Quale democrazia per la terra, per le donne, e per tutti?

5 Feb

Floriana Lipparini

Il dibattito che si è riacceso all’interno del mondo femminista intorno ad alcuni temi chiave, anche a seguito dell’incontro di Paestum, presuppone che pur nelle differenze esista un comune scenario di riferimento. Alcune pensano che il lavoro politico delle donne possa sbocciare al meglio solo nelle situazioni di base, altre invece sono convinte che la “timidezza” nel confrontarsi con i luoghi del potere abbia bloccato la possibilità di contare e di incidere.
Ma c’è un pensiero comune: se le donne insomma, dalla base o dal vertice, facessero le scelte giuste, in questo vetusto sistema politico e sociale qualcosa cambierebbe.
Io invece mi chiedo se vi sia mai stata una “finestra” nello spazio-tempo concesso alle nostre generazioni, in cui fosse davvero possibile sgretolare la millenaria architettura del potere patriarcale usando però gli strumenti e le strutture che questo stesso potere ha costruito e reso universali.
A mio avviso, si tratta di una questione particolarmente significativa in questo periodo. L’inizio fulmineo della campagna elettorale ci sta come al solito ammorbando con quintali di false parole. Si soffoca. Questa volta però abbiamo nelle liste un profluvio di donne (e di giovani), quasi il 50 per cento.
Per alcune è un sogno che si realizza. Ma ecco l’eterna domanda: l’ingresso massiccio delle donne nei ruoli di rappresentanza può cambiare di per sé la natura del potere? Possono queste donne dar vita ad altre forme di potere – condiviso, orizzontale e diffuso – e di democrazia “partecipata”, come si ama dire oggi, senza aver prima decostruito le vecchie idee ricevute sul concetto di democrazia? E infine, un cambiamento nei rapporti di forza tra i generi, lì al vertice, può davvero bastare in una società svuotata di forza e diritti alla base?
Se pure vi è stato un momento magico in cui l’irrompere di alcune donne del femminismo nelle istituzioni avrebbe potuto modificare il quadro, forse appartiene al passato.
…ma i costituenti erano al 96% uomini …
Nel frattempo, mutamenti di portata mondiale hanno preparato il terreno a una nuova era di superpoteri che hanno radicalizzato squilibri e ingiustizie, esasperando al massimo grado la struttura piramidale della società, tipica del patriarcato. Una cupola apparentemente incorporea, da un luogo “centro del mondo” e/o da mille luoghi diversi, decreta i nostri destini attraverso armi di distruzione di massa chiamate secondo i casi debiti sovrani, piani di aggiustamento strutturale, tagli lineari, riforme, “sacrifici”… Armi che colpiscono, direttamente o indirettamente, proprio le condizioni di vita delle donne (ma non soltanto, è ovvio).
Paradossalmente, la massa di donne oggi accolta in considerevoli proporzioni nelle liste elettorali arriva quindi nelle stanze del potere quando ormai quel potere è in gran parte consumato, ridotto a pura obbedienza rispetto a diktat internazionali prevalenti su ogni altro interesse.
Ma ad ogni modo, quale democrazia, quale sistema andrebbero le donne a governare? Basta la nostra Costituzione, senza dubbio una delle più avanzate, a disegnare un mondo che ci rappresenti? Oppure inevitabilmente persino la nostra Costituzione rispecchia un impianto patriarcale, un sistema obsoleto, un’idea di democrazia assai lacunosa?
