Un sì e tre no

7 Mar

di Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri

Quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto


Pubblicato su Via Dogana n.104, marzo 2013

 

Dopo le elezioni del 24-25 febbraio 2013 (questo articolo è stato chiuso in redazione a campagna elettorale ancora in corso) ci saranno molte più donne in Parlamento e nelle Assemblee regionali interessate al voto. Alcune saranno lì come femministe. Molte altre ci arriveranno, pur con storie politiche diverse, sull’onda di un forte movimento delle donne che si è fatto sentire, imponendosi ai partiti.

Questo il dato di fatto. Perciò il punto politico al presente è: che relazione intendiamo costruire con loro? Ci interessa oppure no? Per noi la risposta è sì.

Ciò che vorremmo mantenere/costruire con le elette ci aspettiamo che sia all’altezza della radicalità del femminismo: pratica politica del partire da sé, relazioni tra soggetti, non rapporti strumentali.

Niente a che vedere, dunque, con la prassi ben nota, anche se in realtà raramente praticata, secondo la quale le elette relazionano al movimento da cui ottengono in cambio sostegno. Questo, in fondo, non sarebbe niente di più e di diverso da un mandato della rappresentanza gestito con trasparenza, cosa a cui, in effetti, siamo poco abituati. Vorremmo altro.

Vorremmo una pratica politica comune con le elette che avesse come oggetto e scopo creare una misura di giudizio autonoma e inedita, segnata dalla esperienza delle donne e dalle loro relazioni, sulla politica istituzionale e sulla democrazia oggi.

Sappiamo che non sarà facile. Sarà una relazione critica e tempestosa perché chiederemo alle elette molto sia in termini di pensiero che di gesti di rottura, di cambiamento. Specialmente rispetto alle femministe, entrerà in gioco il giudizio (che si è sempre espresso con reticenza nei gruppi femministi) al quale non si possono sottrarre perché hanno accettato il mandato, e di conseguenza la misura di giudizio maschile, consapevoli del rischio – o addirittura della certezza, per qualcuna – della neutralizzazione. Una bella contraddizione da affrontare.

Noi peraltro non vogliamo arrenderci a una sensazione di perdita, di sottrazione che pure sentiamo. E non ci ritroviamo neppure nell’eccitazione di chi pensa “finalmente, adesso sì che…”. Pensiamo che sia una sfida per tutte e proponiamo di raccoglierla insieme, elette e non. I temi da affrontare non sono da poco. Eccone alcuni, che vogliamo accennare partendo da alcuni no.

 

No a leggi “di genere” come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – “dalla parte delle donne”. Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. E portano piuttosto a dire che: a) sulla sessualità non si legifera; b) le leggi antidiscriminatorie, notoriamente più amate da chi legifera che dalle donne stesse, hanno l’effetto pratico di imbrigliare e normalizzare l’attuale dinamismo culturale e sociale delle donne, che giustamente non amano essere trattate da deboli e vittime; c) la Costituzione ben usata permette comunque qualsiasi azione legale antidiscriminatoria.

Anche sulle azioni positive poi, abbiamo tutte le informazioni per esercitare un giudizio sottile e all’altezza della consapevolezza delle donne.

Chiediamo, invece, riflessione e lavoro politico comune sui temi cari alla nostra pratica politica. Le parlamentari, tra l’altro, sono in un luogo dove oggi quasi niente si decide: il potere si è dislocato dal parlamento al governo e dal governo nazionale ai vari poteri non trasparenti e che non passano attraverso il dispositivo del consenso elettorale. Il parlamento, in compenso, concede ai suoi abitanti tutto il tempo e gli strumenti (biblioteca, collaboratori, soldi ecc.) necessari alla riflessione e all’azione.

La voglia di essere nei luoghi in cui si decide si manifesta poi anche in altri modi. Molte donne vogliono governare. Avere in mano il potere positivo di fare. Questo desiderio si manifesta spesso, e ai nostri occhi più coerentemente, a livello delle amministrazioni locali (regionali). Anche sotto questo aspetto ci sembra il momento per mettere in discussione i luoghi comuni e le scorciatoie: certo che le donne sono spesso più competenti e meno corrotte! Ma oggi hanno anche la forza politica per non limitarsi ad essere “la brava amministratrice”. Per sottrarsi al santino della donna naturaliter moralizzatrice. Non essere l’eccezione femminile che con la sua inclusione “rinnova” una politica screditata, ma imporre un cambio di regole per tutti. Evitando il sottinteso slittamento dal politico al problem solving. E non consentendo l’operazione di impoverimento simbolico che riconosce le competenze femminili senza mettere in discussione l’ordine maschile costituito.

