Autorità femminile come pratica dell’autorizzarsi

25 Giu

di Danila De Angelis

Conflitto generazionale e genealogia . Il partire da sé si mostra nel concreto relazionarsi tra donne, tutte femministe  contemporanee a misurarsi con le domande del presente. Una  pratica che spiazza : dalla contrapposizione rivendicativa al protagonismo femminile del simbolico, nella significazione data a partire da sé. Si mette in azione l’Autorità femminile, fuori dalla confusione con il potere e con la dimensione della divisione  sociale patriarcale: dall’esercizio  all’autorizzarsi  parola su di sé delle “venute prima”, la sapienza di quando farsi da parte.


A Bologna, sabato 22 scorso, il partire da sé”e non farsi trovare” dove ci si aspetta, ha mostrato ancora la sua efficacia e il suo carattere generativo: dallo spiazzamento prodotto dal non attestarsi nella dinamica contrappositiva della rivendicazione , il dispositivo di negazione nella contrapposizione generazionale si è trasformato in vincolo vivo e non unidirezionale della genealogia, che autorizza chi viene dopo a prendere esercizio di autorità sul proprio e di proporlo come taglio simbolico in azione.
A Bologna ho fatto esperienza del lavoro creativo che il conflitto può consentire quando le singolarità in presenza mettono in gioco l’autenticità di sé come padronanza e competenza su propria significazione nel contesto delle relazioni, in una esposizione che conta sulla fiducia e sul comune desiderio di esistenza libera, per sovvertire l’ordine dato delle cose e aprire al non previsto.
Non mi è stato subito chiaro cosa era in gioco nel conflitto portato al centro del discorso dalle giovani donne presenti , che lì si facevano portavoce anche delle assenti  coetanee , nei confronti delle precedenti  promotrici di Paestum 2012, ma proprio quel “lavoro del negativo” mi ha permesso solo alla fine di individuare la sostanza nel dibattito così tenacemente cercata , tra elencazione di obiettivi e rivendicazioni di presa di parola. Nominata  come trascurata nel 2012 da Fiorella Cagnotto, ma non compresa  nel possibile orizzonte del discorso ,l’autorità femminile si aggirava in ombra alla chiarezza dell’importanza di stare all’altezza del “taglio” simbolico generativo guadagnato e trovare il punto di leva per un rilancio, nella consapevolezza del rischio della rassicurante ripetizione .
Innominata ,stava nascosta dietro l’ansia di “contare”,”essere incisive nel sociale”, “stare alle battaglie del presente”,era nelle pieghe del  bisogno espresso dalle autodefinite donne di “altra generazione”  di “contarsi,vedersi, confermarsi di esistere non isolate le une dalle altre”, distorta nella contrapposizione alla “elitè” delle “vecchie”  (ree di aver realizzato il desiderio di incontrarsi dopo 40 anni  e dopo conflitti nel femminismo non sempre fecondi) , e nel leggerne la padronanza come effetto di agio e prestigio economico e sociale. Con la pratica della rivendicazione tornavano i parametri “di classe” e il contendersi spazio e parola secondo la distinzione per “generazione”  e proprio sul terreno della pratica questo arretramento ha trovato il punto di arresto: alla rivendicazione di maggiore spazio alle problematiche del vissuto delle giovani , al giudizio di esclusione di altre soggettività  attribuito alle “storiche” ,sia al momento dell’invito che poi nella platea del 2012, le singolarità protagoniste del femminismo originario hanno riconosciuto la richiesta di protagonismo  delle ragazze.
Schivando e spiazzando gli esiti del previsto (rottura o cedimento)si è aperto lo spazio all’invenzione, all’ancora impensato, al fare esercizio di autorità femminile delle giovani donne come protagoniste della presa di parola sul presente, raccogliendo la sfida al rilancio per Paestum 2013.
Aggiungo un “report”, di seguito,  con alcune fasi significative dell’incontro. Danila
Report  con riferimento alla dinamica degli interventi.
Cercavamo insieme il punto di leva, il grimaldello o la chiave per far emergere la forza di un discorso originale nato dal riconosciuto Taglio simbolico operato da Paestum2012  e già dai primi interventi di apertura si esplicitavano diverse posizioni sul  significato di quella auto convocazione:Lea Melandri ha aperto precisando  l’intento dell’invito  “come dare continuità a Paestum 2012 nella condivisione della pratica del partire da sé, con un approfondimento delle tematiche lì già proposte ma con più attenzione a come sono in relazione tra loro. Quindi su:COME E SU QUALI TEMI”.

