Io ci sarò. Spero senza uomini.

22 Lug

di Franca Clemente

Se è vero che sono le donne a voler portare gli uomini nelle loro sedi di incontro, è altrettanto vero che sono gli uomini a trasmettere loro il desiderio di inclusione, per non farsi sfuggire il controllo sulla nostra libertà, che è uno spazio fisico e simbolico che non sono in grado di sopportare. Altrimenti perché tanto perorare? Userebbero diversamente il loro tempo. Non è certo questa esigenza di controllo un elemento di novità.

È piuttosto un diverso camuffamento, rispetto al lupo cattivo dei porcellini. E allora, ricorrendo allo spuntato spauracchio dell’emergenza di discutere la politica del mondo, usano nostre parole, di cui non potranno mai capire il significato, ma che deformano riempiendole di una farcia smielata. “Differenza maschile”, “relazione”. L’offerta conciliante si rivela però giudicante quando Miceli (uno dei buoni) si permette di definire datato il separatismo, di chiedere se siamo ancora al punto zero, di affermare che non c’è stato cambiamento se non si dimostra di aver superato il separatismo.

Ma il separatismo è una scelta di consapevolezza, di quelle donne che sanno che una “politica per il mondo intero” non dobbiamo aspettare i maschi per farla: la devono fare le donne per tutti, maschi compresi.

Perché è proprio così. Il motivo del contendere è proprio il progetto di mondo. Il loro, quello basato sulla competizione, non ci piace. Sarebbe auspicabile che a Paestum si alzasse il dibattito a questo.

Mi riallaccio proprio all’articolo cui si riferisce Miceli, scritto da Chiara Zamboni del 2008, nell’unica parte che condivido della sua analisi. Afferma che, pur con la loro capacità (potenza, la chiamo) di mettere al mondo, «le donne scompaiono come soggetti di pensiero, capaci di relazionarsi simbolicamente alla vita», sono «ridotte a grembo di passaggio e corpo violabile». Dico che, per la loro capacità ed esperienza di essere contemporaneamente sé e l’altro da sé, hanno la sapienza della vita e della morte, e quindi sono le uniche in grado di ripensare il mondo, e lo hanno già cominciato a fare col femminismo. E questa sapienza avviene solo nel separatismo e nel collegamento con altre donne. “Corpo violabile” con cui l’uomo cerca un rapporto “neutro”, scrive Zamboni. E lo cerca anche qui subdolamente, cambiando le forme, attraverso il tentativo instancabile di inclusione e di dettare le regole, del confronto, della democrazia, dell’accoglienza. Ma non ci sarà possibile confronto finché non accetteranno l’egemonia del nostra asimmetria originaria.

Se il femminismo ha messo al mondo una forza e una libertà inedite, allora o abbiamo raggiunto lo scopo o non vedo perché demordere, abbassare la guardia, includendo gli uomini.

Affermare che, dal momento che molte per far politica sono costrette alla “doppia militanza”, tanto vale che ragioniamo insieme agli uomini, vuol dire che noi non abbiamo un progetto di società, ma dobbiamo condividere la loro. Se è così, ditelo chiaramente.

Se il femminismo ha cambiato solo i rapporti personali, come sostengono Giordana e Giovanna in “Questioni inevitabili” su Via Dogana, allora manca un pezzo ed è ora di riappropriarcene.