 

Non nascondersi che la posta in gioco oggi è il discorso sulla democrazia. Parlare di adeguamento e rilegittimazione della democrazia e della rappresentanza ci sembra francamente un grave errore di prospettiva. Possiamo oggi entrare nel discorso sulla democrazia come soggetti che sono già nel discorso pubblico e che agiscono già politica. Le donne non sono un problema di adeguamento della rappresentanza. Non ci interessa oggi una democrazia meno screditata, ci interessa che venga modificata sostanzialmente dall’affermarsi della libertà femminile, dalle trasformazioni nel concetto di cittadinanza, dal riconoscimento dei soggetti come interdipendenti. Nello stesso modo abbiamo cambiato il discorso sul lavoro: non più questione femminile, ma soggetti che illuminano tutta la scena del lavoro necessario per vivere, che mostrano ciò che tutti possono permettersi di non vedere.

Se non facciamo questo passaggio, anche il primum vivere si banalizza nella rivendicazione delle donne come portatrici di cura del vivere, invece che di un nuovo conflitto che riguarda il come e il dove vengono prese le decisioni che riguardano da vicino la vita di tutti noi.

A noi stanno a cuore temi e contraddizioni alte: la libertà delle donne (e degli uomini) non è riducibile alla democrazia che conosciamo, al sistema elettorale, alla dittatura della maggioranza e neppure ai diritti, alla politica dei partiti – che fin dagli anni ’70 hanno perso la capacità di intercettare le nuove soggettività – e degli stati esautorati. Bensì, pensiamo che la libertà possa essere affidata alla forza delle pratiche politiche di soggetti che si riconoscono interdipendenti.

Già più di 60 anni fa Hans Kelsen – sottolineando il tendenziale conflitto tra libertà e democrazia – aveva tentato di superarlo con il concetto di libertà democratica.

Oggi più che mai si apre un vuoto pratico-teorico enorme davanti a tutte e tutti.

Si chiede, perciò, soprattutto alle parlamentari femministe di tenere conto del livello alto della contraddizione e di non adeguarsi alle soluzioni fin qui proposte: democrazia partecipata, cittadinanza attiva, legami con il territorio e gli elettori, ecc. Ne hanno la capacità e la formazione. Possono, dal loro posto (parlamento) e dalla loro pratica femminista (di relazione), avere uno sguardo alto, raccontare le esperienze hanno acquisito in quel luogo: quali conflitti insorgono quando si ignorano le regole tradizionali del potere? Hanno la forza e il coraggio di contrastare la regola maschile? Che tipo di pratica di relazione intendono costruire?

 

Non cercare di andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. Infine, in questo momento politico non ci si può affidare alla pura e semplice difesa della Costituzione, che è bella dal punto di vista sociale ma che non affronta affatto la libertà delle singole/i. Non a caso, è bene sottolinearlo, è stata scritta in un tempo nel quale le donne non avevano parola.

Ma soprattutto non si può affrontare la complessità del presente cercando di ricacciarlo a forza dentro uno schema concettuale pensato su una società e degli Stati profondamente diversi. Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente: soggetti che si relazionano, che cooperano, che si autogovernano, come la politica dei beni comuni. Il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi. L’irruzione, infatti, delle donne nella politica con i loro desideri e bisogni ha fatto cadere la separazione tra privato e pubblico: la soggettività di chi parla in prima persona rispetto all’oggettivazione dei problemi; la singolarità rispetto alla identità di genere, di classe, ecc.

Aspettiamo quindi che le donne elette (senza escludere uomini, senza escludere le candidate non elette) rispondano affermativamente ai nostri inviti: non ci esoneriamo infatti dalla ricerca delle pratiche, delle idee e delle iniziative che possono realizzare quello che pretendiamo da loro. Da loro e da noi.

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4 Risposte to “Un sì e tre no”

  1. Maria Cristina Migliore 17 marzo 2013 a 15:25 #

    Anch’io mi sono soffermata su quel “dato di fatto”, anche se per un motivo diverso. Secondo me l’analisi proposta da Cigarini, Masotto e Melandri può essere valida, pur con le precisazioni di Paola Zaretti, per dare conto dell’aumentata presenza di donne nella lista delle candidature della coalizione di centrosinistra, ma non è valida per il movimento 5 stelle. Penso che quest’ultimo rappresenti il caso di quando ci sono le regole e le donne vincono. Un po’ come nei concorsi pubblici non truccati. Mi riferisco in particolare alle parlamentarie del M5S di cui condivido l’analisi di Mariella Gramaglia pubblicata da ingenere.

