Guardare oltre e forzare i confini dà vantaggi e fa crescere la libertà

29 Lug

di Sara Gandini

Care tutte,
vorrei rilanciare le parole di Stefania Tarantino quando scrive «è vero che le condizioni materiali incidono inesorabilmente sulle nostre vite, ma è anche vero che il desiderio di libertà è radicato, prima che nelle condizioni materiali di vita, nel nostro corpo e nella nostra anima. Ci siamo dette che la libertà non equivale né alla liberazione, né all’emancipazione».

Vorrei farlo riprendendo un mio intervento pubblicato nel 2010 sul DWF “Lavoro. Se e solo se”:

«Che lavoro fai?» È una domanda che mi piaceva fare e a cui mi piaceva rispondere, ma che ora mette in difficoltà sempre più persone.
L’impasse riguarda questo periodo storico e riguarda il significato che diamo alla parola lavoro. Una volta la professione era una delle variabili che caratterizzavano l’identità delle persone, ora la definizione stessa di lavoro diventa sempre più problematica.
La crisi economica che stiamo vivendo rischia di riportarci ad un sentimento di smarrimento simile a quello descritto da Simone Weil nel 1934. Già allora, a proposito di lavoro, Weil affermava in Le ragioni dell’oppressione sociale: «il lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utili, ma con il sentimento umiliante e angosciante di possedere un privilegio, concesso da un favore passeggero della sorte, un privilegio dal quale si escludono parecchi esseri umani». Ma Weil era persuasa che solo con la consapevolezza che «tutto va rimesso in questione» si sarebbe potuto superare quella crisi.
E così hanno fatto le donne con il femminismo. Le donne hanno dovuto mettere tutto in discussione per uscire da una storia di generazioni e generazioni segnate dal dominio patriarcale.
Molte si sono indirizzate sul discorso dell’emancipazione, della lotta per abbattere discriminazioni di reddito e il tetto di cristallo, la barriera invisibile che ha sempre impedito alle donne di crescere fino ai più alti livelli delle carriere, per arrivare ai luoghi del potere detenuti da sempre dagli uomini. Ma molte ora hanno scelto di fare altro, di lottare per trovare un proprio soggettivo modo di vivere la libertà femminile, fuori dai percorsi tipicamente maschili.
Negli anni ’70, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti, le donne si muovevano secondo due utopie speculari: la società unisex (le donne sono uguali agli uomini) e la società delle differenze riconosciute (gli uomini sono così, le donne colà). L’emancipazione era il punto di contatto tra questi due opposti. Alain Touraine in Il mondo delle donne (Il Saggiatore, 2009) delinea i contorni delle donne che vivono il loro essere donna oggi, nella loro quotidianità e sostiene che le donne hanno ormai superato la soglia dell’emancipazione e sono fiduciose nei confronti della capacità di pressione e autorganizzazione della società civile, poiché si rappresentano e agiscono come soggetti autonomi. Egli delinea un nuovo orizzonte metodologico e politico, in linea con quanto sostenuto ormai da trent’anni dal femminismo italiano della differenza, mostrando come sia riduttivo e fuorviante analizzare il percorso di affermazione della donna ricorrendo a indici statistici come l’empowerment di genere. La necessità di “quantificare” numericamente insita in questo approccio, tipico del dominio maschile, nasconde le soggettività e le conquiste in termini di affermazione del sé. Occorre cambiare orizzonte e metro di valutazione, mettendo al centro un soggetto femminile che si autoafferma.
Da mia madre è arrivato chiaro l’insegnamento che per riuscire in questo mondo dovevo essere indipendente economicamente, emancipata, trovare un lavoro in cui realizzarmi, e magari far carriera. E così, dopo diversi anni di studio in Italia e all’estero, grazie a borse di studio e tanti lavoretti precari, sono riuscita ad ottenere un contratto che mi permette indipendenza economica ma soprattutto un lavoro gratificante. Sono ricercatrice in campo oncologico e mi occupo dei fattori di rischio dei tumori. Il mio lavoro mi appassiona molto ma nonostante questo alla fine la mia scelta è andata nella direzione di evitare logiche carrieriste che mi avrebbero richiesto di dedicare tutta la mia vita esclusivamente al lavoro.
Moltissime sono le donne che pur mostrandosi studentesse di successo scelgono di rinunciare agli avanzamenti di carriera. Più o meno con la nascita dei figli, si tengono ai margini del mondo governato da denaro, carriera, potere.
Il punto è che se si vuol vivere in quel mondo per scalarne le vette, bisogna accettarne le regole, arrabbiandosi e sfinendosi in riunioni insensate, dettate da regole che non tengono conto della vita delle persone, e che seguono altre logiche. Le donne, grazie al femminismo, ora si autorizzano a dire no a quel gioco, senza sentirsi più inadeguate. Ora cercano consapevolezza, creatività e realizzazione anche in altro, inventandosi strategie per impegnarsi ad essere il cambiamento che vorrebbero vedere nel mondo. E’ stato il femminismo a liberare la fantasia, ad ampliare l’orizzonte, le possibilità di vita e a renderle praticabili.
Io per esempio dedico tante energie al mio altro lavoro, quello non retribuito, che entra nella mia vita in modo significativo. Lavoro alla Libreria delle donne di Milano e in particolare seguo con Laura Colombo la realizzazione e l’aggiornamento del sito Web, un progetto seguito da decina di migliaia di lettori, in tutta Italia. Si tratta quindi di un lavoro non pagato ma che produce valore aggiunto, culturale e politico, ed anche economico.