L’esclusione delle donne dagli ultimi 4.000 anni di storia non è un “errore filosofico”. Né le donne hanno bisogno di ritrovarsi per “mangiare insieme” o per “denunciare”, e non basta neanche “pensare in presenza” per essere più libere, ma di riconoscere finalmente che il mondo che tuttora ci ingloba è frutto del patriarcato, che è un sistema di potere in cui gli uomini, chi più chi meno, e purtroppo sempre più donne, si riconoscono o almeno vi trovano riconoscimento, blandizie o compenso psicologico. Se non fosse così il patriarcato sarebbe già saltato. Si sostiene ivi che occorre «verificare se [e sottolineo “se”] la politica femminile che fa leva sull’esperienza… può, in un momento di crisi, restituire alla politica corrente un orientamento sensato». Forse avrebbero detto “sessuato” se si fossero poste fuori dall’ottica di salvare quello che c’è. Per evitare così che il riunirsi politico tra donne sia “vissuto come parziale, rigettato in un ambito di genere… cancellato”, bisogna invitare gli uomini, essendo ormai in un’ ”ottica post-patriarcale”, almeno nel cuore delle donne. Mentre la verità è che la libertà e l’autorevolezza delle donne è cambiata solo per poche, mentre le più numerose, quelle che per “desiderio di protagonismo” o per “spinta etica” non importa, si sono a pieno titolo inserite in una prospettiva di condivisione incondizionata. “Monitorare” quelle che occupano posti di potere, in una politica dei piccoli passi, non arginerà certo quello “slittamento mimetico” che non si percepisce essere già in atto. Mi sembra che il giudizio espresso sul “rito della partecipazione” e la vicenda della deputata laburista contraddicano la tesi che si intende avvalorare: né la partecipazione alla logica e alle pratiche politiche maschili, né l’occupazione di posti di potere sono compatibili con il desiderio femminile di decidere consapevolmente per sé.

Concordo in pieno con tutta la risposta di Femminile Plurale, pubblicata anche sul loro sito, e sulla esigenza, ribadita da Ilaria, di coinvolgere le donne che sono ancora fuori da femminismo e dal nostro dibattito, invece di occuparci di maschi.

Altrettanto concordo con Paola Zaretti sulla affermazione che un po’ di autocoscienza chiarirebbe perché alcune non riescono proprio a fare a meno degli uomini e si vedono realizzate, almeno politicamente, solo nel rapporto con loro, anche a costo di creare spaccature strumentali in un momento in cui si sta faticosamente cercando di ricostruire.

Sono per lasciarli a casa, non farci rubare tempo di lavoro e smettere proprio di parlarne. Abbiamo poco tempo per preparare Paestum e non mi sembra più il caso di perderne: lo abbiamo già fatto abbastanza negli ultimi 4.000 anni.

Spero che non sarà il “sentimento prevalente”, molto simile alla maggioranza, a decidere se accoglierli. Mi auguro invece che possiamo cominciare in questa occasione a sperimentare metodi di decisione che sono sicuramente più consoni a chi ha fatto della relazione e quindi dell’ascolto, del rispetto e del dare valore all’altra il modo della relazione personale e politica. Il consenso ragionato di tutte eviterà quella “pratica disturbante” per alcune di cui parlano Chiara, Ilaria e Laura e che potrebbe impedire, soprattutto alle giovani, di esprimersi in libertà. E questo è a mio avviso molto più importante che ascoltare maschi su questioni che non ci riguardano.

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4 Risposte to “Io ci sarò. Spero senza uomini.”

  1. Emanuela 31 agosto 2013 a 18:20 #

    Leggo e sento molta saggezza tra queste righe, anche nei commenti e anche nei commenti di un uomo. Grazie, non ho nulla da aggiungere ma credo sia importante riconoscere…

  2. Donatella Proietti Cerquoni 23 luglio 2013 a 09:57 #

    Questo intervento è ricchissimo. Tra gli infiniti spunti ne sceglierò uno, per il momento.
    “Il motivo del contendere è proprio il progetto di mondo. Il loro, quello basato sulla competizione, non ci piace. Sarebbe auspicabile che a Paestum si alzasse il dibattito a questo”.

    Angela Putino che conosceva il possibile senso nobile e leale della competizione, soleva distinguerla dalla competitività, che è un clima.
    Trattandosi di un clima e non immediatamente delle attività cui allude, può prendere strade traverse, compresa quella delle ambiguità.

    Le donne vi sono (state e vi tornano) immerse per le ragioni qui analizzate da Paola Zaretti.

    L’oggetto del contendere, in questo caso, sarebbe l’uomo per le donne, per le femministe! Non già perché sia o non sia, in sé, desiderato/desiderabile ma perché viene posta la questione del nostro desiderio di una sua presenza proprio nella scena nata per trarsi fuori dall’ordinarietà per osservarla, comprenderla e farne terreno di politica.

    Il separatismo non cessa di essere necessario perché alcune lo ritengono superato di fronte all’esigenza di risolvere il dilemma sulla capacità femminista di incidere nel sociale.
    Dilemma, come molti altri, che il femminismo ha già risolto nel momento in cui ha posto l’inscindibilità del privato e del politico. Come mai sorge nuovamente un problema già affrontato e chiarito?