    Così il presupposto su cui si basa l’articolo di Cigarini, Masotto e Melandri regge solo per un numero limitato di elette: è probabile che solo pochissime elette siano e riconoscano di essere lì grazie alle lotte del movimento delle donne. A tratti l’articolo si rivolge infatti solo a quel numero limitato di elette che sono già in relazione politica con il movimento delle donne.

    E su questo non sono d’accordo. Io vorrei rivolgermi a tutte le elette e desidero che le elette femministe cerchino una relazione con le altre elette, anche se non sono donne consapevoli del dominio dell’ordine simbolico maschile. Oppure lo sono, ma non hanno come riferimento fondamentale il pensiero della differenza sessuale.

    Dal mio punto di osservazione, per le conoscenze che ho, ritengo che sia improbabile che le donne elette sia dal M5S, sia dalla coalizione di centrosinistra, siano donne che condividono e vivono – con esclusione delle pochissime femministe a cui l’articolo fa riferimento – il patrimonio di pratiche e pensiero del movimento femminista, in particolare di quello della teoria della differenza sessuale.

    Eppure mi interessa mettermi in relazione con loro.

    Nella mia esperienza di frequentazione del movimento delle donne a Torino e a distanza con quello di Milano, constato però molto spesso la chiusura delle donne del movimento (delle donne) rispetto a nuove relazioni politiche. Sembra quasi una loro (nostra) concessione aprire a donne che non si mostrino interessate al movimento, alle sue pratiche, al suo pensiero. Anzi, a volte non sono disponibili neppure quando c’è il riconoscimento del valore di questo patrimonio (a Torino è successo anche questo).

    Non mi stupisco quindi che i saperi del movimento delle donne non appaiano – se non minimamente – nel programma del movimento 5 stelle, mentre si intravvedono i saperi di altri movimenti, come osserva Anna Picciolini nel suo commento all’articolo.

    Io credo che sia tempo che il movimento delle donne rifletta criticamente sulle proprie pratiche di relazioni. Secondo me essere in relazione significa anche cercare la relazione, e poi faticosamente costruirla, perché abbiamo delle cose da dire e condividere e su cui confrontarci con il resto del mondo. Quanto già sviluppato dal movimento deve confrontarsi con il mondo, deve entrare il relazione con quanto sta fuori dal movimento. A volte invece si pensa – ne sono stata diretta testimone – che le cose più importanti e nuove siano successe e succedano solo nel nostro movimento.

    Certo si tratta di relazioni – quelle necessarie per aprirsi – dove occorre essere disponibili a mettersi in gioco, mantenersi curiose di capire il punto di vista e le ragioni delle altre, ed entrare in un dialogo che può essere faticoso perché i linguaggi sono diversi e va costruito un linguaggio comune e personalizzato. Occorrono relazioni in cui ci sia più spazio per dare sostegno alla crescita di consapevolezza – là dove manchi – dell’esistenza di un ordine simbolico maschile dominante, anche attraverso percorsi lunghi e tortuosi. Consapevoli che la crescita avviene in realtà in entrambe le parti della relazione, anche nel caso in cui una relazione alla fine risulti non possibile.

    Solo con un nuovo modo di intendere il mettersi in relazione possiamo aprirci anche alle elette non femministe ed avere qualche chance in più di riuscire a cambiare “il come vengono prese le decisioni che riguardano da vicino la vita di tutte noi.” (dall’articolo di Cigarini, Masotto e Melandri).

    Comunque – come un’amica di Torino mi ha fatto notare – occorre riconoscere che quest’articolo rappresenta rispetto al passato un’apertura della parte del movimento più lontana dalla politica istituzionale. Certo, io desidero ben maggiore apertura e sicurezza nell’andare per il mondo, tanto i luoghi in cui ritrovarci solo tra di noi ce li abbiamo.

  2. Paola Zaretti 9 marzo 2013 a 15:46 #

    Sono l’apprezzamento e la condivisione del testo nelle sue linee generali, a suggerirmi di induguare, sin da una prima lettura, sul suo Incipit: una narrazione iniziale che si conclude con il riconoscimento di quello che viene propriamente definito un “dato di fatto”:

    “ci saranno molte più donne in Parlamento e nelle Assemblee regionali interessate al voto. Alcune saranno lì come femministe. Molte altre ci arriveranno, pur con storie politiche diverse, sull’onda di un forte movimento delle donne che si è fatto sentire, imponendosi ai partiti. Questo il dato di fatto”.

