Lettera aperta alle candidate di Lea Melandri

15 Feb

Intervento all’assemblea di Bologna del 9 febbraio 2013

Comincio con  alcune considerazioni critiche, poi cercherò di essere più propositiva. Quello che mi colpisce è che chi ritiene importante la  presenza delle donne in parlamento  -e più in generale nei “luoghi dove si decide”- lo fa, nella maggioranza dei casi, sulla base di un’idea di “democrazia paritaria”, “pari opportunità”, adempimento del mandato costituzionale contro le discriminazioni. Ciò significa che, dopo mezzo secolo di femminismo –in cui si è parlato di divisione sessuale del lavoro, femminilità e maschilità come costruzioni della visione del mondo di un sesso solo -,  il rapporto uomo-donna viene ancora visto come “questione femminile”: le donne rappresentate come un gruppo sociale svantaggiato, un “genere” debole da tutelare, o da valorizzare. L’idea della “cittadinanza incompleta” delle donne e quella che le considera portatrici di “rinnovamento morale”, di una “missione civilizzatrice”, sono le due facce della stessa medaglia, si collocano entrambe dentro la visione maschile della donna: soggetto debole da proteggere, oppure “risorsa” di umanità, o, più prosaicamente, manodopera di riserva per incrementare la produzione. Un femminile, perciò, che ancora si definisce “in relazione” e “in funzione” del sesso che si è posto come misura del mondo. Si torna, di fatto, a una posizione che abbiamo sempre criticato: la rappresentanza di genere, e “genere”, come sappiamo e come ci conferma questa campagna elettorale, è sempre e solo il sesso femminile.

Io so che molte candidate hanno una consapevolezza maggiore di quanto appare dai loro programmi elettorali, per cui la domanda è: perché, quando si entra nei luoghi istituzionali della politica, o in quelli di maggior potere del mondo del lavoro, non si può dire che lo si fa anche per portare cambiamenti a regole, linguaggi, modi, tempi, strutture di potere, che sono state create in assenza delle donne, fondate sulla divisione tra ciò che è politico e ciò che “non è politico”, tra cittadino e  persona, sfera pubblica e vita privata,  confini che sono saltati da tempo? E’ qui che viene l’altro interrogativo: quanto pesa il modo con cui si arriva a occupare ruoli istituzionali, oltre, naturalmente, alle difficoltà che si incontrano una volta entrate? Le due cose mi sembra che siano in stretta relazione tra loro. Le difficoltà cominciano, a mio parere, in quella anticamera del parlamento o dei consigli regionali, provinciali, comunali, che sono i partiti.

Quando mi si offrì la possibilità di  essere eletta, ai tempi del governo Prodi, rifiutai per ragioni diverse, ma per una in particolare. Ho sempre pensato che il declino della forma partito sia cominciata da molto tempo. Era già evidente fin dalla fine degli anni ’60, tanto che giustamente movimenti come quello antiautoritario nella scuola e il femminismo furono visti come “sintomi” della crisi della politica ed “embrioni di un suo ripensamento” (Rossanda). La spinta che veniva dal basso e da soggetti imprevisti come i giovani e le donne i partiti, grandi e piccoli, parlamentari ed extraparlamentari, l’hanno sempre osteggiata, sentita come una minaccia. Chi non ricorda le accuse al femminismo di “rompere l’unità di classe”? Quando hanno capito che il processo era inarrestabile, che entrava in crisi la rappresentanza sotto la pressione di una richiesta sempre più diffusa di democrazia partecipata, la scelta di emergenza che hanno fatto è stata quella dell’ “inclusione”: cooptazione dei o delle leader dei movimenti. Le conseguenze erano evidenti: voleva dire dare un avvallo alla “strumentalità”, al posto di una pratica di relazione, confronto e scambio; mettere la persona “scelta” in posizione di dipendenza e gratitudine; permettere alla parte maschile, quando fossero state elette delle donne, di potersi sottrarre a un interrogativo su se stessi e sulla civiltà che porta la loro impronta storica.

