Rovesciamo la frammentazione

26 Lug

di Donatella Proietti Cerquoni

Devo molto al femminismo e alle tante che, prima di me o al mio posto perché più capaci, hanno reso disponibile il patrimonio di pensiero e di pratiche che tutte qui conosciamo.

Parto con questa premessa per segnalare il dato della fiducia e della gratitudine con il quale è per me opportuno disporsi sempre nei confronti di ciò e di chi nutre la nostra vita, sia essa pubblica che privata, sia quella della mente che quella del corpo e delle relazioni con gli altri esseri viventi.

Il fatto è, però, che non so come fare, al presente, ad alimentare i sentimenti di cui sopra e ad avvalermene per continuare a dirmi femminista in un contesto, il nostro proprio, che declina al plurale la parola intorno alla quale tutte ci riconosciamo, femminismo appunto, senza necessariamente alludere alla frammentazione in cui siamo e per la quale alcune hanno ri-convocato le altre.

In assenza di quei sentimenti, infatti, mi è difficile immaginare la politica delle donne.

Le ragioni della frammentazione non compete a me illustrarle anche perché altre lo hanno fatto e lo fanno sapientemente; posso parlare dei suoi effetti, quelli che si ripercuotono direttamente sulla mia vita.

Posso, cioè, cominciare col dire di sapere che tale frammentazione non è all’altezza di testimoniare le nostre differenze e di farne un valore bensì le cristallizza e ne fa degli ostacoli talvolta invincibili.

Qualsiasi atto o pensiero teso ad alimentare questo stato di cose ha conseguenze per la vita di ciascuna, pertanto sento di invitare in primo luogo me stessa e subito dopo tutte ad evitare di porre questioni che non vadano nella direzione di concentrare la nostra forza sulla strada che consente alla politica delle donne di dirsi tale e di avere degli effetti.

Nella fattispecie il mio è un invito, nell’immediato, a superare la questione della presenza degli uomini a Paestum

Che, da quanto leggo qui nel blog, sta diventando un elemento, se non il solo attualmente, di impossibilità di occuparci tutte dei problemi ai quali fornire un approccio, una lotta, una risoluzione. Non ho aggiunto la parola “condivisi” per evitare un richiamo ad un senso maschile della mediazione, quella contro la quale ci siamo scagliate con la nostra forza teorica, almeno. Sappiamo che mediare espone al rischio di schiacciare verso il basso qualunque posizione, sappiamo di meno come garantire che la presenza o meno degli uomini al nostro incontro nazionale non sia un’occasione di incontro a metà strada che non soddisfa alcuna ma che, soprattutto, distrae da ciò che ci appartiene e ci deve impegnare.

Faccio degli esempi e poi dirò il mio pensiero sul modo di affrontarli. In realtà l’ho già fatto in un commento ma siccome non si è sviluppata una discussione, mi propongo in un post .

Insieme al problema degli uomini, infatti, leggo una generale messa in questione dell’impostazione dei lavori dell’incontro, insoddisfazione che condivido totalmente non tanto per l’aspetto quantitativo sui gruppi di lavoro quanto per la qualità della relazione che ci dovrebbe essere tra le tematiche proposte e che, così come vengono presentate nella lettera di invito, non sono in grado di fornirla dando ancora una volta vita a un principio di frammentazione che personalmente considero pericoloso.

Valentina S. ha già fornito un esempio di quanto sia fuorviante separare la prostituzione dalle sue conseguenze socio-economiche e politico-culturali e all’esempio della sua critica rimando considerandolo personalmente un metodo per affrontare una diversa impostazione del nostro incontro nazionale.

Sappiamo tutte che una visione globale dei problemi è già un approccio che conferisce efficacia all’azione politica, sappiamo cioè che il contrario la depotenzia.

Declinare al plurale la parola femminismo non ha garantito ciò che ci si poteva aspettare, dicevo, a mio avviso per le stesse ragioni individuate da Rossana Marcodoppiddo quando ci avverte della spinta individualista dalla quale non riusciamo a restare lontane.

Le lotte attuali mi appaiono, nelle loro diverse forme, altrettante espressioni dello stesso individualismo, un individualismo che assume le sembianze di piccoli gruppi, piccole realtà che si ritrovano intorno a un nodo e scelgono un modo per portare avanti la relativa lotta quasi, anche quello, fosse il solo possibile per lotta stessa. Piccole manifestazioni sul tema della 194, piccoli flash mob su altro, piccole petizioni, gruppi sparuti di partecipanti. Il rischio del praticismo si aggiunge paurosamente all’inefficacia.

Su un altro, o sull’altro versante una visione non movimentista che assegna alle relazioni un potenziale di cambiamento che però non si è realizzato per le donne viste nel loro insieme.

In alternativa il ricorso alla politica della rappresentanza, modo maschile di intendere la politica stessa e il rischio per le donne di non poter restare tali nel momento in cui la intraprendono, ricorso che appare sempre di più l’unica soluzione fino a re- interrogare le nostre fondamenta di femministe radicali.