Ho anche deciso di vivermi in pieno la scelta della maternità, ponendomi costantemente la questione su come tenere assieme le varie parti di me, le mie passioni, i miei impegni.
Chi sono quindi? E che lavoro faccio? Sono madre, sono una scienziata e faccio politica. È possibile? Ed è possibile farlo con soddisfazione?
Nel capitolo sul Doppio sì del Sottosopra “Immagina che il lavoro”, si nomina il piacere e la fatica di tenere assieme la scelta della maternità con quella di un lavoro di soddisfazione. Una scelta che sempre più donne compiono. Le donne hanno un sapere che viene da lontano. Da sempre sono abituate a realizzare equilibri straordinari per tenere insieme famiglie numerose in situazioni economiche incredibili.
Nel mio caso tutto ciò è reso possibile dal fatto di potermi avvalere di un orario totalmente flessibile, che mi aiuta nell’organizzazione delle giornate. L’importante è che il monte ore quadri nell’arco dell’anno e che il mio lavoro porti ad un risultato evidente. Questa è una battaglia che abbiamo portato avanti e che è stata sostenuta dalle risorse umane del nostro ospedale perché erano convinti che in ogni caso avremmo lavorato di più e con più soddisfazione. E così è stato ed io potuto rinunciare al part-time che avevo chiesto per motivi organizzativi.
Ma c’è un altro aspetto molto importante. Il padre di mia figlia ama fare il padre, e questo aspetto è stato fondamentale per non farmi mettere in trappola dai sensi colpa e trovare il modo per gestire tutto. Perché, come si dice nel Sottosopra, la riproduzione non è solo una questione femminile. E questa esperienza che, sempre più uomini scoprono interessante, è frutto del fatto che la società è radicalmente cambiata grazie all’avvento della libertà femminile, di cui sempre più uomini stanno scoprendo i guadagni.
Le modalità con cui le donne si buttano nelle imprese sono spesso segnate dall’esigenza di tenere assieme emozioni e razionalità, corpo e mente, aspetti economici e soggettività. Puntano sulle relazioni, sulla forza del desiderio, sulle passioni soggettive. Il sito, ad esempio, è un progetto che regge da una decina di anni non per volontarismo ma per il desiderio che ognuna di noi è disposta ad investire. Non c’è nessun meccanismo esterno, nessuna regola che garantisca la tenuta del progetto. Bisogna esserci in prima persona, e puntare sulla forza delle relazioni. Ovviamente questo tipo di progetti ha una forte componente di precarietà. La ricerca del senso di ciò che si fa va ritrovato dentro di sé e nelle relazioni con gli altri, quotidianamente; e la qualità delle relazioni è uno dei punti nodali. La precarietà è ovviamente segnata dai conflitti che emergono, da cui, tra l’altro, la storia della politica delle donne è costellata.
Questa instabilità da una parte è inquietante, perché l’incertezza sul futuro fa sempre paura, ma dall’altra permette una libertà interiore impagabile. Obbliga a puntare sulla responsabilità soggettiva, sull’investimento relazionale, sulla tenuta del desiderio. E, non ultimo, sulla capacità di stare nei conflitti, lasciando un tempo aperto all’imprevisto. E questo slancio, senza paracadute, questo puntare in alto, senza certezze, lascia spazio alla gioia, alla soddisfazione di sapere che quel progetto vive grazie alla tenacia del nostro desiderio, alla capacità di tenere assieme gli aspetti più oscuri, più problematici, con l’entusiasmo dato dalla verità delle nostre aspirazioni, delle nostre intuizioni, consapevoli di avere intrapreso un’impresa importante.
Alla fine dei conti quindi noi ci sentiamo ricche, ricche di relazioni, di sogni, di progetti, di ambizioni. L’importanza cruciale del simbolico si svela qui, quando riusciamo a trovare una risposta soddisfacente alle domande su chi siamo e cosa possiamo/vogliamo fare nel mondo e del mondo in cui viviamo.
In La prima radice Weil scrive «L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. Una completa privazione di questo si ha nell’esempio del disoccupato, anche quando è sovvenzionato sì da consentirgli di mangiare, di vestirsi, di pagare l’affitto. Egli non rappresenta nulla nella vita economica e il certificato elettorale che dimostra la sua parte nella vita politica non ha per lui alcun senso».
Nonostante in questa società il denaro penetri ovunque, sostituendo ad ogni altro movente il desiderio del guadagno, secondo la Weil «Il radicamento è l’esigenza più importante e più misconosciuta dell’anima umana. È tra le più difficili a definirsi». Si tratta del bisogno di partecipazione attiva, reale, naturale alla collettività, nei luoghi in cui si vive e si lavora. Noi chiamiamo tutte queste cose politica del simbolico, politica delle donne, e vogliamo vederla riconosciuta nell’ordine sociale il lavoro che le donne compiono da sempre.
Si ritorna quindi al senso che diamo al lavoro e diventa sempre più evidente la necessità di rovesciare il modello economico e lavorativo imperante, di ripensare ciò che chiamiamo lavoro. Diventa indispensabile cominciare a pensare ad un rovesciamento tale da superare anche la semplice conciliazione tra “lavoro di cura” e “lavoro retribuito per il mercato”.
Così viene da chiedersi se, come si dice nel manifesto “Immagina che il lavoro”, non sia giunta l’ora di provare a discutere su un modello economico che faccia rientrare nella contabilità nazionale tutte le attività che danno senso alla nostra vita. Perché come si dice nel manifesto del gruppo lavoro: «guardare oltre e forzare i confini dà vantaggi e fa crescere la libertà», e questo difficilmente può essere imposto per legge. Le cose di solito vanno al contrario: il cambiamento avviene, si contagia partendo dalla vita delle persone e poi semmai si traduce in regole condivise.