Qualcosa di simile, purtroppo, mi sembra sia accaduta anche nella scelta di Vendola di candidare  donne che conosciamo per il loro impegno nel femminismo. Presentate dal leader di Sel come “femministe”, accanto a candidati “ambientalisti” e “pacifisti”, è chiaro che avrebbero finito, sia pure contro le loro intenzioni, per essere viste come “rappresentanti” di un movimento. Se siamo state così critiche sulla rappresentanza di genere, lo siamo ancora di più su quella del femminismo, che non è mai stato o voluto essere un soggetto politico omogeneo.

 

Vengo alla parte propositiva. La tendenza all’ “inclusione”, che stiamo verificando in questi ultimi anni, non si nega che sia il risultato delle lotte delle donne. Ma, nella forma in cui si manifesta, è visibilmente anche la necessità di un sistema politico ed economico, di un modello di sviluppo e di civiltà in crisi, bisognoso di risorse meno usurate: donne, giovani, e, meglio ancora se donne giovani. Perché non approfittare di questa occasione in modo diverso da come ci si aspetta da noi – estendere alla sfera pubblica il sostegno, la cura materiale e morale che finora è stata data all’uomo nel privato-, e portare invece in luoghi segnati storicamente dalla separazione tra politica e vita, se non la pratica del “partire da sé”, quanto meno un “pensare differentemente” (Boccia), uno sguardo critico sui meccanismi del potere, l’attenzione ai cambiamenti possibili. Lo slogan degli anni ’70 è stato: “modificazione di sé e del mondo”. Sul “sé” molti spostamenti sono avvenuti, sull’orizzonte più ampio della vita sociale e delle sue istituzioni, molto resta da fare. Eppure ci sono donne, femministe, che hanno saperi, competenze, collocazioni professionali di rilievo pubblico, con cui non sarebbe impensabile uno sforzo comune, teorico e pratico, per uscire dalle secche di una politica in via di dissolvimento, insidiata dalla demagogia e dal populismo.

I luoghi dove portare avanti questa riflessione comune non possono essere che quelli creati in autonomia dalla relazione tra donne. E’ una scelta diversa, evidentemente, da quella più conosciuta dei resoconti a cui sono tenuti i parlamentari, in virtù del loro mandato, diversa anche dalla creazione di una rete di sostegno alle elette, e dalle forme che sta prendendo la democrazia partecipata in alcune situazioni locali. Trovarsi a pensare insieme, partendo dalle esperienze di ognuna è possibile, e ci sono già esempi in città piccole, con donne impegnate nelle amministrazioni, assessore e consigliere. Diversa è la condizione delle parlamentari. Nessuna è così ingenua da aspettarsi che le donne elette, sottoposte a molte mediazioni, riescano a non farsi “neutralizzare”, a sovvertire un ordine esistente ancora saldamente in mano maschile. Ci si aspetta tuttavia che almeno ci provino e che si prendano il tempo necessario per mantenere una relazione costante con quelle che restano fuori, attive nel movimento, nelle sue associazioni.

Ma io mi aspetto anche che, per non cadere sempre e di nuovo nell’idea tradizionale di politica separata  -per cui sarebbe “politica” solo quella istituzionale-, si torni a insistere che “è già politica” quella che porta nuove consapevolezze, che modifica la vita quotidiana, che cerca nuove forme di lavoro, di solidarietà, di sapere.

Mi preoccupa che tante pratiche, di cui il femminismo ha riconosciuto la politicità, stiano ricadendo nel calderone  dell’ “azione sociale” e del volontariato.