    Da questo “dato di fatto” si procede a delineare il “punto politico” che consiste nel definire la relazione che si intende costruire con le donne di cui sopra e l’interesse, apertamente dichiarato, a farlo – positivamente e in uno spirito collaborativo.
    Eppure, se c’è qualcosa nel testo a non persuadermi del tutto, è il peso decisivo e l’importanza – che potrebbero funzionare da resistenza ai fini di un ulteriore approfondimento – assegnati al “dato di fatto” in questione. Non intendo affermare, con questo, che un dato di “realtà” evidente – qual è quello sopra descritto – sia trascurabile né, tantomeno, che possa o debba essere sottovalutato o, peggio ancora, ignorato.
    Intendo dire che questo dato di “realtà”, oltre ad essere assunto per quel che è – un elemento “oggettivo”, un elemento-base fondante su cui edificare tempi, modi e luoghi di future possibili relazioni e pratiche politiche fra donne che stanno dentro e fuori le istituzioni,- dovrebbe essere profondamente indagato nella sua origine, nella processualità del suo farsi, nel suo divenire temporale. Il “dato di fatto” in questione non può essere semplicemente considerato, insomma, come il punto finale – ideale o fallimentare a seconda dei punti di vista – di un processo riguardante il pensiero politico femminista e la politica delle donne nel suo complesso, ma un punto di approdo che per il pensiero femminista della Differenza resta problematico, imprevisto o prevedibile con cui fare i conti, con cui confrontarsi attraverso un percorso a ritroso che illumini su come, per quali vie, attraverso quali passaggi teorici e in virtù di quali pratiche, il femminismo, dopo quarant’anni, sia potuto giungere a quel “dato di fatto”.
    Credo che una riflessione su questo aspetto sia di fondamentale importanza per escludere che il processo che ha portato, nel tempo, a questo “stato di fatto”, vada letto come l’ennesima vittoria di un simbolico patriarcale che ha piegato le donne alle sue leggi:: abitarlo non in quanto donne ma in qualità di Soggetti neutro maschili.
    E’ una riflessione certamente impegnativa che va oltre un’ esigenza di verifica, di controllo e di supporto a ciò che le donne faranno o non faranno una volta impegnate nei luoghi del maschile.

  3. Anna picciolini 7 marzo 2013 a 13:04 #

    Il numero serve, ma non basta di Anna Picciolini

    Questo contributo è stato pensato e scritto dopo i risultati delle elezioni e prima dell’intervento di Cigarini, Masotto e Melandri. Questo spiega perché parto dal problema del rapporto fra Movimento 5 Stelle (M5S) e movimento delle donne/femminismi.

    Fra le interpretazioni più interessanti della imprevista affermazione del M5S, c’è quella che lo vede erede di alcuni dei movimenti che hanno attraversato il nostro Paese dalla fine del secolo scorso. Dal movimento altermondialista a quello ambientalista (quello delle battaglie territoriali su temi ambientali), oltre a movimenti di opinione, come il giustizialismo diffuso dopo Mani Pulite (e puntualmente ravvivato da episodi di corruzione e di malaffare), o la più recente polemica sui costi della politica.
    E’ questa l’analisi di Lorenzo Zamponi sul sito Il corsaro, in un post del 22 febbraio. Sul Corriere della sera di lunedì 4 marzo l’analisi viene ripresa affermando che il M5S ha sostanzialmente “cannibalizzato” quei movimenti: processo questo facilitato dal fatto che i partiti non solo non erano stati capaci di fornire una sponda istituzionale a tali movimenti, ma avevano invece costituito quasi sempre un ostacolo.
    Fra i movimenti citati mi ha colpito l’assenza di quello pacifista e di quello delle donne. Sul primo non mi soffermo: forse esso rappresentava una componente del movimento altermondialista e ne ha seguito la progressiva emarginazione fino alla sconfitta. Nel programma del M5S consultabile sul blog, non resta molto delle complesse tematiche dei movimenti no global. Soprattutto è scomparsa la forte carica utopica che li caratterizzava, quell’utopia il cui continuo spostarsi sull’orizzonte serve, secondo Galeano, a farci camminare.