Dopo oltre mezzo secolo il mondo è molto cambiato. Nel 1948 la rivoluzione portata dal femminismo nella società non era ancora iniziata. La questione energetica, la necessità di tutelare il pianeta e i cicli naturali erano di là da venire, anche se già si moltiplicavano le speculazioni, gli sfruttamenti e le rapine di risorse da cui è nato il disastro ecologico che ora ci sovrasta.
Nemmeno la globalizzazione era chiara all’orizzonte, eppure è un processo che ha modificato in profondità tutti i rapporti di potere locali e internazionali. Per non parlare dell’informatica che della globalizzazione in un certo senso è il principale strumento, avendo cancellato in un colpo solo i limiti umani di tempo e di spazio.
Queste nuove, sconvolgenti realtà non sono contemplate nell’idea corrente di democrazia, praticamente immutata nei suoi principi base, ma condizionano le nostre vite e richiedono un cambio radicale nella visione del mondo e della politica.
Come dice Vandana Shiva “…le riforme economiche portano alla sovversione della democrazia e alla privatizzazione del governo. I sistemi economici influenzano i sistemi politici. Il governo parla di riforme economiche come non avessero nulla a che vedere con la politica e il potere.
Parla di tenere fuori la politica dall’economia persino quando impone un modello economico ricalcato sulle politiche di un particolare genere o classe. Le riforme neoliberali operano contro la democrazia […] Un’economia di deregolamentazione del commercio, di privatizzazione e mercificazione dei semi e del cibo, della terra e dell’acqua, delle donne e dei bambini, scatenata dalla liberalizzazione dell’economia, degrada i valori sociali, aggrava il patriarcato e intensifica la violenza contro le donne”.
Qui Shiva parla dell’India, ma a me sembra che la sua analisi riguardi ogni luogo del pianeta, compreso il nostro Paese. E mi sembra che il suo pensiero contenga numerose indicazioni per costruire un’agenda di temi che davvero sconvolgerebbero l’ordine patriarcale. Da tempo Shiva articola il suo pensiero attorno a una filosofia politica che in sintesi chiama “democrazia della terra”, una definizione che a me piace molto e mi convince perché ha un sapore corporeo, concreto, aperto e inclusivo. Un modello nuovo di democrazia per cui varrebbe davvero la pena di impegnarsi e lottare. Come si potrebbe declinare nei nostri territori? Da cosa iniziare?
Ad esempio dall’equa divisione fra uomini e donne del lavoro di cura e del lavoro di produzione; dalla rieducazione dei maschi al rispetto del genere femminile e delle diversità, a partire dalla scuola materna; dalla riconversione ecologica di modelli e tempi di vita; dalla salvaguardia rigorosa della salute, dell’ambiente, del territorio, delle risorse non rinnovabili; dalla restituzione dei beni comuni alla gestione collettiva; dalla revisione radicale del ruolo delle banche e delle istituzioni finanziarie; dagli investimenti per la scuola, la cultura e l’arte; dal rifiuto delle guerre e delle armi; dallo smascheramento delle nuove forme di colonialismo e schiavismo…
Sono temi che qua e là nei programmi di alcune liste civiche e della sinistra più radicale si trovano, ma finora non ho sentito parole di candidate che li mettano tutti con forza in primo piano, impegnandosi a lottare per attuarli ad ogni costo.
Peccato, perché in questo caso l’ingresso delle donne nei palazzi delle istituzioni avrebbe finalmente senso. Secondo me, naturalmente.