Advertisements

7 Risposte to “Lettera aperta alle candidate di Lea Melandri”

  1. marialupitadesantos 20 febbraio 2013 a 19:46 #

    Il commento di Ela che ringrazio ha sollevato questo importante argomento. Gli stipendi (non solo) dei parlamentari sono indecenti, forse è il prezzo del loro silenzio? Comunque sia, ritengo che almeno le candidate femministe debbano dire come intendono regolarsi rispetto a questo problema.
    Sono d’accordo con Lia Cigarini a proposito delle Pussy Riot, non pretendiamo tanto! Le donne che entrano in parlamento dovrebbero mettersi subito in antagonismo, far vedere che sono inaddomesticate e guerriere (direbbe Putino), altrimenti finiranno per fare le leggine “sul colore del pelo del topo del Madagascar immigrato in Italia”.
    Come si fa ad amare Carla Lonzi, Simon Weil, ecc e voler entrare in questi partiti che fanno di tutto per mantenersi in vita, mentre il paese muore? Io non sono stata a Bologna ma a Paestum si. Grazie al Server donne ho potuto vedere i video della giornata del 9 febbraio. Ho trovato molti interventi di una noia mortale, e tranne poche donne giovani e vecchie a cui va il merito di tener alto e vivo il confronto tra donne, per il resto si sentiva già puzza di politichese (femminista?), dove del Primum Vivere non c’era nemmenoellini l’ombra, ne aveva più il Papa quando si è dimissionato. Allora voglio dire, il femminismo per me non è né burocratico,né partitico,né istituzionalizzabile.
    Il femminismo è tessuto vivo, politico, in mezzo a donne e uomini libere/i in continuo divenire per rivoltare il presente che viene patito tutti i giorni; in questo paese dove il femminismo è stato ed è ricco di pensiero e pratiche politiche. Ha dato grandi frutti! E se ne sono accorti! Tanto che se lo vorrebbero pappare i partiti ormai morti ma ancora avidi e pericolosi.
    In parlamento ci troveremo un gran numero di donnine con tacchi e collane di varia misura a girare e rigirare nelle stanze del potere. a tradirsi e a tradire miglior cause, usando e scippando temi e saperi guadagnati dal femminismo in 40 anni di militanza. Il femminismo non può stare dentro a schemi perché il presupposto è che gli schemi li rompa. Se questo non succede, il pericolo è che si neutralizzi un movimento rivoluzionario in nome della differenza sessuale o delle pari opportunità.
    Attenzione donne!!! Indietro non ci tornerà niente. E, alla lunga, ci toccherà reinventare un’altra forma di lotta.
    Giuliana Bellini e con lei Marzia Cavoli e Gabriella Tonarelli

  2. Paola Zaretti 18 febbraio 2013 a 09:14 #

    La via indicata da Gisella Modica mi sembra quella giusta da seguire.

  3. ela 18 febbraio 2013 a 00:05 #

    Vado sul pratico…Penso sia di buon senso se le nostre amiche candidate poi una volta elette si autoriducessero lo stipendio esagerato e si trovasse una qualche forma per utilizzare quelle somme per favorire le giovani precarie . ..Un saluto a tutte

  4. sabina izzo 17 febbraio 2013 a 13:57 #

    Ho partecipato all’incontro di Bologna per Artemide di Paestum e ho ascoltato quasi tutti gli interventi. Tuttavia in nessuno ho trovato (come forse infantilmente avrei desiderato) una sia pur piccola risposta alla domanda più urgente che credo si stiano ponendo molte elettrici. Perché sono tra coloro che vogliono partecipare a queste elezioni e che considerano rilevante la possibilità di far entrare donne nelle istituzioni. E questo perché, come abbiamo avuto modo di verificare sia io come consigliere comunale (seppure di opposizione) nel mio piccolo comune di Torchiara sia Gabriella, altra donna di Artemide membro della commissione per le pari opportunità del Comune di Capaccio Paestum, moltissime sono le cose da fare con e per le donne e senza la loro presenza nessuno se ne occuperà mai (almeno qui nel Mezzogiorno).