    Le ipotesi sono almeno due.

    La prima potrebbe essere quella di voler (rin)negare un visione che ha avuto dei costi ingenti in termini di impegno e di impiego di intelligenza e forze diverse.
    Con l’autocoscienza, infatti, nell’interrogare i contesti abbiamo interrogato prioritariamente noi stesse nel mondo.
    Si dà per scontato che questo sia naturale mentre consiste in una attività del dislocarsi, non soltanto con la mente, che sottrae tempo e forze ad altro.
    Non importa quel che le donne vi hanno ricavato in termini di senso, si tratta di un patrimonio intangibile ormai e tale deve restare.

    La seconda ipotesi è che il clima di competitività si sia stabilito tra di noi a causa di un bisogno di differenziarsi che oggi determina una frammentarietà nella presa di parola pubblica femminista.
    Si tratta di un problema del tutto risolvibile attraverso la convergenza sui temi che la contemporaneità ci pone (violenza, condizioni di lavoro/precarietà, autodeteminazione, etc.) scegliendo ciascuna ma contemporaneamente – è questo che non si fa – le forme che preferisce: manifestazioni di piazza, compreso il flash mob, petizioni e proteste on line o no, stesura di articoli, rilascio di interviste, interventi nei mass media o ne web).
    L’importante è che il femminismo italiano riprenda il suo già sperimentato vigore e che manifesti nuovamente la sua soggettività politica collettiva. Anche perché il Paese viaggia vertiginosamente verso l’anomia: non era certo questo che intendevamo con la formula del “diritto leggero”!

  3. Marta Riccardi 22 luglio 2013 a 15:03 #

    Avevo intenzione di rispondere alla lettera di Miceli ma posto più volentieri qui il mio commento e ti ringrazio per tutto quello che sei stata capace di osservare, di considerare e di dire.
    Trovo tutto l’articolo ma in particolare la sua conclusione, l’ennesima riprova della volontà maschile di egemonizzare simbolicamente e anche materialmente lo spazio delle donne.
    La vostra autocoscienza e il vostro candidarvi al cospetto del femminismo, replicando le sue invenzioni (l’autocoscienza, appunto) esiste solo in quanto già concepita dalle donne, per loro stesse e non certo per essere svuotata da simulazioni che sono evidenti nelle vostre (nostre!!!!) parole ripetute fino all’ossessione.
    Essere riuscite ad aver fatto dell’autocoscienza un valore non vi autorizza a dimenticare che ci siamo state costrette a causa del dominio maschile su di noi e dovreste avere rispetto di qualcosa a cui non avete accesso perché è un tesoro. Sono qui a chiedervi pertanto di denominare in modo diverso dal nostro le vostre pratiche di incontro.
    Che poi la questione venga posta nei termini di un “nostro” desiderio sapendo del vostro essere lì, a guardare cosa decideremo, lo trovo molto, molto violento.
    Più dignitoso per voi sarebbe rifiutare con cordialità un invito presumibilmente dovuto a qualche problematicità soggettiva, o anche collettiva.
    E non comprendo come vi venga in mente di chiederci se siamo pronte. Trovo fastidioso, insinuante e offensivo un modo del genere di rivolgervi alle femministe.
    Cosa c’è di diverso da quando ci corteggiate? Voi mostrate il vostro desiderio e noi dovremmo scegliere. E noi dovremmo scrutare, a comando, come sempre, il nostro sapendo che ci scrutate mentre ci scrutiamo. Sapendo che il vostro desiderio è desiderio di voi stessi e non di noi.
    Noi non chiediamo di venire alle vostre sedute di autocoscienza. Sappiatevi regolare.

  4. Gian Andrea Franchi 22 luglio 2013 a 13:40 #

    Sono perfettamente d’accordo sull’esigenza di lasciar fuori gli uomini. L’incontro potrà avvenire ‘ naturalmente’ e senza ambiguità, quando noi uomini ci saremo dimostrati capaci di un cambiamento collettivo radicale, che non può non avvenire anche a livello quantitativo oltre che qualitativo; in un mondo e in un paese complessivamente orientati al peggio, con forme diverse dal patriarcato tradizionale ma non meno violente e più sottili.
    Gian Andrea Franchi, associato a Maschile Plurale

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