    Mi interessa di più, comunque, l’assenza del movimento delle donne e dei femminismi nell’album di famiglia del M5S. Sia dopo le parlamentarie che dopo le elezioni Grillo ha sottolineato con soddisfazione l’alto numero di donne candidate e poi elette. Senza meccanismi particolari il gruppo del M5S risulta essere il secondo alla Camera, per presenza femminile (e il primo al Senato).
    Ma davanti a questa situazione è necessario rovesciare il titolo del mio ultimo articolo: il numero serve, ma non basta. Nel programma citato non c’è traccia del contributo che il movimento delle donne, la cultura delle donne e le pratiche femministe hanno dato alla storia politica di questo Paese. Forse è eccessivo definire la nostra come l’unica rivoluzione novecentesca che ha vinto, ma certamente quello delle donne è un movimento che ha sempre avuto la capacità di rinnovarsi, di risorgere dalle ceneri, di fare di necessità virtù adottando percorsi carsici e dando luogo a spostamenti significativi sul piano sia materiale che simbolico.
    Il fatto che nulla di questo sembri aver permeato il M5S costituisce un problema interessante, perché a me sembra improbabile che questo valga anche per le singole donne elette, molte delle quali non possono non aver incrociato sulla loro strada il movimento delle donne, in qualcuna delle forme che esso ha assunto negli ultimi decenni.

    Nel nuovo Parlamento queste donne incontreranno altre donne, prevalentemente di centro-sinistra (alla Camera il gruppo con la più alta percentuale di donne è quello del Pd): sicuramente fra queste è maggiore il numero di coloro che hanno partecipato al movimento delle donne o che si dichiarano femministe. A queste alcune di noi, nel dibattito dopo Paestum, avevano pensato di proporre la costruzione di una rete di relazioni, fra di loro all’interno del Parlamento, con altre donne fuori.
    Il fatto che questo Parlamento sia sotto il segno della precarietà (singolare rappresentazione della realtà contemporanea) non fa decadere la proposta. Sarebbe interessante che tale proposta venisse indirizzata a tutte le neo-elette, non “in quanto donne”, ma per far uscire allo scoperto quelle fra loro che, con livelli diversi di consapevolezza, possono essere attratte da una relazione politica fra donne, che non può che rafforzarle rispetto sia all’istituzione che al loro gruppo di “appartenenza”.

    A questo proposito vorrei entrare nel merito della discussione che in questi giorni, ma non per la prima volta, vede al centro l’art. 67 della Costituzione, quello del “senza vincolo di mandato”. Ricordo un’iniziativa di ArciDonna, all’inizio degli anni ’90, che consisteva in un appello rivolto alle donne elette a costituire un gruppo “interparlamentare donne” e a difendere il loro ruolo, da esercitare “senza vincolo di mandato”. La prima parte dell’appello proponeva di istituzionalizzare e allargare il gruppo con lo stesso nome che, nella legislatura 1987-1992, aveva riunito le parlamentari (deputate e senatrici) del Pci e della Sinistra indipendente, oltre all’unica deputata di Dp. La seconda parte dell’appello intendeva sottolineare come il dettato costituzionale in materia avesse lo scopo di garantire l’autonomia della singola persona, della singola donna, rispetto alla segreteria del partito a cui doveva la candidatura e l’elezione. La distanza da quel periodo ci sembra oggi un’era geologica: il trasformismo lo si studiava a scuola in relazione al periodo giolittiano, mentre la maggior parte delle persone elette terminava la legislatura nello stesso gruppo parlamentare a cui si era iscritta all’inizio. D’altro canto l’esistenza delle preferenze faceva sì che l’elezione fosse vissuta come effetto di una duplice scelta, quella del Partito e quella del corpo elettorale, che poteva modificare significativamente la prima.
    Si pensava, nell’ipotesi di ArciDonna, che rivendicare il ruolo parlamentare “senza vincolo di mandato”, consentisse di scegliere un altro vincolo: quello con le donne con cui costruire una relazione politica, a cui render conto di perdite e guadagni, individuali e collettivi.

    In questo senso mi piacerebbe riprendere ora non la prima proposta (che oggi mi appare politicamente improponibile), ma la seconda: perché soltanto donne capaci di esercitare la propria libertà rispetto a un partito (ma anche a un non-partito) a cui debbono sostanzialmente la propria elezione, possono essere interessate a costruire una relazione con quante, fuori dalle istituzioni, pensano che non si possa trascurare l’occasione offerta da un Parlamento dove le donne sono più di un terzo.
    Potranno rappresentare una massima critica? Non lo so, ma vorrei andare a vedere…

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  1. Il femminismo non è un jolly da usare quando fa comodo | Libreria delle donne di Milano - 16 marzo 2013

    […] Non abbiamo dubbi che così facendo tante più donne (e uomini) stufe e «pragmatiche» guarderebbero a loro con speranza e fiducia. E magari le voterebbero anche, in una (forse) prossima scadenza elettorale senza listini bloccati. Ne siamo così convinte che l’abbiamo messo nero su bianco. Nell’ultimo numero, 104, della rivista Via Dogana, la rivista della “Libreria delle donne di Milano”, abbiamo firmato – Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri – un articolo dal titolo Un sì e tre no: quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per…. […]

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