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Una Risposta to “Guardare oltre e forzare i confini dà vantaggi e fa crescere la libertà”

  1. serena 29 luglio 2013 a 13:14 #

    Da poco mi è capitato di rileggere di Jams Hillman “Il linguaggio della vita”, che sul lavoro dice cose molto interessanti (vicine al nostro sottosopra) che sintetizzo :
    ” Il problema non è adattare le persone al lavoro, ma il lavoro alle persone.
    Oltre all’istinto sessuale, l’ istinto di alimentarsi, l’ istinto aggressivo, esiste l’istinto al lavoro che può essere disturbato, malato, patologizzato.
    Istinto al lavoro non etica del lavoro, e anziché collocarlo nel Super-Io, dobbiamo considerarlo un impulso dell’ES.
    I lavori specialistici sono la morte- stile di lavoro monoteistico- Riprenderci una parte maggiore del nostro lavoro-lavorare è un bisogno impellente e la disoccupazione è molto difficile da sopportare sul piano psicologico- anche la fantasia sul lavoro da cui attualmente siamo dominati, quella della specializzazione,
    è una sorta di disoccupazione perché ci impedisce di impegnarci davvero, di usare a pieno le nostre capacità.
    Il mio obiettivo è parlare del lavoro in quanto piacere, in quanto soddisfacimento istintivo, invece che in quanto diritto o necessità economica, o obbligo sociale o punizione inflitta ad Adamo dopo la cacciata dall’Eden.
    Il lavoro è anche un fine in sé , ed è di per sé una fonte di piacere; ma per funzionare deve accompagnarsi ad una fantasia adeguata, e le attuali fantasie lavorative – economiche e sociologiche- causano al lavoro , in Occidente, enormi problemi di produttività e qualità-
    La retribuzione esclusivamente monetaria è un surrogato di queste ricompense dell’anima. Pressappoco come l’amore è stato incatenato alla sessualità, il lavoro è stato incatenato allo stipendio.”

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