Questo a me pare essere il quadro.

L’individualismo divenuto segno identitario per piccoli gruppi e iniziative pubbliche fa in modo che le condizioni sociali e simboliche soggettive siano depauperate della connotazione che, invece, investe un intero sesso. Forse è anche così che un sesso egemone esercita il suo dominio, come noto.

Quell’individualismo fa in modo che i problemi delle giovani precarie non siano in relazione con quelli dell’insieme maggiore rappresentato dal problema che le donne, tutte, hanno con la dimensione del lavoro. Fa in modo che l’autodeterminazione riguardi di più chi ha difficoltà ad esercitarla come soggetto sociale (per esempio le immigrate) e non l’intero nostro sesso colpito simbolicamente al cuore quando essa viene messa in questione con una protervia che sa organizzarsi capillarmente: dagli obiettori ai medici che hanno ripreso a trattare il corpo (e il soggetto) come solo oggetto di specialismi senza fornire una vera cura né alle donne, né agli uomini.

Se le donne che subiscono il peso della riforma di Fornero vedendo la loro età pensionabile allungata come se fosse vero che non sono più obbligate a svolgere tanto lavoro non retribuito – mentre la società neoliberista si struttura vieppiù su questo sfruttamento – decidessero di ribellarsi, forse avrebbero contro di loro le giovani precarie che hanno tutto l’interesse ad andare in pensione il più tardi possibile. E la loro ribellione vedrebbe il disinteresse delle femministe storiche già in pensione.

Se le donne immigrate sono coloro che ricorrono maggiormente all’IVG è perché l’emancipazione ha permesso a molte di essersi tratte fuori dalla schiavitù di una sessualità maschile insidiosa per il rischio di gravidanze non volute. Allo stesso modo le femministe storiche che sono biologicamente fuori da questo rischio, si ritrovano però da sole di fronte ai corpi (malati, morenti, bambini-nipoti, etc.) con i quali hanno a che vedere.

Tutto questo ed altro sul piano materiale. Sul piano simbolico si traduce in una…frammentazione! Viene frammentata, è stata frammentata una visione globale dei problemi e non solo dei problemi. E su quella sono stati ritagliati e costruiti tutti gli individualismi.

Con la fatica di convergere intorno ad uno di essi, scegliere una della tante modalità di lotta per dire il proprio rifiuto, e il gioco è fatto. È fatto, è concreto, è sotto i nostri occhi e pesa sulla vita di ciascuna.

Chi tra di noi si ammala conta sulle “relazioni”, non più sui servizi cui ha diritto come contribuente. Non perché le relazioni non siano il sale.

Per estensione arriviamo, in seno al femminismo contemporaneo, al paradosso di dire che prostituirsi è una libertà. Come se non sapessimo che il femminismo ha scovato subito nella subordinazione sessuale l’origine di ogni altro suo modo di manifestarsi e di strutturare le esistenze di tutti. Come è stato possibile dimenticarlo?

Tutte contro tutte. Mi ricorda quando, precaria in gruppo di cinquanta precarie, avevamo sistematicamente contro il sindacato al momento del rinnovo dei nostri contratti perché doveva tutelare il personale in ruolo meno formato di noi con il rischio di vedersi, un giorno, come non accaduto, coordinato dalle più giovani, più qualificate. Non è accaduto, ovviamente, non perché di per sé auspicabile – benché normale che chi sa di più dovrebbe vederlo riconosciuto – ma per via della lotta strenua del sindacato a mantenere per 25 anni la condizione di precarietà di quel gruppo di donne ora non più giovani. Ne sono rimasta fuori per mie personali risorse (fuggita da quel contesto ho affrontato e vinto altri concorsi pubblici) ma so bene come pesa ancor di più di come pesa su di me, sulle mie ex colleghe la riforma di Fornero.

Di fronte a tutto questo, pacatamente, amiche, cosa facciamo?

La mia idea è talmente semplice da sembrare banale. L’ho già scritta nel blog, la ripropongo. Usiamo Paestum per darci un calendario di iniziative pubbliche sui problemi e ciascuna si presenterà all’appuntamento come ritiene di fare: manifestazione, petizione, flash mob, fazzoletto del colore simbolicamente preferito, ballo, digiuno per il boicottaggio, articoli sui giornali e sul web, interviste, convegno, seminario, financo meditazione e preghiera per chi tra di noi non è laica e parla latino (grande Pat!), purché ciascuna trovi il modo di dire la sua sui problemi in una data stabilita e su una segmentazione decisa dal movimento femminista italiano, che non è frammentazione di un problema in mille aspetti ma possibilità di svolgerlo e di affrontarlo nelle sue molteplici angolazioni facendoci finalmente (ri)sentire. Rovesciamola questa frammentazione, ritorciamola contro chi ce l’ha imposta, una buona volta! A Paestum!

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