Il numero non basta! Ma serve di Anna Picciolini

11 Feb

Intervento all’incontro di Bologna del 9 febbraio

Ho aggiunto alle cose dette a Bologna una prima parte di ricostruzione della presenza femminile nel Parlamento, che avevo omesso per stare nei tempi.
Come ha detto Lea Melandri, “il numero non basta”. Ma, aggiungo io, serve!
Serve, per portare nelle istituzioni in maniera efficace pensieri e pratiche di donne.
Traccio qui una breve cronologia ragionata della presenza femminile nel Parlamento italiano. La prima volta che questa presenza supera il 10% (toccando alla Camera, e solo alla Camera, il 13%) sono già passati 40 anni  dalla concessione alla donne del diritto di voto. E’ il 1987: il femminismo ha quasi 20 anni, cominciando a contare dagli anni’70, ma ne ha molti di più se si considera tutta la storia del movimento delle donne, dalla seconda metà del secolo XIX.
Dietro a questo dato del 1987 ci sono la carta delle donne del Pci e, prima ancora, l’incontro fra femminismo e ambientalismo dopo Chernobyl. Durante la prima metà di quella legislatura ho lavorato come collaboratrice di un gruppo parlamentare partecipando alle attività di un gruppo che si chiamava “interparlamentare donne” che comprendeva deputate e senatrici del Pci e della Sinistra indipendente (aperto alle collaboratrici). Di quella vicenda ho ricordi buoni, in particolare sul percorso che portò alla presentazione, da parte di Mariella Gramaglia, di un interessante emendamento alla legge sulla violenza sessuale allora in discussione. La legge fu approvata anni dopo, in un testo che di quel percorso non teneva molto conto, forse anche perché a una relazione politica fra donne, costruita su progettualità condivise, si erano sostituiti improbabili rapporti trasversali fra donne “in quanto donne”.
Cinque anni dopo, nel 1992, l’abolizione della preferenza multipla e la  messa in discussione delle clausole antidiscriminatorie all’interno del Pci, ormai Pds, hanno come effetto un ritorno delle percentuali ai modesti valori precedenti. Non capirò mai perché quella prima esperienza di strumenti tesi a favorire una presenza delle donne nelle istituzione sia stata discussa e sostanzialmente bocciata da una parte delle avanguardie del femminismo, prima ancora che finisse la legislatura e che fosse possibile misurarne gli effetti.
Nel 1994 il nuovo sistema elettorale prevede una quota eletta in collegi uninominali, e una quota eletta in maniera proporzionale su liste formate alternando un uomo, una donna. Questo favorisce un aumento della presenza delle donne, che, alla Camera, sfiora il 15%. Ma nel 1996, con lo stesso sistema elettorale, senza l’obbligo dell’alternanza nelle liste, si torna a superare di poco il 10%.
E’ in questi anni che, a mio avviso si vede bene come il numero non basti.

Non soltanto perché molte delle donne elette vengono da percorsi politici neutri, non soltanto perché, soprattutto dopo tangentopoli, sono chiamate a sostituire politici maschi impresentabili, ma anche perché la riflessione sul tema all’interno del femminismo dà luogo a diverse linee di tendenza, fra cui assume una certa rilevanza quella che vede nella politica istituzionale (denominata seconda) un ambito poco interessante per le donne, che preferiscono invece la politica (denominata prima) che si svolgerebbe nelle associazioni, nelle università, nella società.
Assume altrettanta rilevanza però, divaricandosi da questa, la linea che vede nella presenza delle donne, in tutti i luoghi in cui si decide, un obiettivo in sé, linea che si era articolata per lungo tempo nella richiesta di clausole antidiscriminatorie, o di quote e che approda alla fine, con un vero e proprio salto di qualità, nella richiesta di una presenza paritaria (50&50), contenuta in una proposta di legge di iniziativa popolare su cui nel 2007 l’Udi avvia una raccolta di firme.
Pur con una certa confusione la richiesta acquista consensi. Credo che si possa attribuire, non alla campagna dell’Udi in sé, ma alla immediatezza con cui la richiesta trova riscontro nelle donne impegnate nella politica istituzionale, il fatto che nelle ultime due elezioni il numero delle elette è salito, superando, sempre alla Camera, il 21%.
Parlo di confusione, perché molte e molti sembravano e sembrano ignorare l’affermazione che accompagnava la proposta: “non stiamo parlando di rappresentanza di genere, perché noi non vogliamo che le donne rappresentino le donne ma che le donne esercitino un diritto costituzionale: la possibilità di essere candidate ed eventualmente di farsi eleggere per rappresentare uomini e donne”.
Ecco, riparto da qui, per fare alcune affermazioni: a me, come cittadina, non interessa la rappresentanza delle donne, o la rappresentanza di genere, ma il “diritto delle donne a essere rappresentanti”, un mero fatto di giustizia; a me, come femminista, interessa costruire una rete di relazioni fra le donne fuori e dentro le istituzioni, con le donne femministe, in primo luogo; ma siccome ho del femminismo una visione plurale, penso che ce ne siano più di quelle che ri/conosciamo, quelle che sentono di essere tali, quelle che non aspettano, giustamente, una patente di femminismo rilasciata da noi…
Obiettivo immediato e nello stesso tempo condizione di possibilità per una presenza significativa di donne nelle istituzioni è un radicale cambiamento delle forme della politica. Di fronte alla crisi dei partiti questo è ancora più necessario. E’ il motivo per cui sto dentro A.L.B.A., che prova a inventare e praticare meccanismi decisionali diversi da quelli gerarchici e patriarcali. Anche se per ora i risultati non sono brillanti!

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Una Risposta to “Il numero non basta! Ma serve di Anna Picciolini”

  1. Barrett 18 febbraio 2013 a 15:10 #

    I really Think that blog post, “Il numero non basta!
    Ma serve di Anna Picciolini Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria.
    La sfida femminista nel cuore della politica” was just right!
    I actuallycan’t agree along with you more! At last appears like Idiscovered a internet site really worth looking through. Thanks for your effort, Seth

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