Organizzazione o autonomia di pensiero?

14 Giu

di Gabriella Paolucci di Artemide Paestum

L’incontro di Paestum 2012 è nato da un atto di coraggio: la scelta di ESSERCI, di non stare più a guardare, riprendendosi il diritto di stare sulla scena pubblica da FEMMINISTE, dopo una lunga stagione di rimozione operata in Italia e non solo da una società “pentita” degli “eccessi” di una rivolta radicale delle donne, che avevano osato mettere in discussione i paradigmi culturali, sociali e relazionali della civiltà patriarcale.

E, nel momento in cui i segni della crisi di questo modello venivano fuori con eclatante evidenza, come sottrarsi alla NECESSITA’ di tornare a parlare con forza, con il diritto sacrosanto di chi le contraddizioni le aveva già viste e denunciate tanti anni fa? E, come tante di noi hanno evidenziato, il successo di Paestum è stato l’aver proposto nella PRATICA l’alternativa, nell’incredibile capacità di confrontarsi in una modalità assolutamente orizzontale, seppure in tante, seppure ognuna salvaguardando la propria radicalità, nel reciproco ascolto e riconoscimento.

“E’ andata così bene perché – grazie a quarant’anni di pratica del partire da sé nello scambio con altre che ti stanno davanti – si è data fiducia alla capacità o addirittura al piacere di autogestirsi” (Lia Cigarini, C’è una bella differenza, 2013)

“Noi dobbiamo inventare politiche che siano radicalmente innovative rispetto alla macchina dei partiti, che sta facendo acqua da tutte le parti… Una politica che, riflettendoci dopo, ho visto che lì a Paestum ne avevamo già la realizzazione… La scommessa di Paestum non era di far vincere una tesi anziché un’altra, era di riunirsi, tante donne, tante generazioni, e poter discutere liberamente e apertamente” (Luisa Muraro, Intervista, 2012)

Una scommessa vinta, dunque, partita da un atto di coraggio: anche noi di Paestum ne abbiamo avuto, ad accettare la responsabilità di organizzare una cosa così grande, ma prima di noi ce l’ha avuto Lea, che ha creduto che potessimo farcela, e che si potesse, con un gesto di grande forza simbolica, ripartire da là, dove l’ultimo grande evento pubblico del movimento femminista aveva avuto luogo nel ’76. E coraggio ancora maggiore tutte quelle che ci hanno creduto, e sono venute, e, tutte insieme, ABBIAMO AVUTO RAGIONE.

Ecco perché, io e le altre di Artemide, abbiamo vissuto con un po’ di delusione i tentennamenti, i dubbi, che hanno caratterizzato gli scambi di mail sul prossimo appuntamento e poi la lettera di Lea dove (mi sembra con dispiacere) prospettava un nuovo incontro “ridimensionato dal punto di vista organizzativo e alleggerito del significato simbolico che ha avuto per tutte noi Paestum, come luogo della stagione ‘rivoluzionaria’ del femminismo, ripresa di radicalità e così via”.

Qual è il punto? Quello che era in gioco, per noi, non era certo la questione Paestum o Canicattì, due giorni o tre, e tanto meno la preoccupazione di non essere “protagoniste” dell’ organizzazione, ma la vitalità dello spirito di Primum Vivere, di quell’atto di coraggio che ci ha permesso di vivere le bellissime giornate che sappiamo.

