Abitare la complessità

25 Lug

di Rosanna Marcodoppido

Alle donne di Primum vivere

Carissime, seguo da sempre il vostro interessante dibattito così come, in generale, cerco di conoscere cosa succede tra le donne che hanno a cuore la loro libertà. Non sono venuta l’anno scorso a Paestum perché non si può fare tutto ciò che si desidera, ma anche per ragioni che ritengo utile esplicitare con voi, sollecitata dal molto gradito invito che mi è arrivato tempo fa da Femminile Plurale in vista dell’appuntamento di questo anno.

Non sono una femminista storica nel senso che voi date a questa definizione in quanto non provengo dalla pratica politica dell’autocoscienza degli anni settanta. Sono, questo sì, una femminista storica dell’Udi, associazione grazie alla quale a partire dal 1974 ho avuto la possibilità di accedere alla politica autonoma delle donne e al femminismo.

Sono infatti entrata nell’Unione Donne Italiane nel momento della sua ricostituzione a Potenza, città in cui vivevo, giovane madre di due figli, senza sapere nulla né dell’Udi né del femminismo. Dopo circa due anni partecipavo già al primo corteo Udi-collettivi femministi per chiedere l’istituzione dei consultori in Basilicata: esito di un confronto difficile ma possibile e, soprattutto, necessario. Negli anni ottanta, trasferita a Roma, ho cominciato col mio gruppo, l’Udi Romana “La Goccia”, a ricostruire e diffondere l’esperienza storica femminile grazie al prezioso contributo di giovani studiose provenienti dal neofemminismo e di autorevoli testimoni del movimento di emancipazione. Ci sono voluti perciò anni prima che venissi a sapere quando e perché si era storicamente costituita L’Udi e su quali bisogni e desideri era nato il neofemminismo e la sua radicalità di analisi e pratiche. Questo a riprova di come sia difficile collocarsi in una genealogia femminile degna di questo nome. Nella Casa Internazionale delle Donne, dal tempo dell’occupazione, ho vissuto e vivo numerosi momenti di confronto e iniziativa comune con tante donne e gruppi femministi.

Conosco errori e carenze dell’Unione Donne Italiane, ma anche errori e una certa miopia politica di quel neofemminismo che si è costruito come soggetto collettivo a partire dalla svalutazione e/o cancellazione totale della esperienza dell’emancipazione.

Io, al contrario, provo grande gratitudine per quelle donne che, a cominciare dalla Resistenza, hanno tentato di costruire una cittadinanza femminile nel nostro Paese, combattendo con costi a volte altissimi contro un maschilismo a lungo senza nome ma presente in ogni ambito della vita. Ho incontrato biografie che del senso di questa presenza dicono molto di più di qualsiasi narrazione storica o ingenerosa semplificazione. E sono ugualmente grata alle tante donne che ho incontrato – molte sono tra voi – che grazie al neofemminismo hanno elaborato altri significati di sé, del mondo, della politica. Mi hanno insegnato che il partire da sé ha bisogno di soste lunghe, a volte dolorose, e di uno sguardo più radicale; che le forme dello stare insieme devono misurarsi con il desiderio e le necessità della propria libertà. Mi hanno mostrato l’importanza di ciascun io nella costruzione del noi. La mia associazione, come molte di voi sapranno, su queste sollecitazioni nel 1982 si destrutturò, avviando una sperimentazione delle forme della politica con al centro una comunicazione tra donne libera da ruoli e tessere (eravamo centinaia di migliaia!), azzerando deleghe e dirigenza, inventando l’Autoconvocazione e l’Autoproposizione, attuando l’autofinanziamento e una non facile autonomia dalle formazioni politiche della sinistra. Una storia difficile da raccontare, impossibile da sintetizzare: uno degli effetti più evidenti fu il silenzio pressoché totale dell’Udi su di sé nella sua dimensione nazionale, durato circa venti anni. Il divieto della delega, parlare cioè a nome delle altre, e l’insignificanza assunta dal concetto di uguaglianza come categoria interpretativa impedì a lungo di costruire parola pubblica nel passaggio dall’io al noi, dalla titolarità di sé di ciascuna alla titolarità di un noi costruito nel riconoscimento e rispetto reciproco.