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4 Risposte to “Quale democrazia per la terra, per le donne, e per tutti?”

  1. Paola Zaretti 21 febbraio 2013 a 08:08 #

    Bello, profondo, grazie Flo.

  2. Lucia Li Pera 9 febbraio 2013 a 04:38 #

    Mi pare che i due interventi di Lea Melandri e di Floriana Lipparini siano stimoli importanti per la discussione, non perché antitetici, se pur differenti, ma per il fatto che danno punti di vista integrabili e condivisibili da molte di noi.Lucia

  3. Maria Luisa Gizzio 5 febbraio 2013 a 20:39 #

    Sono d’accordissimo. La presenza di tante donne non mi tranquillizza: anzi! Infatti sono d’accordo che la massa di donne oggi accolta in considerevoli proporzioni nelle liste elettorali arriva nelle stanze del potere quando ormai quel potere è in gran parte consumato, ridotto a pura obbedienza rispetto a diktat internazionali prevalenti su ogni altro interesse.
    Non solo: ritengo che il sistema simbolico nel quale tutte/i siamo immerse/i non mi garantisce una reale differenza di desideri e di comportamenti fra una donna e un uomo di oggi.
    Concordo sulla ispirazione a Vandana Shiva necessaria per modificare un modo di fare politica. Credo che se le donne, insieme ad alcuni uomini, si mettono insieme a partire da quelle ispirazioni che indica l’autrice necessarie per un programma elettorale, debbono elaborarlo e dare indicazioni a chiunque all’interno di movimenti, ma anche di formazioni politiche già presenti che quelle sono le impostazioni da dare nei programmi elettorali. E proporle con forza ovunque sia possibile.

  4. Fiorella Cagnoni 5 febbraio 2013 a 18:06 #

    Mi fa ragionare, quello che scrive Floriana Lipperini. E la ringrazio. Aggiungo qualche altro spunto per la riflessione, a partire dalla condivisione con Floriana di una impostazione più in cerca di risposte che dispensatrice di certezze.
    Credo in molte condividiamo esperienze negative del sostegno al desiderio di donne di portarsi nei luoghi del potere governativo statale. (E loro, esperienze negative del nostro sostegno). Da un lato.
    Dall’altro credo in molte condividiamo oggi la sensazione o la speranza o l’illusione che questa sarà la volta buona per liberarci dello stile berlusconista e passare ad altro e che in questa contingenza più donne pensanti ci saranno anche nei luoghi del potere governativo statale e meglio sarà.
    Io concilio in me queste due posizioni ragionando così: passare ad altro, cosa? A un altro ordine di rapporti?! No, non esageriamo. Passare a un altro stile. Che resterà – lì come nel paese – governato più dalla mediocrità maschile che dalla sapienza femminile, ma da una mediocrità maschile più costretta a interloquire con la sapienza femminile.
    Come accade nel paese reale, questa “costrizione” potrebbe favorire le candidate elette che di quella sapienza siano certe, con quella mediocrità siano non aggressive ma irremovibili, che come ha scritto Bocchetti qualche giorno fa siano intenzionate a “restare donne”.
    Oggi le candidate con cui sono in relazione mi pare abbiamo quella certezza, quella pratica, quell’intenzione. E mi rallegro che proprio loro possano provare a concorrere a far forse correre e cambiare quell’altro stile. Forse. Concorrere a.
    Io ho fiducia, scommetto – che stavolta le candidate elette con cui siamo in relazione (le altre non so, ci sarebbe soltanto da sperare che diciamo riconoscano l’autorità femminile o almeno abbiano capito cos’è) manterranno con noi e noi con loro lo stesso o migliore rapporto di quel che abbiamo ora. Minimo, discreto, eccezionale che sia per ciascuna con ciascuna. Dico che sarà già un buonissimo risultato se la loro intelligenza la loro presenza a noi non svaniranno nell’icona più temibile della mostruosa “millenaria architettura patriarcale” e la nostra intelligenza la nostra presenza a loro non si paralizzeranno nell’unico altrove in cui parrebbe inutile seguirle. Per me, per la mia vita, sarà già una piccola rivoluzione. E magari aiuterà loro a praticare con tenacia anche alla Camera o al Senato la politica a cui sono abituate con noi. E da lì ricomincia il giro, senza esagerare nelle aspettative e senza esagerare nel pessimismo.
    Direi “fiducia quanto basta”.
    Si chiede Floriana se le candidate elette sapranno “dar vita ad altre forme di potere”. Mi pare troppo chiedere. Io mi contenterei di meno.
    Perché nel frattempo, mentre le candidate elette vanno là – noi continuiamo a far “sbocciare al meglio” le nostre pratiche in tutti gli altri luoghi.
    Le due cose insieme non faranno contraddizione. Mi sbaglio?

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