Abbiamo qualcosa da perdere? Un consenso da mantenere? E se non fossimo tante? Qui inserisco ancora una citazione di Lia Cigarini, quando dice, parlando delle considerazioni che hanno portato a Primum vivere”:

“Le neofemministe (così si sono definite) di Se non ora quando andavano dicendo che il femminismo della fine degli anni sessanta era morto da un pezzo. In questo modo contribuivano … a cancellare l’esistenza e la presenza politica di tantissimi gruppi, relazioni, luoghi, librerie, centri di documentazione, case delle donne, cooperative, associazioni, case editrici… che si sono sviluppate in continuità con il femminismo producendo sapere e cambiamento. Non si tratta solo di una svista storica. In ballo c’è la prospettiva politica. … Con quella liquidazione sommaria ci si consegna al paradigma politico maschile: un movimento esiste se porta in piazza molte persone, se presenta una lista di rivendicazioni da inoltrare ai partiti. Io trovo inefficace questo paradigma; me lo dimostra l’esperienza. “

Perché allora parlare di “ridimensionamento”? Le nostre perplessità le abbiamo, con una certa passione, comunicate a Lea, che come noi aveva sperato in un Paestum 2013 e, come sempre, abbiamo trovato ascolto. Ora le riproponiamo a tutte voi, con la domanda, che richiama le conclusioni di Lea a Paestum 2012: vogliamo essere le “ragionevoli” organizzatrici di un evento ben calibrato e senza rischi, o le rivoluzionarie del Primum Vivere? Organizzazione o autonomia di pensiero? A Paestum o altrove, in 100 o in 1000, noi siamo per mantenere vivo il coraggio di una scelta radicale.

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3 Risposte to “Organizzazione o autonomia di pensiero?”

  1. gemma urbani 15 giugno 2013 a 07:57 #

    Condivido l’ analisi di Gabriella. Avevo salutato Paestum come la possibilita’ di un incontro che desse vita a un nuovo paradigma politico.
    La politica come ” cura” di se’ degli altri , del territorio.
    Tornando a casa da quei luoghi di meraviglia un leggero senso di disillusione. poi le tante analisi. confesso che tante volte ho cestinato senza leggere.come tante frecce che non
    colpivano il bersaglio.
    Essere unite. lottare per un cambiamento radicale.
    Invece una serie di disquisizioni e distinguo.
    Il trovarsi ancora per me a senso solo per decidere azioni concrete. per offrire a tutte quelle donne che vivono sulla propria pelle emarginazione violenza mancanza di ascolto una reale alternativa.

  2. Paola Zaretti 15 giugno 2013 a 06:46 #

    Difficile contribuire alla discussione quando si ignorano i retroscena da cui è nata la lettera di Lea, una lettera un po’ amara firmata – e la cosa non mi è parsa affatto secondaria – con il suo nome e cognome soltanto. Di questi retroscena sarebbe opportuno e auspicabile dare a tutte comunicazione per permettere a ognuna di pronunciarsi con cognizione di causa. Ma c’è altro che traspare ,che si legge fra le righe di quella lettera e che mi ha dato, da subito, da pensare: si chiama “paura”, una paura la cui natura andrebbe interrogata. Paura di che? Di un possibile fallimento di una nuova iniziativa a Paestum capace di cancellare di colpo la gloria di quei mitici giorni? E se quei giorni sono stati importanti e fecondi per tante donne perché mai questo dovrebbe accadere? Non dovrebbe essere la gioia provata nell’incontro e descritta da tante di loro, una ragione di più per ripetere l’esperienza? Che cos’è che lo impedisce se non, fra le tante ragioni possibili – la paura (immaginaria) che non si ripeta? E questa paura – immaginaria fino a prova contraria – dove pesca, su che c osa si fonda? E’ fondata infondata? Credo che le ragioni del “ridimensionamento” e dell'”alleggerimento del significato simbolico” evocate da Lea non possano essere un patrimonio di sapere riservato ad alcune ma debbano essere messe in circolo per dare a ciascuna gli elementi per comprendere e intervenire nel dibattito.

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  1. Bologna: verso l’incontro nazionale 2013 | femminile plurale - 20 giugno 2013

    […] agile, accogliente. Naturalmente non per una questiona quantitativa, né per un «consenso da mantenere», ma per una questione di rispetto di storie diverse che vogliono incontrarsi.  Siamo noi che […]

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