Dopo che la donna dell’associazione di Bologna che ospitava l’incontro,richiede di ricercare temi e obiettivi su cui essere più “coese” per “essere più incisive”, Chiara Melloni di Padova portavoce del gruppo Femminile Plurale, propone “un incontro non fusionale, con profilo “più modesto e più radicale” che mira “a conoscersi e ad ascoltarci”, prima di “far rete” e più che “trovare Pratiche comuni” far parlare le differenti modalità di relazione e le peculiarità che caratterizzano molti gruppi, accogliendo conflitti e scontri, per la sede l’individuazione di luoghi significativi per le realtà che già nel territorio vi vivono, una rotazione nel territorio nazionale. Segnala anche che ancorare all’aspetto simbolico del richiamo al Paestum ’76 sia stato un errore che ha tenuto lontano molte giovani donne.

Lia Cigarini esprime “perplessità su forma del Convegno annuale, di una prefigurazione seriale dell’evento che di fatto porterebbe a una istituzionalizzazione del Movimento. La ripetizione a scadenza annuale , di fatto   depotenzia la forza simbolica che ha mostrato, anche dal nominare le riflessioni e l’agire politico “a partire da ” Paestum o 2dopo Paestum”: ha operato un Taglio simbolico che va salvaguardato, insieme al confronto che è continuato con i testi sul blog, dove parola e scrittura trovano forza di incidere nel cambiamento. Problema è COME DARE EFFICACIA, cioè che RENDERLA SOVVERSIVA NON SOLO PER NOI MA PER I PROBLEMI DELLA POLITICA . Occorre accentuare la SOGGETTIVITA’, la soggettività della SINGOLA , QUEL CHE è IRRIDUCIBILE . CHE LE GIOVANI DELLE ALTRE GENERAZIONI  si facciano loro PROMOTRICI SU TEMI DA LORO PROPOSTI”.Io stessa lì ,riconosco tale rischio proprio da vari interventi che propongono “una pratica dell’obiettivo”, l’elenco delle rivendicazioni e la rassicurazione di contarsi,di essere “visibili “ tra donne come soggetto “coeso” e plurimo nei “contenuti” che accomunano nel disagio attuale.

A partire dalla mia aspettativa di praticare lì un confronto ,che non ho trovato nel gruppo in cui partecipo ,sull’innesco avviato dal  precedente Paestum e dal piacere che mi aspetto dai nostri incontri mi rendo conto di aver sottovalutato il rischio che così chiaramente indicato dall’intervento di Lia Cigarini di bloccare e depotenziare la forza guadagnata  e  la proposta di radicarla come avvio al nuovo nel protagonismo delle giovani donne che hanno avviato relazioni e pratiche a partire da Paestum, che mostrano il desiderio di parlare in prima persona di condizione materiale e libertà femminile. Soprattutto da parte di Giulia portavoce del gruppo di Torino AlterEva e dal gruppo di Padova Femminile Plurale si è insistito sulla qualità generazionale del conflitto con le donne venute prima  nominate come “addette ai lavori” che ha sollevato sconcerto e proteste.

Il linguaggio così evidentemente  capace di creare distanze invece che comunicazione distante è stato centrale nelle  argomentazioni  nell’intervento di Viola Lo Moro e Roberta Paoletti del gruppo di Roma FemmNove  che hanno insistito sulla necessità sentita di ripartire a partire da ciascuna , dal dare parola e significato alla condizione materiale e al desiderio di trovare una modalità di stare da femministe nella realtà delle lotte globali che investono la realtà di tutte. Da molte  viene riconosciuto il rischio dell’istituzionalizzare prossimo incontro ma vengono accolte “le motivazioni delle giovani donne e dei gruppi  per cui E’ IMPORTANTE  INCONTRARSI. Primum Vivere, era non un tema ma una progettualità di resistenza del vivere quotidiano e in relazione.