Da anni ormai l’Udi, forte della sua autonomia, ha ripreso parola e iniziativa politica a livello nazionale dando valore alle varie realtà territoriali che la compongono e alle numerose singole, nella consapevolezza che la scommessa è ancora una volta la costruzione di forti relazioni tra donne attraverso pratiche autenticamente democratiche. A me rimane la fatica e il sapere che mi viene da questa storia, vissuta in ogni suo passaggio, luci ed ombre comprese.

Sono convinta da tempo che l’enfasi femminista sul concetto di differenza e l’abbandono della categoria dell’uguaglianza su cui si fondano molte pratiche discorsive e raffinate elaborazioni filosofiche, abbia contaminato le relazioni tra noi donne spingendoci sempre più a vivere come valore assoluto ciò che ci differenzia – tra noi e col maschile – rispetto a ciò che ci unisce: una costruzione dell’io purtroppo in sintonia con la generale deriva individualista e narcisista che contraddistingue la nostra contemporaneità. Oggi invece secondo me è necessario essere capaci di riconoscere gli intrecci tra uguaglianza e differenza e ricostruire un noi ampio e vario nelle sue interconnessioni, senza egemonie, plurale ed efficace rispetto ad un patriarcato che non accenna ad estinguersi, dove le uguaglianze non si facciano tentare da fondamentalismi e le differenze non si riducano ad opposizione/disconoscimento. È l’unico modo per vivere a pieno gli inevitabili momenti di conflitto nelle loro potenzialità costruttive e come fondamentali opportunità di crescita. Tensioni di questo tipo le ho lette anche in alcuni contributi di Primum vivere. Ma occorrerebbe attivare, consapevolmente e tutte insieme, una diversa narrazione collettiva, assumere una storia più complessa, più libera dalla necessità di idealizzazioni e mitizzazioni. Queste ultime hanno a che fare col problema e i modi della separazione/differenziazione per come essi vengono vissuti nel nostro scenario interiore e in quello politico. Se il sistema patriarcale ha ordinato la separazione dalla madre e dal femminile in termini gerarchici che hanno dato origine ad una falsa conoscenza e ad un andamento binario e oppositivo del pensiero, come uscirne radicalmente dovrebbe essere nostra precisa responsabilità politica. Abitare la complessità, accogliere ambivalenze e contraddizioni per cercare di superarle, accettare la verità di quello che si è, tutto questo aiuta a costruire alterità senza distruzioni, giudizio senza pregiudizio. Vale per tutte e per tutti.

Come potrei sentirmi a casa in un luogo costruito sulla cancellazione della mia storia politica, sulla svalutazione del lavoro che migliaia di donne hanno fatto per farmi essere quella che ero tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, giovane donna che scommetteva sulla sua autonomia economica e si autorizzava ad essere una artista, poco interessata alla maternità, in doloroso solitario e confuso conflitto con i modi della mascolinità dominante e di una femminilità subalterna? Chi mi aveva consentito tutto questo se non in gran parte le donne venute prima? Ecco, proprio non me la sentirei di stare tra voi, collocata in una storia che fate iniziare dagli anni settanta sottraendo così saperi, verità e senso storico al vostro discorso. Ma la storia dell’emancipazione è anche la vostra storia e la discontinuità feconda che il neofemminismo ha operato può segnalarne carenze, ma non può toglierle spessore politico e verità.

Sono certa della ricchezza di pensiero e di emozioni che animerà l’incontro di Paestum, grazie anche al prezioso apporto di una nuova generazione di donne fortemente determinata e consapevole di sé. Non entro nel dibattito su uomini sì, uomini no, ruberei altro tempo. Ma, per concludere, mi sento di dire che mi sembra urgente uno sguardo autoriflessivo e autocritico che ci porti a comprendere in cosa abbiamo sbagliato e sbagliamo e ad individuare pratiche e strumenti nuovi per cambiare, insieme, questo nostro confuso, contraddittorio e per molti versi inquietante presente, così tanto ancora segnato da un patriarcato che è duro a morire e da una nostra frammentazione che troppo poco sa diventare patrimonio condiviso ed efficace forza di cambiamento.

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