    Vivere in piccoli centri permette anche di avere un rapporto quanto mai diretto con la politica e con i partiti. Sappiamo quasi perfettamente vita, morte e miracoli della grande maggioranza dei candidati della nostra circoscrizione elettorale e sappiamo anche da chi e per quale ragione sono candidati. E sappiamo anche come. Ad esempio sappiamo che durante le primarie per la scelta dei candidati sono stati compiuti molti brogli e che questi brogli sono stati denunciati e resi pubblici (basta leggere i giornali per saperlo) con la conseguente candidatura di personaggi ben poco chiari sia nelle liste di SEL che del PD.

    La domanda che rivolgo, ad esempio, alle due candidate di SEL presenti a Bologna (Boccia e Dominijanni) è: come potete accettare che nel vostro partito avvengano fatti del genere? Come potete non contestare duramente e pubblicamente questi fatti e, al contrario, avallarli di fatto con la vostra candidatura? Come potete, per citare Lea Melandri, “permettere alla parte maschile… di potersi sottrarre a un interrogativo su se stessi e sulla civiltà che porta la loro impronta storica” e che comprende una pratica politica mossa dal potere tout court? Lo chiedo perché è esattamente il muro contro cui sbatto ogni volta che tento una qualche militanza politica (militanza che amerei perché amo la politica) e che mi ha fatto lavorare per una lista civica anche quando si è trattato di presentarsi alle elezioni del mio Comune.

    Mi piacerebbe pensare che la presenza delle Boccia e delle Dominijanni nei partiti portasse alla denuncia e alla lotta dura contro questa politica. Basterebbe costringere i rappresentanti e i dirigenti di questi partiti a discutere e a confrontarsi su questi temi, portarli qui, di fronte a tutte noi, alle loro stesse militanti, rendere pubblici discussioni e metodi. Non ci vorrebbe un grande sforzo: abbiamo combattuto battaglie ben più pesanti. Vedere le candidate impegnate già solo sulla questione della partecipazione e della trasparenza delle organizzazioni politiche, permetterebbe a quelle come me che vogliono andare a votare di avere una motivazione, e una qualche speranza, a oggi tragicamente mancanti.

    Mi rendo conto che in fondo si tratta di richieste “elementari”. Ma talvolta credo che la politica sia fatta anche di cose “semplici” e, soprattutto, urgenti.

    Sabina Izzo

  5. gisella modica 15 febbraio 2013 a 18:57 #

    mie care mi chiedo perchè continuiamo a versare fiumi di parole nei confronti di un problema che potrebbe essere ridimensionato semplicemnete nel dire:”la via della rappresentanza e delle istituzioni è una delle tante , la meno efficace per me, per modificare il contesto, dunque chi per storia, per desiderio, per opportunità contingente vuole farlo, lo faccia, e chi vuole si prodigherà nei modi e nelle sedi opportune per sostenerla. PUNTO! Mi chiedo invece perchè non versiamo fiumi di parole per parlare della politica prima, delle nuove pratiche da ricontestualizzare e rimettere in gioco di fronte alle nuove sfide, fare una mappatura, organizzare seminari per rileggere Putino, Mastrodomenico, Lonzi etc, etc, e tutte quelle che su questo tema si sono spese parecchio e proviamo a creare reti e seminari su questo? sto a Palermo e quasi tutte le amiche versano fiumi di parole su come dove e quando stare nelle istituzioni, quali alleanze privilegiare, quale candidata appoggiare, mentre dell’altra politica si parla pochissimo, come se non avessimo più parole nostre, al massimo si presenta un libro. Mi sento molto isolata e stufa.
    con affetto

  6. Claudio Vedovati 15 febbraio 2013 a 16:23 #

    Condivido pienamente.

Trackbacks/Pingbacks

  1. Lettera aperta alle candidate di Lea Melandri « femminile plurale - 15 febbraio 2013

    […] 9 febbraio a Bologna presso il Centro delle donne. L’intervento è pubblicato sul blog Paestum 2012, che da settembre scorso tiene le fila del dibattito nazionale sul primum vivere, ed sul numero […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: