Partire da sé è una responsabilità politica

11 Lug

di Angela Lamboglia, Federica Castelli, Roberta Paoletti, Viola Lo Moro, Teresa Di Martino, Eleonora Forenza, Ingrid Colanicchia, Angela Ammirati, Valeria Mercandino, Giorgia Bordoni, Sabrina Di Lella, Simona Pianizzola, Alessia Dro

Care tutte,

dopo aver letto la lettera vorremmo sottoscrivere alcune questioni che ci tornano al livello delle nostre esistenze. Una di queste è la questione dell’emergenza. Ci sentiamo infatti in una condizione di emergenza, perché ci troviamo in un crocevia tra il riconoscimento di conquiste del passato, che ci aprono possibilità prima inimmaginabili, ma allo stesso tempo viviamo una condizione presente di pesantezza in cui ci sentiamo di denunciare per responsabilità lo stato delle cose. A questo si aggiunge un’angoscia profonda per un futuro che ci leva il respiro.

Di certo sottolineiamo che parlare di presente e di futuro ha a che fare con il mettere al centro le questioni materiali. La lettera di invito ne nomina alcune. Forse le più urgenti.

Questi punti ci fanno pensare che ci sia un terreno comune su cui poter costruire le lotte. Questa possibile apertura ci fa dire che a Paestum 2013 ci saremo e che porteremo il lavoro che il nostro collettivo ha costruito da Paestum 2012 in poi.

Ci saremo perché pensiamo sempre l’incontro in presenza con le altre come una misura per comprendere noi stesse, a che punto siamo, cosa restituiamo e cosa possiamo assieme. Crediamo in questa energia generativa, e ci auguriamo trasformativa, degli incontri.

Ma non ci sentiamo di firmare la lettera di invito. Riconosciamo che il tempo di scrittura è stato troppo breve, ma questa strettezza di tempi poteva essere un’occasione per una più radicale centratura su di sé, che mettesse in evidenza la posizione da cui si partiva, invitando tutte a portare lo stesso nello scambio, oppure un’occasione di nominare alcune questioni generali ma urgenti che potessero essere un terreno comune di incontro.

Manca il famoso “partire da sé”, davanti al quale ci troviamo tutte ad annuire quando viene pronunciato, ma che forse non assumiamo poi in effetti come punto di partenza di qualunque discussione. Di questo ne leggiamo i segni dalle prime righe, dove la libertà non viene posta solo come una esigenza su cui discutere assieme, ma viene già circoscritta e definita. Questa a noi sembra una libertà senza corpo.

Il rischio di fare un incontro partendo da obiettivi lo avevamo già denunciato all’assemblea di Bologna: perché chiudere gli obiettivi dal principio significa non lasciarsi aperta la possibilità dell’imprevisto, e perché è da un incontro del genere che possono semmai nascere degli obiettivi e non viceversa.

Ci preoccupano politicamente la quantità e i temi dei laboratori proposti. Riteniamo che parlare di sex workers, donne vittime di tratta e migranti sia importante, ma non senza tener conto che non possiamo e non vogliamo parlare con competenza di cose che non ci riguardano in prima persona o sulle quali non c’è stato un percorso di lotta assieme. Essere consapevoli che “razza”, genere e classe sono oppressioni che si intersecano e alimentano tra loro, non vuol dire per noi che aprire dei discorsi e trattarli come temi implichi una liberazione. È semmai sul terreno della condivisione delle pratiche che si può muovere qualcosa.

Non c’è nessun terreno comune se ci sentiamo di poter parlare a nome delle “altre”. Lo avevamo assieme già denunciato in altre situazioni, quando il fuoco era il precariato discusso da tutte a partire solo dai corpi e dalle vite delle cosiddette più giovani.

L’autodeterminazione, poi, è piuttosto un processo trasversale, che investe ogni sfera del nostro esistere e non un tema associabile solo alla sessualità; sessualità che ancora una volta ci ritroviamo solo a nominare, perché deve esserci, rimuovendo le questioni specifiche che sono state finora già denunciate e riflettute da compagne e collettivi.

Non possiamo rischiare di essere così poco presenti nel presente.

Ci rendiamo conto che così ci poniamo in una posizione di discontinuità, ma vorremmo portare il nostro contributo in modo non contrappositivo, provando a mettere sul piatto della discussione alcune questioni che ci stanno a cuore e che non abbiamo ritrovato nella lettera.

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5 Risposte to “Partire da sé è una responsabilità politica”

  1. Paola Zaretti 21 luglio 2013 a 08:52 #

    Care amiche, trovo importante, fra i tanti aspetti evidenziati nella lettera da voi sottoscritta, le osservazioni in merito alla pratica del “partire da sé”, al significato e all’ utilizzo che spesso viene fatto di tale termine.

    “Manca il famoso “partire da sé” – scrivete – “davanti al quale ci troviamo tutte ad annuire quando viene pronunciato, ma che forse non assumiamo poi in effetti come punto di partenza di qualunque discussione. Di questo ne leggiamo i segni dalle prime righe, dove la libertà non viene posta solo come una esigenza su cui discutere assieme, ma viene già circoscritta e definita. Questa a noi sembra una libertà senza corpo”.

    L’assenza di ogni riferimento a questa pratica, nella Lettera d’invito è, in effetti, un indizio da non sottovalutare così come non è irrilevante quanto da voi evidenziato, il fatto cioè che questa parola sembra ormai ridotta a una specie di vuoto rituale. La formula “partire da sé” e “autocoscienza” hanno avuto, sia sa, una ricca storia evolutasi – o involutasi a seconda del punto di vista – verso la “pratica dell’inconscio” e, successivamente, verso a pratica del fare”. Sono tre momenti complessi e inseparabili di cui va ricostruita la storia essendo stata considerata la pratica del “partire da sé”, in una certa fase, una pratica a termine” “superata”. Non è già forse questa una ragione di più per chiedersi come e perché e con quale significato una pratica considerata “superata” faccia costantemente ritorno nei discorsi?

  2. Valentina S. 12 luglio 2013 a 18:44 #

    Penso che per partire da sé davvero forse sarebbe meglio non proporre affatto dei temi e men che meno temi dettagliati, ma lasciare che emergano direttamente a Paestum, in presenza. Non è affatto detto che nel nostro vissuto debba avere meno importanza la prostituzione o il precariato e importanza maggiore il tema della rappresentanza, ad esempio. Grazie a tutte per il lavoro che state svolgendo.

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  1. …che io vada o non vada a Paestum è irrilevante | laboratorio donnae - 13 settembre 2013

    […] ripreso e intrecciato alcuni passaggi di due documenti, chiamiamoli per praticità  blu e viola che hanno, secondo me, diversi punti di contatto: sono scritti da donne vicine per età,  […]

  2. ritorno a Paestum | laboratorio donnae - 15 luglio 2013

    […] Manca il famoso “partire da sé”, davanti al quale ci troviamo tutte ad annuire quando viene pronunciato, ma che forse non assumiamo poi in effetti come punto di partenza di qualunque discussione. Di questo ne leggiamo i segni dalle prime righe, dove la libertà non viene posta solo come una esigenza su cui discutere assieme, ma viene già circoscritta e definita. Questa a noi sembra una libertà senza corpo.” LEGGI TUTTO […]

  3. #Paestum, autodeterminazione, rimozione del conflitto – Al di là del Buco - 12 luglio 2013

    […] necessità di partire da se’ leggo un interessante intervento che io spero sia tenuto in considerazione. Però ho veramente la brutta sensazione, pronta a […]

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