Oggi si è tornate ad una visibilità di donna come vittima di femminicidio, lasciando cadere  la sessualità maschile e il suo protagonismo in questo.  Attenzione alle FORME del Rendere VISIBILE: Come GUARDARE. Ci  riguarda la politica, ad esempio , del Sindacato che non ha accolto le indicazioni delle donne, suoi problemi della rappresentanza”. Insomma é stato ascoltato “il bisogno di ritrovarsi delle giovani donne, di sostenerle e lasciare alle giovani di organizzare il prossimo” dopo aver  riconosciuto che “E’ stato importante che le donne femministe si siano assunte la responsabilità di Paestum, oggi le giovani rilanciano . Va mostrata la sfida: 1) donne” venute dopo” che scambiano con luoghi differenti, come aprono conflitti,quali strategie inventano. Mostrino la relazione tra generazioni , che  mostrino la genealogia. COSA CI HA PORTATO A QUESTO NOSTRO INCONTRO.  2) Aprire il conflitto con uomini. La relazione tra donne permette la forza di farlo ovunque noi siamo.

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Una Risposta to “Autorità femminile come pratica dell’autorizzarsi”

  1. PatCap 19 luglio 2013 a 05:58 #

    “Per dare autonomia e spazio, soprattutto interiore, al simbolico femminile, occorre anche esprimere una certa autorità femminile nell’agio di una parola, priva della paura del rifiuto o del bisogno di accettazione e che, anche quando resta muta, non si pensi mancante per colpa altrui, ma percepisca il senso del proprio essere che vuole e può essere. Tale significanza passa attraverso l’altra non solo nella possibile alleanza sociale, ma proprio nella relazione, vissuta e diretta, da donna a donna, come forma di mediazione sessuata nel «gruppo separato delle donne, forma politica inventata con il femminismo [che] ha dato al sesso femminile esistenza sociale visibile e autonoma» (Libreria delle Donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, p. 139). Ma, deve assumerne il senso. Non è in sé, o solo, l’albergo o il riparo separatista tra donne a rendere significante la differenza. Bisogna restituire, anche idealmente, potenza simbolica a quella figura materna dell’origine, spessa espropriata dal destino sociale femminile dominante.
    Af-fidarsi all’altra e fidarsi dell’altra, riconoscendola con tutto il dono della sua disparità e anche distanza, esprime una scelta, la svolta e la direzione di un percorso fruttuoso per l’universo femminile: «Il frutto simbolico dei rapporti fra donne entra nel mondo e mostra la sua origine. Mostra che il prima e più grande di una donna è ancora una donna, fin dall’origine» (ibidem, p. 139). Attraverso la ricerca filosofica, scrive Luisa Muraro, è possibile sì ricercare l’indipendenza simbolica dalla realtà data, ma pagando (per una donna) il caro prezzo del distaccamento materno, quasi un dislocamento irreversibile, nonostante lo stesso bisogno filosofico di andare e tornare, comunque e continuamente, al principio delle cose come ricerca, spesso disperata, dello stesso principio di realtà o del suo ritrovamento, proprio nel senso originario di essere.
    L’invito è a una cultura dei rapporti femminili che parta dalla parzialità esperienziale singolare per permetterne l’espressione, per cui la mediazione femminile, scrive sempre Luisa Muraro, appartiene al «registro del metonimico, ossia del rapporto in presenza, in combinazione, in prossimità […] [per la] traduzione di sé nel mondo senza dispersione di sé» (L’apprendimento dell’’incertezza, p. 87), anche se non ancora pienamente sufficiente. L’importanza di nominare la relazione tra donne e, allo stesso tempo, la forma dispari di tale relazione scompagina in modo decisivo la cosiddetta economia binaria tra corpo e pensiero, tra femminile e maschile. […]”

    (in Patrizia Caporossi, Il corpo di Diotima. La passione filosofica e la libertà femminile, Quodlibet 2009, 2011, pp. 89-90)

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