romagna dello scorso novembre”

  1. Silvia Motta 2 gennaio 2013 a 11:17 #

    Care amiche, trovo molto interessante la discussione che si è svolta a Ravenna e concordo nel sottolineare come alcuni temi a Paestum siano rimasti in second’ordine o assenti. D’altra parte non si poteva parlare di tutto e nella ‘selezione’ che è stata fatta credo che si sia evidenziato innanzitutto l’urgenza e la necessità di fare quello che voi avete rilevato, cioè “uno spostamento di attenzione verso la sfera pubblica”.
    Dopo tanti anni di femminismo e di approfondite analisi che continuano a restare clandestine, io credo sia arrivato il momento di esporci di più, di dire a gran voce e in pubblico quello che abbiamo capito, che pensiamo e che vogliamo.
    L’Agorà del lavoro di Milano è nato da questa esigenza. La ‘formula’ politica che ha adottato (incontro mensile, interventi non programmati/liberi, qualche volta con tema preordinato, qualche volta no) è ancora un po’ incerta e continuiamo a interrogarci su come renderla più efficace.
    Noto con piacere che uno dei risultati più vistosi raggiunti finora è identico a quello che avete ottenuto voi con la riunione post-Paestum, cioè di ri-connettere persone e gruppi che fino a poco tempo fa non comunicavano tra loro. Naturalmente l’ambizione con cui è nata L’Agorà è più grande, vorremmo che questi incontri diventassero attrattivi e punto di riferimento per molte più donne (e uomini, se lo volessero). Ci stiamo lavorando… Abbiamo visto ad esempio che gli incontri più riusciti sono stati quelli dove la discussione veniva stimolata da chi, in prima persona, viveva una certa esprienza. Ad esempio, le lavoratrici neo-mamme che hanno raccontato come hanno affrontato il problema nel loro luogo di lavoro, oppure le sindacaliste che ci hanno portato il loro punto di vista o le lavoratrici autonome che hanno illustrato i plus e i minus della loro situazione lavorativa (perlopiù sconosciuta a chi non fa parte di questa ‘categoria’). O ancora, nell’ultima Agorà, i racconti e le riflessioni delle giovani precarie.

    Certamente questa esperienza potrà avanzare e diventare davvero significativa se anche altre, in altre città, cominciano a sperimentare – con modi e tempi propri – iniziative politiche di questo genere. Io ci conto e credo in quello che voi dite, cioè che è possibile.

    Silvia Motta

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